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PUBBLICITA’ (trentatreesimo capitolo del “Glossario Felliniano”). Verso il Centenario della nascita di Federico Fellini

 

Nel 1984 l’agenzia Brw & Partners, di Milano, contattò Fellini per convincerlo a realizzare uno spot pubblicitario per Campari, la nota ditta che nella storia del suo marchio aveva utilizzato per la comunicazione grandi nomi della pittura e della grafica, da Fortunato Depero a Marcello Dudovich. Nell’intervallo tra E la nave va e Ginger e Fred, il regista accettò l’incarico,  e quasi subito se ne pentì, ma ormai era troppo tardi. E allora puntò i piedi, iniziò ad imporre tra il serio e il faceto una serie di condizioni che al cliente apparvero bizzarre, sebbene rientrassero nella prassi normale d’ingaggio per un regista del suo calibro: un’auto con autista a disposizione, un ufficio arredato a suo gusto, numerosi ospiti a pranzo durante l’intero periodo della realizzazione. La lavorazione durò due mesi e risultò piuttosto costosa, sia per le cinquantadue persone impiegate, sia per i mezzi tecnici e gli effetti speciali di scena. Sotto la guida dello scenografo Dante Ferretti, il miniaturista Gianni Gianese e il tecnico di scena Adriano Pischiutta, costruirono i fondali e i modellini in grande scala, 14 x 7 metri, funzionali all’impianto narrativo ideato dallo stesso Federico.

Lo sketch, totalmente realizzato in teatro di posa, si svolgeva su una carrozza ferroviaria ‘in movimento’; una giovane donna (Silvia Dionisio) carina, viziata, dall’aria irrimediabilmente annoiata, e stufa di guardare un finestrino affacciato sempre sullo stesso paesaggio, afferrava un telecomando e cominciava a ‘cambiare programma’. A ogni pressione del tasto il panorama mutava in stupefacenti visioni: deserti africani, praterie sterminate, piramidi egizie, il Grand Canyon, i ghiacci perenni del pack, sepolcri carolingi, i templi gotici. A fornirle il magico telecomando era stato un signore molto ‘old fashion’ (l’attore Victor Poletti già utilizzato in E la nave va) seduto di fronte a lei, compiaciuto e sorridente, il quale con un tocco di magia risolveva anche l’inaspettato finale: l’apparizione sul Prato dei Miracoli di una bottiglia di Campari alta quanto la Torre di Pisa.

Bernardino Zapponi aveva collaborato allo script, Giuliano Geleng ai bozzetti, Piero Tosi ai costumi, Ennio Guarnieri alla fotografia e Nicola Piovani alla musica, con il jingle denominato “La rumbetta del trenino”. Una equipe con i controfiocchi. Costo dichiarato 300 milioni, e in aggiunta una sorpresa da cardiopalma per il cliente.

Fellini si era messo d’accordo con il montatore Ugo De Rossi e aveva improvvisato una conclusione posticcia per i responsabili dell’agenzia accorsi emozionati a visionare il risultato. Nel finalino, al momento del claim, una hostess entrava nello scompartimento recando su un vassoio due calici di Campari per i passeggeri: Victor Poletti ne beveva un sorso e lo vomitava all’istante, platealmente, come fosse veleno. Gelo, silenzio e panico fra gli astanti; e un gran respiro di sollievo quando veniva rivelato lo scherzo maligno e proiettata la versione ufficiale del filmato dove tutti gli attori apparivano sorridenti e felici.

Intanto Federico però s’era tolto un peso dal cuore; da giorni sosteneva infatti con gli intimi che quell’aperitivo era stato la rovina di suo padre. Forse si stava anche scaricando la coscienza per aver ceduto alle sirene del mercato pubblicitario, al quale era ferocemente avverso. In ogni caso l’esito era stato esaltante: lo spot intitolato “Oh che bel paesaggio!” fece scalpore e una copia venne richiesta persino dal MoMa di New York.

Come per ogni peccato, dopo la prima ‘caduta’, ne segue sempre una seconda. Ma questa volta in un clima assai più giocondo. Tra l’industriale della pasta Pietro Barilla e Fellini correva una gran simpatia e non fu difficile trovare un accordo di collaborazione. La produzione era stata affidata alla CBN di Fabrizio Capucci (fratello dello stilista Roberto ed ex marito di Catherine Spaak) che aveva gli uffici a Cinecittà. Si giocava in casa.

Il commendator Barilla, che aveva sette anni più del regista, elegante, cordiale, di gran classe, era un vero appassionato d’arte, al punto di adornare i corridoi della sua azienda con una superba galleria di celeberrimi pittori contemporanei. Gli sembrava un sogno poter aggiungere alla sua collezione di Picasso, Braque e Léger, anche un film di Fellini, sia pure di un minuto. Naturalmente gli lasciò carta bianca. E nacque “Alta società”: fotografia di Ennio Guarnieri, montaggio di Ugo De Rossi, musica di Nino Rota.

Fellini incaricò Danilo Donati, suo scenografo e costumista (oltre che nel privato gran gourmet), di allestire al Teatro 15 un ristorante di lusso, e immaginò la scena di un incontro a tavola tra due amanti sofisticati. Chiamò l’attore napoletano Franco Javarone, vecchia conoscenza dei suoi cast (nel ’79 aveva partecipato a Prova d’orchestra), a interpretare la parte del maître di sala, il quale con uno stuolo di compunti camerieri alle spalle, recita in perfetto francese un elenco di supreme squisitezze. Mentre la signora ascolta con aria ispirata, il suo corteggiatore, tutto sorrisi e baffetti assassini, non smette di fissarla in perduta ammirazione. Entrambi appaiono impeccabili, raffinati, felici.

Quando la litania delle portate è esaurita, la divina creatura, rinnegando tutto ciò che ha ascoltato, esprime con labbra piene e rotonde la perentoria e imprevedibile richiesta: “Rigatoni”.

Suscitando l’immediata esultanza generale:

“E noi come un’eco rispondiamo: Barilla!”

L’attrice prescelta era di origine francese, Greta Vayan(t), con un trascorso di ruoli boccacceschi nelle commedie sexy all’italiana e un paio di apparizioni nei primi film di Pupi Avati. Federico l’aveva trasfigurata in un’algida aristocratica dai lineamenti delicati, l’onda dei capelli a incorniciare il volto affilato, gli occhi raggianti e il sorriso allusivo.

L’industriale di Parma accorse a Cinecittà per assistere alla proiezione della prima copia di stampa nella saletta di controllo; allegro, estroverso come sempre, curioso di cosa Federico avesse combinato. Guardò ammirato il breve filmetto e alla battuta finale, dopo appena un attimo di pausa, scoppiò in una fragorosa risata: il rigatone dalle sue parti (e non soltanto in Emilia) allude a una certa variante del sesso orale a cui i denti non sono del tutto estranei. All’anziano uomo di mondo e bon vivant non sembrava vero che Fellini fosse riuscito a trasmettere con tanta sapienza figurativa quel seducente messaggio subliminale; inventando persino uno slogan malandrino:

“Barilla, vi fa sentire sempre al dente.”

Divertito abbracciò il regista, sembravano due compagni di scuola durante la ricreazione, scoprendo una complicità che si tradusse in immediata amicizia. Dal loro incontro era sorto un piccolo capolavoro.

Non c’è due senza tre, ed è la volta della Banca di Roma: Che brutte notti! (1992).

Uno dei più importanti istituti di credito italiani, al momento della massima espansione, si rivolse al regista per dirigere i commercial della sua campagna promozionale. L’artista si mise al lavoro andando a pescare i soggetti nel segretissimo Libro dei Sogni, e scelse tre storielle che gli parvero adatte all’occasione. Erano tre incubi accomunati dal senso di colpa per avventure clandestine, extraconiugali, dai quali il protagonista si risvegliava di soprassalto, affannato e in angoscia. Ma lo psicanalista lo tranquillizzava per quelle paure irrazionali: mettendo al sicuro i suoi soldi alla Banca di Roma avrebbe potuto dormire sonni tranquilli!

I tre filmati si intitolavano “Il dejuner sur l’herbe”, “Il crollo della galleria”, “Il leone in cantina”; ad interpretarli era stato chiamato Paolo Villaggio, talento tragicomico già sperimentato ne La Voce della Luna; e Fernando Rey nella figura dello psicanalista che possedeva tutti i gesti e le parole di Fellini. Ma del teatrino del regista presero parte anche Anna Falchi, adorabile diciannovenne, incarnazione dell’inafferrabile eterno femminino; e Ellen Rossi Stuart, voluttuoso   archetipo della signora morbida e procace, da sempre presente nell’immaginario felliniano.

Nelle microstorie, di sapore disinvoltamente privato, Paolo Villaggio per nulla fantozziano, anzi compostamente borghese, combatte con tre sogni oppressivi capaci da gelare il sangue: nel primo si trova in aperta campagna, avvinto con le funi a una sedia piazzata sui binari, mentre è in arrivo a tutto vapore un treno pronto a travolgerlo; proprio quando aveva ormai deciso di confessare alla moglie il suo tradimento. Nel secondo, canticchiando con il cuore colmo di allegria, il protagonista è seduto alla guida dell’automobile, impaziente di raggiungere la sua bella; ma il tunnel dell’autostrada in cui è entrato gli crolla addosso quasi seppellendolo sotto le macerie. Nel terzo deve vedersela addirittura con un leone, una fiera terrificante che gli sbarra il passo nel buio scantinato in cui si è avventurato, vestito da marinaretto, sulle orme di una formosa e attraente vicina di casa.

Fellini aveva girato gli spot senza parsimonia di mezzi, con largo impiego di effetti speciali e ricostruzione di modelli sia in teatro di posa che in esterni: il treno, gli alberi, e persino una distesa di papaveri, infilzati uno a uno nella campagna fuori Roma per evocare la stagione estiva.

Le immagini impressionate per questi spot sono le ultime di Fellini, l’ultimo set che l’artista ha calcato, l’ultimo film a cui ha posto mano.

L’agenzia pubblicitaria era la Saatchi & Saatchi, e la produzione la Filmmaster di Sergio Castellani. Fotografia di Giuseppe Rotunno, scenografia di Antonello Geleng, montaggio di Nino Baragli, musica di Nicola Piovani.

Riunendo i tre commercial sotto un unico titolo di Gli ultimi sogni di Fellini, al tempo della Fondazione di Rimini, nel 1997, avevamo allestito una mostra e composto un volume di grandi dimensioni con tutti i contributi, originali e rari, relativi alla produzione. Una selezione da circa mille scatti (800 fotocolor e 200 B&N) che Mimmo Cattarinich, il fotografo di scena di tanti film di Fellini, aveva messo a disposizione.

Il materiale, fra documentazione diretta e spigolature di back-stage, offriva un ampio panorama di immagini di suggestiva intensità, di autentico divertimento e, per quanto riguarda la figura del regista, anche di profonda verità e abbandono. Era stato possibile costruire un discorso visivo di innegabile interesse: le assonanze, i rimandi, le coincidenze, erano in grado di conferire alla mostra e al catalogo una preziosità non comune.

L’esposizione iniziata sull’Alpe della Luna, a Borgo Pace, minuscolo centro del Montefeltro, aveva poi girato in Italia, da Venezia e fino in Sicilia; ed era approdata anche in Germania, nel magnifico castello di Wolfburgs, in Bassa Sassonia, la città della Volkswagen e della Kulturhaus progettata dal celebre architetto Alvar Aalto.

Nel 2017, con un nuovo catalogo e sotto il titolo di Sueño y Diseño (Sogni e Disegni) l’esposizione è stata allestita a Madrid, per quattro mesi da ottobre a gennaio, presso il prestigioso Circulo de Bellas Artes, diretto da Juan Barja.

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