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LEA (quattordicesimo capitolo del “Glossario Felliniano”). Verso il Centenario della nascita di Federico Fellini

 

Al termine della lavorazione del film La Strada, Fellini sprofondò in una misteriosa depressione. Una sera a cena mi raccontò di quel periodo alcuni particolari che non conoscevo. Mancava soltanto una settimana alla conclusione delle riprese e il piano di lavorazione prevedeva di girare, per ultima, la sequenza della spiaggia che apre la storia: quando Zampanò arriva con il suo motofurgone per portarsi via Gelsomina, strappandola alla madre e alle sorelle che vivevano tutte insieme in una misera capanna tra le dune. Le scene erano ambientate su un tratto di costa non lontano da Roma, a Passoscuro, a nord di Maccarese e Fregene. “Ero precipitato – diceva Federico – in una cupa prostrazione di cui non riuscivo a liberarmi; la notte non dormivo quasi più, la mattina presto mi alzavo per andare sul set aggrappandomi alla macchina da presa come un naufrago a un relitto, per non affogare. Giulietta che si era accorta del mio malessere ed era amica di una signora molto intima dello psicanalista Emilio Servadio, riuscì a ottenere un appuntamento per sciogliere quel groviglio di angoscia che mi stava soffocando.”

Federico si recò da lui, ma ricordava la seduta come un incubo; era stato ricevuto in una stanzetta stretta, piccola, asfittica, gli sembrava di non riuscire a respirare, e non sapeva a chi parlare dal momento che il terapeuta era seduto a capo del lettino, fuori dallo sguardo, e non pronunciava una sola parola. Così allo scadere dei cinquanta minuti canonici il neo paziente salutò la fine di quel colloquio come una liberazione: “Mi affrettai giù per le scale, volevo fuggire il prima possibile da quel palazzo. Ma arrivato sul portone fui accolto da un tuono così fragoroso che sembrava volesse demolire l’intero edificio. Subito cominciò a piovere a rovesci, a cateratte, con fulmini che squarciavano il cielo. Di fronte c’era un giardino con al centro un grande albero; non volendo restare nell’androne un minuto in più, attraversai precipitosamente la strada per rifugiarmi sotto la sua chioma in attesa di un taxi. Qualcuno aveva avuto la mia stessa idea, c’era già una giovane signora che indossava un abito a sacco e che girandosi con una piroetta verso di me aveva lasciato intravvedere sotto le tela leggera del vestito un culo glorioso. Mi rivolse subito amichevolmente la parola: “Mo ci sarà pure un’anima buona che verrà a salvarci!” Riconobbi dalla cadenza che la bella sconosciuto proveniva dalle mie parti, e infatti era di San Marino. Arrivò un taxi e ci parve inevitabile prenderlo insieme; la ragazza alloggiava in una pensioncina di via Aurora, in cima a via Veneto, così dissi all’autista di accompagnare per prima lei all’indirizzo che gli indicava. L’auto si fermò e io scesi per scortarla al portone, avvertendo il tassista di aspettare. Entrammo insieme nell’androne semibuio; lei si era fermata, indugiando, forse per ringraziarmi. L’avevo abbracciata d’impulso e mi aveva lasciato fare….”

L’approccio era stato fulminante, proprio come le saette che scuotevano il cielo in quella circostanza particolarmente gravida di sviluppi: nell’antichità la coincidenza sarebbe stata considerata un avvertimento favorevole, un esplicito segno della benevolenza di Giove. Di depressione non si parlò più.

La mitica Lea! Quante volte era affiorata dai racconti di Federico; sempre per lampeggiamenti un po’ corruschi, abbaglianti come bengala; immagine leonina di spropositata sensualità, di incontenibile lascivia. La donna che lo aveva travolto più di ogni altra sul piano dei sensi.

Fu un amore burrascoso che durò per qualche stagione. La fata del desiderio si chiamava Lea Giacomini, apparteneva a una nota ed influente famiglia sammarinese, il padre era stato il leader della coalizione di sinistra che governò San Marino nel dopoguerra. La memoria della liaison fra Lea e Federico è ancora viva sul Monte Titano perché all’epoca la storia fece molto scalpore nelle case e nei bar della piccola Repubblica. Federico aveva 34 anni e la sua amante era del 1910, aveva ben dieci anni più di lui, cioè 44 anni al momento dell’incontro. Per essere riuscita ad attrarre così intensamente Fellini, doveva veramente possedere qualità non comuni. Grazie a un conoscente, strenuo fellinista di San Marino, abbiamo anche rintracciato alcune foto tessera della signora, ma poco indicative. Sono molto più attraenti i disegni che Federico distribuisce a piene mani, specialmente nel Libro dei Sogni, perché Lea ha continuato a soggiornare a lungo nell’onirismo del regista. Compare fin dalle prime pagine ed è una presenza incombente nel celebre Sogno dell’aeroporto, che Federico giudicava un nodo nevralgico: c’era nel sogno un enigmatico personaggio orientale e le parole pronunciate da Bernhard erano state  oracolari:

“Il giorno in cui lei realizzerà questa figura che le stava dinnanzi, sarà un giorno straordinario”.

Fellini era capace di partire di notte in macchina per raggiungere la Lea a San Marino. E se non era in auto, si faceva accompagnare da Titta detto il Grosso, cioè l’avv. Luigi Benzi che non si sottraeva mai a nessuna richiesta. Federico pregava l’amico di attenderlo in macchina, appena il tempo di un saluto e sarebbe ridisceso; ma lo lasciava anche per ore ad aspettare, assonnato, nel freddo dell’abitacolo. Una volta Titta s’era risentito, e lui gli aveva replicato candidamente: “E se no che amico sei”.

La natura del legame con l’avvenente sanmarinese era soprattutto carnale, una travolgente reciproca attrazione che a causa del carattere eccitabile della donna degenerava non di rado in liti furiose, in scontri apocalittici infiammati dalla gelosia. Ne troviamo un eco nella sequenza de La dolce vita in cui Marcello, esasperato, scarica sul raccordo anulare la fidanzata Emma (Yvonne Furneaux), nevrotica e possessiva al punto da non lasciarlo respirare.

Gli appetiti della focosa amante sembra fossero inesauribili, l’intera sua personalità tendeva all’eccesso. Quand’era in vena di confidenze, durante le consuete passeggiate serali in macchina verso Ostia, Federico mi raccontava nel suo stile giocoso, in equilibrio tra la farsa e la tragedia, anche i dettagli degli amplessi che culminavano in vere convulsioni, in orgasmi multipli della circe mai sazia, anzi pronta a ricominciare subito da capo, senza sosta. Ne rievocava le forme poderose, le cosce sfidanti da virago, i curvilinei allettamenti, le chiappe superbe, già definite gloriose nel primo infallibile colpo d’occhio. Ne provava una voglia irrefrenabile, incurante del rischio di esporsi ogni volta a un uragano. Una volta era passato a prenderla con una Lancia Flaminia Sport superlusso appena ritirata dall’autosalone di Vincenzo Malagò (il papà di Giovanni); via andando s’era accesa tra loro una discussione e Federico aveva avuto la malaugurata idea di fermarsi nell’area di un cantiere stradale. Litigando erano scesi, e lei a un certo punto aveva cominciato a tempestare l’auto con lanci di sampietrini, fino quasi a distruggerla. Per recuperare il veicolo ridotto a un catorcio, il concessionario aveva dovuto chiamare il carro attrezzi; non credeva ai suoi occhi: “Ah Federì, ma che t’è crollata addosso la montagna?!”

La relazione era giocoforza destinata a non durare. Si interruppe nella consuetudine ma mai nell’immaginazione: Lea ha continuato a signoreggiare nei disegni, raffigurata con i capelli neri dritti sulla testa, le tette a siluro, le cosce e i glutei da lottatrice: una divoratrice di uomini, una Saraghina lievemente ingentilita, ma pronta a ingoiarti nelle porte dell’inferno con la sua fornace incandescente.

Per Federico continuò a esistere, e a irraggiare voluttà, fino all’ultimo film realizzato, La Voce della Luna. “L’hai riconosciuta?” Mi domandò a bruciapelo quando mi condusse con sé ad assistere alla proiezione della copia lavoro. Lea era trasfigurata in Marisa, la giovane focosissima sposa che conduce alla pazzia il povero sposino Nestore; la bella mora prorompente (interpretata da Marisa Tomasi) che, distesa sul divano del salotto, si trasforma a vista in una spaventosa ansante vaporiera. Ruotando le coscione potenti come inarrestabili bielle d’acciaio, riempie la stanza di nuvole di fumo e aumenta spasmodicamente la velocità fino a far letteralmente ‘deragliare’ l’incauto inadeguato maritino (Angelo Orlando), trascinandolo fuori di senno, alla follia.

L’insaziabile Lea, alias Marisa, che abbandona il coniuge al suo destino sui tetti delle case, dove si è rifugiato ormai demente tra tegole e comignoli, per seguire un energumeno dalla motocicletta super accessoriata; un individuo rozzo, volgare, arrogante con il quale Ivo Salvini, l’inguaribile sognatore protagonista della storia, viene inevitabilmente a contrasto. E si batte con lui a mani nude, avendone naturalmente la peggio, pur di difendere l’onore e la dignità d\\i ogni creatura femminile, che egli venera al pari della Luna.

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