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LEOPOLDO (quindicesimo capitolo del “Glossario Felliniano”). Verso il Centenario della nascita di Federico Fellini

 

Leopoldo Trieste era un erotomane, e la qualifica divertiva moltissimo Fellini il quale avvertiva gli amici: “E’ la persona più buona del mondo, ma non fidatevi a lasciarlo solo neanche con vostra nonna”. Si mormorava che ci avesse provato persino con Giulietta e anche con la sorella Mariolina. In occasione dello special filmato sul film ‘Casanova’, Federico mi istruì: “Vai a intervistare Poldino, nessuno può saperne più di lui.”

Benché il suo vero nome fosse Libero, e così si rivolgessero a lui le due sorelle con cui aveva vissuto tutta la vita, Fellini lo chiamava affettuosamente Poldo, Poldino, Poldicchio, Leopa; era l’amico devoto, bizzarro, l’infaticabile amatore di cui non si stancava di ascoltare le avventure: “Non gli ho mai sentito dire una banalità, – ripeteva con affetto – nei suoi racconti c’è sempre uno spirito di follia, uno sguardo acceso, stralunato, sussultorio.”

Me lo illustrava come un insonne dragueur che “blindato nel suo batiscafo” (Federico vedeva così la Citroen Ami 8 di Leopoldo, dalla forma improbabile) incrociava tutta la notte lungo le strade di Roma, soprattutto periferiche, finché non riusciva a caricare qualcuna delle sue prede. E allora la fatica di Sisifo finalmente trovava pace. “Com’era?” Si informava Federico. E Leopoldo con la sua vocina chioccia, tremula, sottile, si diffondeva nella descrizione dettagliata della ragazza. Come quella volta in cui la prescelta, gran bel pezzo di figliola, aveva però il difetto di possedere un occhio solo: “Ma non le stava male, anzi la rendeva ancora più intrigante… un tipo…”

Non a caso Federico scelse lui per interpretare lo sposino smarrito e virtualmente cornuto dello Sceicco Bianco, e poi il velleitario drammaturgo dei Vitelloni, corteggiatore della servetta del piano di sotto, che convocava di notte alla finestra battendo con una lunga canna contro le sue imposte.

Fellini mi raccontava che durante la lavorazione del film a Viterbo, il perfido Alberto Sordi, per dargli la berlina, gli aveva sottratto di nascosto un taccuino zeppo di nomi, annotazioni e numeri incomprensibili. Nessuno riusciva a decifrarne il significato. Leopoldo era più spiritato che mai, con gli occhi fuori dalle orbite: senza il suo prontuario era perduto! In quelle pagine erano annotate le date dei cicli mestruali di tutte le concupite.

Le donne erano il suo universo, il suo fine, la sua ragion d’essere. Quante ore abbiamo trascorso a parlarne! Giovane calabrese affamato di vita, Leopoldo, classe 1917, era ‘salito’ a Roma prima della guerra in cerca di gloria e di avventure. S’era laureato in glottologia, mica scherzi, e già scriveva pieces teatrali a getto continuo. Nel ’39 si era presentato al Centro Sperimentale di Cinematografia: “M’ero infilato al Centro, dopo un subdolo esame, come in una roccaforte nemica, per sorvegliare e contrattaccare”. Si definiva apertamente: “un intruso pilotato dal caso”.  Sennonché il caso sfoggiava le fattezze di una tipetta mica male che Leopoldo incrocia in Via Nazionale, inquadra nel radar infallibile dei suoi occhi e bracca infallibilmente. Il predatore la segue, la ferma, le offre un caffè. Lei non respinge l’arrembaggio cortese, e racconta a quel ragazzo irruente di ventidue anni, di chiamarsi Adriana Benetti, di Ferrara (la futura Teresa Venerdì di Vittorio De Sica), una maestrina con la passione del cinema. Era approdata nella Capitale per studiare recitazione al Centro Sperimentale. Dove? Sulla Tuscolana, al km. 9, molto in periferia. Da sola? No! Insieme ad altre ragazze come lei, almeno venti. La notizia lo inebria, gli fa tumultuare il sangue: una scuola di tutte ragazze col virus dell’arte, il giardino delle Urì, il recinto delle vergini soavi. Neppure nei sogni più sfrenati: “Dunque esiste a Roma un luogo di delizie con dentro venti ragazze sul tipo di questa, selezionate da una commissione! E io che sto a fare qua?” Vi si precipita. Gli apre la porta il leggendario Francesco Pasinetti in persona, storico e critico del cinema, autore drammatico e regista, che lo accoglie in pigiama accarezzando delicatamente contropelo un gatto che tiene in braccio, come Richelieu. Il direttore fiuta il talento del giovane e lo invita a presentare qualche suo componimento. Gli scritti del candidato destano interesse, il riottoso soldato di ventura viene alfine reclutato: “Andai per pescare e fui pescato!”.

Il sogno si avvera, Poldino senza una lira in tasca e i pantaloni tenuti stretti in vita con lo spago, si avventa in quel territorio di caccia. Le ragazze, quante erano! “Bionde, brune, castane, con gli occhi azzurri, con gli occhi verdi, coi capelli di rame, con le vesti a fiori, con le vesti a scacchi”. Da Alida Valli a Carla Del Poggio, da Irasema Dilian a Elli Parvo. Nel seminterrato, dove erano collocate le sale di proiezione, tendeva loro degli agguati: si appostava dietro i voluminosi pilastri squadrati dell’architettura razionalista e saltava addosso alla prima che passava, come un forsennato. Il direttore dovette riprenderlo con severità, minacciandolo di espulsione. Fu costretto a calmarsi.

Il sangue che ribolliva senza posa aveva trovato uno sfogo creativo nella stesura di drammi dallo stile impetuoso, violento, antiaccademico, che nel dopoguerra sollevarono scalpore: La Frontiera 1945, Cronaca 1946, N.N. 1947. I titoli correvano sulla bocca di tutti, inauguravano una nuova moda, conquistavano le platee. Nel foyer del Teatro Eliseo avvenne l’incontro con “il grande traviatore” come lo chiamava Trieste; Fellini che cercava gli interpreti per Lo Sceicco Bianco, gli propose un provino e il suo destino cambiò. Davanti alla macchina da presa recitò ispirato un sonetto di sua creazione, “Eri sì dolce e bella e piccolina, con gli occhioni sperduti di gazzella…”.  Intravvedeva Federico, che cercava di nascondersi dietro l’operatore, sopraffatto da un accesso di riso intrattenibile. La parte fu sua. Venne riconfermato per I Vitelloni, in un ruolo cucito a misura su di lui, e la strada fu segnata per sempre: era nato l’attore. Il cinema, la più grande fabbrica di belle donne che un maschio potesse vagheggiare, divenne definitivamente il suo mondo.

Avendo rinomanza di dotto, Claudio Gora, attore classico, raffinato, che indossava calze di seta viola, da prelato, acquistate nei negozi ecclesiastici, gli aveva affidato dietro compenso l’educazione culturale di una ragazza che intendeva condurre all’altare: creatura di straordinaria bellezza, ma bisognosa di istruzione. Diventerà anche lei attrice di gran fama, e Poldino in una stagione di intense ripetizioni le passò e ripassò la lezione fino a consumarla.

Questi erano i racconti di Leopoldo, a volte irriferibili, sempre esilaranti, scoppiettanti come la festa di Piedigrotta. In un film l’attore si trovò a recitare una sequenza che si svolgeva a letto accanto a Michèle Mercier, la seducente interprete della serie Angelica Marchesa degli Angeli. Durante le riprese si caricò a tal punto che a fine lavorazione rapì letteralmente la collega; la portò in un appartamentino sulla via Tiburtina, uno ‘scannatoio’ secondo il colorito gergo romanesco; comprò il cibo necessario, chiuse a chiave la porta e per quattro giorni non la fece più uscire di casa. La produzione non sapeva più cosa rispondere ai telegrammi allarmati dalla Francia per il mancato rientro dell’attrice a Parigi, dove il marito la stava attendendo comprensibilmente nervoso.

Un’altra volta in albergo, durante una trasferta di lavoro, bussò nottetempo alla stanza di una giovane attrice ancora inesperta ma di sovrana avvenenza; e quando lei dischiuse l’uscio, lo infilò rapido fra lo stipite e il battente: rischiò l’amputazione ma riuscì ad averla vinta.

Nell’ultimo periodo della sua vita Leopoldo trascorreva volentieri qualche ora della mattina in una garbata libreria antiquaria che c’era nei pressi della sua abitazione a via Piacenza. Il libraio, Arturo, gentiluomo ischitano, gli faceva un po’ da segretario, da confidente, spediva per lui i fax o la posta elettronica dal proprio computer. E Leopoldo indugiava volentieri a conversare, senza mai separarsi dal suo thermos di caffè ben carico, dal cui cappuccio a vite beveva con gusto sorsetti caldi. Quel thermos lo seguiva dovunque, in viaggio, in albergo, sui set di tutto il mondo. Ridendo stridulamente ci partecipò la sua intenzione di destinarlo al Museo del Cinema di Torino che gli chiedeva un cimelio per la propria collezione. Spiegava divertito: “Vittorio Storaro, il direttore della fotografia, ha donato l’obiettivo utilizzato in Apocalipse Now, e io regalo il thermos del caffè, il mio oggetto più personale, più rappresentativo!”.

A fine carriera era stato preso in gran simpatia da Francis Ford Coppola, per il quale nel Padrino Parte II aveva interpretato il personaggio del signor Roberto, lo strozzino di Little Italy. E quando una ben nota ditta di caffè offrì al celebre regista italo americano la realizzazione della propria campagna pubblicitaria, Coppola ricorse ancora una volta a Leopoldo. Il breve filmato, una manciata di secondi, era un esplicito omaggio a Fellini, una riproposta in chiave di spot, de Lo Sceicco Bianco nell’indimenticabile sequenza della pineta. Così Trieste tornò idealmente da dove aveva iniziato, al suo “fatale traviatore” che gli aveva dischiuso le porte dell’Eden e della libertà.

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