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BELLE CULONE (il sesto capitolo del “Glossario Felliniano”). Verso il Centenario della nascita di Federico Fellini

 

Negli appunti di sceneggiatura per il film 8 ½ Fellini scriveva:
“L’amante è naturalmente una bella culona, dalla pelle bianca e la testina piccola. Placida, bonaria, apparentemente l’ideale delle amanti perché non rompe le scatole, molto umile e sottomessa.” Più avanti precisava: “Il rapporto che lega il protagonista alla paciosa culona è basato su una specie di opaco benessere fisico come succhiare da una balia mansueta un goloso nutrimento e poi addormentarsi satollo e spento.”
Una figura femminile che Federico ha disegnato centinaia, migliaia di volte nella sua vita. Bastava che avesse un foglio davanti, una penna a portata di mano, ed ecco che per incanto affioravano dalla carta quelle forme doviziose sempre uguali, generose, accoglienti, in cui smarrirsi.
L’amante apparteneva alla schiera della ‘pavoncelle’, così denominate per i fianchi capaci e la testolina delicata. Sul faldone delle fotografie per i cast, la qualifica associata a questa categoria femminile era indicata ancora più esplicitamente come LE BELLE CULONE.
Sandra Milo, l’adorata Sandrocchia che non era certo un tipetto patito, dovette ingrassare più di dieci chili per interpretare la signora Carla di 8 ½. Un paio di taglie le guadagnò direttamente sul set, durante la lavorazione, costretta a ripetere un ciak dietro l’altro nella scena del ristorante in cui ingurgitava carnose cosce di pollo arrosto.
“Mangia anche molto, con lentezza ma inarrestabile, – continuavano le note di regia – facendo boccucce graziose e dimenandosi sul suo imponente bianco sedere. Una specie di grande cigno morbido, vasto, lento, e a modo suo affascinante e misterioso.”
Tra La dolce vita e Otto e mezzo, Federico conobbe Sandra Milo, con la quale fiorì una passione travolgente e non di una sola primavera. A presentargliela, accorto e lungimirante, era stato Ennio Flaiano che l’aveva portata con sé a Fregene durante la preparazione di quel capolavoro. A prima vista l’attrice, nei suoi fulgidi trent’anni, sembrava l’incarnazione vivente del personaggio della signora Carla descritta nel soggetto. Con Sandra Milo il rapporto andò avanti a lungo, tra alti e bassi, tra periodi di allontanamento e altri di frenetica frequentazione; l’interessata parla di un arco di diciassette anni. Era stata ancora lei la prescelta per il personaggio di Gradisca, in Amarcord, a cui fu costretta a rinunciare per certe intemperanze del coniuge geloso. Poi l’incantesimo si infranse a causa di uno sgarbo di lei, la quale nel 1982 raccontò nel libro di memorie personali “Caro Federico” tutti i particolari dei loro incontri, anche i più intimi e antipatici. E spedì persino una copia con dedica – mi riferì Fellini infuriato – all’incolpevole Giulietta, che incassò con impassibile aplomb. Sembra che il libro fosse stato ‘ispirato’ direttamente da Bettino ‘Benito’ Craxi per vendicarsi della risaputa ostilità di Fellini; e se non da lui, dal milieu del capo, il cerchio magico socialista di cui Sandra faceva ormai parte. Federico scorgeva in Craxi una pericolosa replica di Mussolini e non ne faceva mistero: “La nostra fortuna – diceva – è che sia milanese, e i milanesi non sono simpatici agli italiani; se fosse stato romagnolo saremmo già dentro una seconda dittatura”. Aggiungeva che la x del cognome contribuiva “col suo suono metallico a renderlo sgradevole, estraneo, arrivava all’orecchio con la disarmonia di un gracidio, lo scatto insidioso di una molla, un fastidio, un inciampo nella nostra lingua così musicale”.

Ma prima e dopo la Sandrocchia, sono state numerosissime le conturbanti apparizioni di Belle Culone trasferite sulla carta, e quindi nei personaggi di celluloide, con invenzioni divenute archetipi indimenticabili: la Saraghina, Sylvia di “La Dolce Vita” e de “Le Tentazioni del Dottor Antonio”, la divina Susy di “Giulietta degli Spiriti”, la Maga Enotea di “Satyricon”, la Gradisca e la Tabaccaia di “Amarcord”, la Gigantessa e la Bambola Meccanica di “Casanova”, la femmina Mongolfiera di “La Città delle Donne”, fino alla Marisa, la sposa smaniosa dell’ultimo film “La Voce della Luna”, che si trasforma a vista in Vaporiera facendo letteralmente ‘deragliare’ il maritino inadeguato.
Quel pantheon di divinità muliebri inaccessibili, e per questo ancora più bramate, riprodotte in infinite varianti e mutazioni, ammalianti o minacciose, affollavano un tunnel di specchi nel quale Federico si è aggirato come in un labirinto per gran parte della sua vita.
La Saraghina è «la donna ricca di femminilità animalesca, immensa e inafferrabile, e nello stesso tempo nutritizia, così come la vede un adolescente affamato di vita e di sesso, un adolescente italiano bloccato e impedito da preti, chiesa, famiglia ed educazione fallimentare. Un adolescente che cercando la donna ne immagina e desidera una che sia “una grande quantità di donna”. Come un povero che pensando al denaro ragioni e farnetichi non di migliaia di lire, ma di milioni, di miliardi».
Della Gradisca si dice che «anche in pieno inverno le sue leggendarie tettone si intravedevano respirare gonfie, satolle, sotto camicette quasi trasparenti».
La Moglie del Farmacista, che con un aggiustamento di ruolo si sovrappone alla professoressa di liceo, viene spiata grazie a un amico più grande attraverso il buco nel legno di una capanno sulla spiaggia, e la descrizione è lirica e traumatica allo stesso tempo: «Dapprima non vidi niente, sentii solo canterellare “Fontane all’alba”. Poi una gran parete bianca di ciccia che si muoveva, una cascata di capelli strizzati da due mani e infine lo scoppio di un seno nudo che riempiva tutto il visibile. Si allargava, si dilatava, andava da tutte le parti in un ribollire di curve, di sfere, di rotondità, come il bucato al sole quando tira vento. Sopra di me la voce di Gigino: “Che cosa credi che siano quei due prodigi? Due lune fosforescenti e tiepide? Due grandi colombe bianche? Due fiaschi spagliati pieni di latte? Due gigantesche pere spadone sbucciate e piene di sugo? Un altare? Le guance di Eolo quando soffia il vento? Lo Spirito Santo? No, sono molto più di tutto questo messo insieme. Sono le tette. Le tette della professoressa di chimica del ginnasio Cesare Abba”».

Il grande cigno morbido esisteva davvero, in carne e ossa, nella vita di Fellini ed era andato segretamente a nutrire quella galleria di creature sontuose e mitologiche, spesso ritratte con il gusto infantile del sogno proibito.
Non dirò chi fosse la ‘donna dello schermo’ – non ancora, ci arriveremo – ma di incarnazione in incarnazione, attraverso trasfigurazioni successive, la sua immagine è giunta per strade misteriose fino a Sant’Arcangelo di Romagna e al ristorante La Sangiovesa, diventando il logo della trattoria. Dal tratto e dal soggetto, il disegno è databile alla fine degli Anni Settanta, quando Fellini passa dalla caricatura al ‘carattere’, dallo schizzo sommario alla figura dettagliata, e la composizione comincia ad avvalersi del colore in funzione espressiva. La formosa Pavoncella, che con il suo corpo burroso adesca il cliente alla cucina romagnola, tutta da godere, fa parte di quella gloriosa femminilità che assai bene si sposa a ogni autentico nutrimento.
Nel frattempo, sulla scrivania del regista, i pennarelli ad alcool prendono il posto delle matite colorate, la penna biro viene sostituita dal rapidograph a inchiostro di china, la figura assume carattere pittorico. Assecondando un’evoluzione sempre più evidente nell’ultimo decennio di vita di Fellini, un’esplosione di forme e di colori ottenuta con l’utilizzazione di tecniche miste e combinate, che ne connotano la poetica inconfondibilmente “espressionista”: ispirazione alla base di ogni suo concepimento artistico.

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