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GELSOMINA – IL SEGRETO DI GIULIETTA (ventiquattresimo capitolo del “Glossario Felliniano”). Verso il Centenario della nascita di Federico Fellini

 

Al terzo tentativo, dopo Lo sceicco Bianco e I Vitelloni, nel 1954 Fellini riesce finalmente a imporre il suo misterioso soggetto a Dino De Laurentiis: il film si intitolava La Strada, la protagonista è Giulietta Masina. Il produttore, a cui pure la storia piace, oppone qualche resistenza, vorrebbe assegnare la parte di Gelsomina alla propria moglie, la bellissima quanto improbabile Silvana Mangano, già mondina viziosa e icona sexy di Riso Amaro.

Tra Dino e Federico i toni si accendono e si arriva quasi alla rottura clamorosa; quando il tycoon napoletano al momento della firma cerca di far valere d’autorità la propria ragione, Fellini rabbiosamente gli strappa il contratto sotto il muso facendolo volare in aria: non ammette discussioni, quel film si fa con Giulietta, o non si fa. De Laurentiis cede, grazie al suo buon fiuto e alla sua buona stella, dal momento che La Strada diventerà un film epocale, conquistando il Premio Oscar e donando lustro, fama e ricchezza a tutti i suoi partecipanti.

Come mai tanto universale consenso per un soggetto controcorrente, fuori da ogni canone in voga? Quale messaggio arcano nasconde la trama? E soprattutto, qual è la ‘vera’ storia del film?

La Strada narra la vicenda di una ragazza poverissima che vive in una catapecchia sulla spiaggia, e viene venduta dalla madre, per diecimila lire, a un girovago di nome Zampanò (Anthony Quinn). Con un fiasco di vino, un cartoccio di salame e un filone di pane, Gelsomina viene comprata e portata via sul motofurgone del protervo saltimbanco; ha gli occhi ricolmi di sgomento e di pianto, non sa dove andrà e se farà mai più ritorno alla sua famiglia. Uno strappo irreparabile, che la creatura innocente e inerme è costretta a subire senza alcuna possibilità di ribellarsi.

Una favola truce”, la definì Fellini. Era una vicenda astratta e senza tempo, ancor oggi misteriosamente gonfia di immutato malessere.

La scena di apertura del film, appena riferita, veniva per ultima nel piano di lavorazione; e fu girata sulla spiaggia di Passoscuro, un tratto di costa tirrenica lungo la via Aurelia, a non molti chilometri da Roma. Quale segreto la ripresa cinematografica era andata a disseppellire?

Una cosa è certa, in quel film assistiamo a una palingenesi: muore Gelsomina e nasce Giulietta.

Il rapporto tra i due coniugi era inestricabile, un groviglio di radici annodate a profondità irraggiungibili. Inseparabili nell’arte e nella quotidianità nonostante le tante tempeste sulle loro esistenze. “La compagna di una vita, l’attrice dei miei film, mia moglie Giulietta Masina”, proclamò Federico Fellini dal palco del Dorothy Chandler Pavilion, dedicando il quinto Premio Oscar a sua moglie, di fronte a un pubblico televisivo di quasi due miliardi di spettatori. “And please, Giulietta, stop crying…” la esortò con un sublime colpo di teatro rivolgendosi direttamente a lei che, in prima fila, si scioglieva letteralmente in lacrime mentre l’intera platea, sull’esempio di Gregory Peck, si alzava in piedi per una frenetica standing ovation, un applauso commosso, caldo e prolungato.

Era la fine di marzo del 1993, appena sei mesi dopo il regista avrebbe preso congedo. Il suo era stato un pubblico testamento.

Non c’è stata donna o avventura, vera o presunta, che sia mai riuscita a mettere seriamente in crisi il patto infrangibile tra Giulietta e Federico, basato verosimilmente su un segreto rimasto a lungo sepolto e inviolato.

L’arcano sembrò dissolversi un pomeriggio in cui la signora Anna, per anni intima di Fellini, mi confidò senza alcun preavviso: “Ti rivelo qualcosa che non sai: Giulietta era una figlia illegittima, concepita dal padre con la domestica di casa; quella che lei chiamava la sua balia. Ne venni a conoscenza non da Federico, ma dal proprietario dell’albergo di un paesino della Valsugana in cui andavo ogni estate in villeggiatura, un avvocato che mi raccontò l’intera storia. Non essendo figlia di sua madre, la bambina ad appena quattro anni era stata allontanata da casa e affidata a una zia di Roma.”

Restai senza fiato: se la rivelazione era autentica, avevamo finalmente in mano la chiave del mistero che aveva cementato l’unione tra Federico e Giulietta, e generato quel capolavoro così sconvolgente ed enigmatico: non era stata La Strada il film che aveva dischiuso a entrambi, quasi per una sorta di benevolo risarcimento, il viale della gloria, della ricchezza, della popolarità, del consenso universale durato ininterrotto fino alla loro morte? Avrebbero mai potuto Federico e Giulietta separarsi, avendo celato nel cuore quel segreto così scottante e gravido di destino?

Angiolina Ramponi, biscugina di Giulietta Masina, mi espose la sua versione:

“Quando avevo bisogno di recarmi a Roma mi appoggiavo presso Giulietta che frequentava ancora il liceo dalle Orsoline. In casa non era la zia Giulia a occuparsi della ragazzina, ma Anna, la governante, che esercitava una sorveglianza severissima. Era una tata vecchia maniera, che noi chiamavamo la tedesca perché era veneta e sembrava proprio una istitutrice austriaca, segaligna e occhiuta. Giulietta diceva che Anna era capace di capire a chi stava telefonando semplicemente osservando, anche da lontano, il movimento delle dita sul disco dell’apparecchio telefonico. Giulietta le era nondimeno molto affezionata e durante l’estate, anche quando era ormai famosa, non mancava di recarsi da lei per una o due settimane, in quel paesino del Veneto che si chiamava Montagnaga di Pinè dove la donna era tornata dopo la morte della zia Giulia. Quello di Giulietta era un attaccamento tenacissimo; penso perché da bambina aveva molto sofferto per l’allontanamento dai genitori. Una ferita che non ha mai smesso di curare per tutta la vita, occupandosi del fratello, delle sorelle, del padre e la madre, e poi dei nipoti, correndo sempre in soccorso di tutti con grande generosità”.

Un groviglio di illazioni e nessuna prova certa; magari si tratta di un mistero fasullo. Però appare del tutto verosimile che Federico, da sensibilissimo rabdomante, avesse colto nella malinconia della moglie quell’antico insanabile dolore per essere stata allontanata da casa in una età ancora troppo acerba; un trauma che l’aveva trasformata in Gelsomina, la creatura ineffabile e fatata, orfana della propria famiglia. Riguardate La Strada, il volto sgomento dell’attrice quando sale di forza sul motofurgone, strappata alla sua capanna, ai suoi affetti, e capirete ciò che le parole non riescono ad esprimere; una scena straziante oltre ogni finzione, tradotta musicalmente dal motivo lacerante di Nino Rota autore di una colonna sonora immortale.

Va considerato inoltre il profondo rapporto d’amore di Giulietta con il padre Gaetano Masina, molto simile fisicamente al personaggio del Matto nella pellicola, che Federico con sottile intuizione aveva affidato all’attore americano Richard Basehart; un interprete che sembrava ricalcato fedelmente sulla figura di Tanino, il violinista di San Giorgio di Piano.

Nel film il Matto, che suona il violino e insegna a Gelsomina a suonare la tromba, si invaghisce della ragazza, ricambiato, sebbene lei non riesca a trovare la forza di abbandonare Zampanò, come lui vorrebbe. E la simulazione finisce per tracimare nella realtà.

Un giorno ancora Anna, l’amante di Federico, mi riferì ‘per certo’ ciò che da anni era sulla bocca di tutti: Richard, pur sposato con l’attrice Valentina Cortese, s’era innamorato di Giulietta e lei l’aveva ricambiato, accettando di intrecciare una breve storia appassionata. Pur di recitare al fianco di Basehart, che lei chiamava familiarmente Dick, accetterà di interpretare un film in Lituania, intitolato maliziosamente in Italia “La donna dell’altro” (Jons und Erdme, Regia Victor Vicas, 1959).

La voce del tradimento girava con insistenza e i giornalisti mondani vi intingevano volentieri la penna, malignando che le due coppie si scambiassero i partner, e che Federico se la facesse con l’attraente Valentina. Allora Fellini convocò una conferenza stampa a Venezia, in cui i protagonisti dello scandalo si presentarono tutti e quattro d’amore e d’accorso, sfidando i cronisti: “Ecco davanti a voi i fedifraghi!” E a quella plateale dimostrazione di armonia, la stampa scandalistica fu costretta a ritrarre gli artigli. Però Federico, da par suo, nel film successivo “Il bidone” chiama di nuovo entrambi nel cast, e li mette a interpretare una coppia di sposini. Giulietta – Iris – porta ora i capelli corti, indossa il mongomeri e appare raggiante al fianco di Picasso, il bidonista di buon cuore.

Le fotografie che ritraggono Giulietta in quel periodo la mostrano trasformata. L’attrice emana un’altra luce dagli occhi, mostra un sorriso più acceso, esprime una diversa sicurezza nell’espressione del volto, una rinnovata fiducia in sé stessa, una inaspettata sensualità. E’ smaniosa di vita. Sembra quasi di scorgere un alone luminoso intorno alla sua testa, come spesso avviene quando una donna si innamora.

Ci saranno altri film, altri successi, persino un secondo Premio Oscar per Le notti di Cabiria, e mai Giulietta offrirà appiglio ad alcuno scandalo. Tuttavia negli anni successivi sarà assiduo oggetto di attenzioni da parte di un corteggiatore fisso, una specie di cavalier servente, il quale confidava volentieri agli intimi: “Non c’è nulla di più incandescente della donna casta di un genio.” Era una di quelle espressioni tortuose, compiaciute, che avrebbero disgustato non poco Fellini.

Liliana Betti, riferendomi l’affermazione ambigua del noto drammaturgo, sosteneva che ‘casta’ alludesse al fatto che Giulietta da anni non divideva più il letto con Federico, pur essendone innamorata, e quindi fosse più fragile, più esposta all’assedio dello spasimante. A me sembrava, al contrario, che il termine casta si associasse semplicemente a un rifiuto reiterato, e che nonostante le insistenze il pretendente era restato a bruciare intrepido nell’arsura. Scenari dell’altro secolo. O magari anche del nostro.

Come che sia, Gelsomina nell’immaginario collettivo si è sovrapposta a Giulietta, prendendone il posto.  In Giappone, in occasione dell’assegnazione a Fellini del prestigioso Premio dell’Imperatore (il Nobel d’Oriente), in strada i passanti la riconoscevano chiamandola Jasmine. Akio Morita, il proprietario e inventore della Sony, che era un fan di Giulietta e Federico, volle riservare una sorpresa ai coniugi: li condusse nella sede della sua industria e in una saletta riservata mostrò loro la versione digitalizzata della Strada, una copia straordinariamente definita e sgargiante: “Più bella di quella che avevo girato”. Commentò Federico meravigliato rientrando a Roma.  Morita regalò loro il prototipo del nuovo supporto appena inventato, un dischetto lucido ancora sconosciuto in Italia, che avrebbe preso il nome di DVD, Digital Video Disc (“disco video digitale”) e che sarebbe stato commercializzato su larga scala soltanto nel 1995.

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