Giornalismo sotto attacco in Italia

Italia 2026 tra post-verità e diffamazione: si può invertire la rotta?

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Non tutti ci cascano, non tutti sono privati di senso critico. Eppure, il momento storico in cui siamo immersi, dagli addetti ai lavori definito della contronarrazione e della post-verità, ci costringe a rivalutare e a mettere in discussione le nostre più radicate credenze. Accade così di assistere e di vedere agire, sovente più spesso di quanto saremo portati a considerare, comportamenti che solo qualche anno fa sarebbero stati inaccettabili e impensabili. Mi riferisco ed è ciò che vorrei poter sollecitare in chi legge, alla comprensione delle motivazioni che spingono taluni a non accettare che qualcuno – la cronaca ne è piena: si va dalle campagne diffamatorie verso i giornalisti, colpi di querele tra esperti, opinionisti e politici, fino in alcuni casi ad arrivare a vere e proprie minacce da parte di gente comune che scambia la libertà di espressione con il presunto diritto alla denigrazione – possa avere un’idea o una tesi differente dalla propria, che il disaccordo porti a esagerare il giudizio sulla persona che lo esprime in tutto ciò che la riguarda e, a mio avviso ancor più pericoloso, che la verità su un fatto o su una persona possa essere modificata e suggestionata con un racconto migliore seppure falso da parte di chi ha l’obiettivo, neanche troppo occulto, di alimentare la confusione.

Perdendo anche quel minimo di umiltà intellettuale che era rimasta e in assenza di una più congeniale consapevolezza, non stupisce se alla base della gestione di un disaccordo o di una crisi l’unica risposta efficace sembri essere quella di ricorrere all’offesa.

In poche parole: se non riesco ad argomentare, a tollerare, a rispondere a ciò che dici, probabilmente sarò portata ad attaccare chi sei e ciò che rappresenti, con l’illusione di salvarmi da un confronto che non mi vede all’altezza. Tuttavia, e qui sta il nodo, stessimo replicando davvero uno stesso schema appreso e semplificato tutti avremmo le stesse reazioni e invece così (per fortuna) non è. Sarà vero che la gravità dell’offesa subita comporta sempre un reato, oppure è la persona che la riceve o che la attua che dovrebbe saper discernere tra cosa percepisce e la realtà dei fatti? E ancora, perché è diventato più facile approvare condotte che deliberatamente osteggiano, manipolano, delegittimano, umiliano e ribaltano la realtà a proprio vantaggio? Ma soprattutto: siamo in grado di capire cosa accade a livello logico, comunicativo, emotivo, o ci stanno influenzando, abituando e atrofizzando a non conoscerne più la differenza? Fosse retorica sarebbe affascinante, invece ci siamo dentro e bisogna prenderne atto.

In Italia, nel 2026, non è facile difendersi e districarsi tra chi sapendo di poterlo fare e ignorando le proprie responsabilità usa il tabellone della persuasione a suo piacimento, una volta tirando i dadi verso il potere, una volta verso la paura, una volta verso la libertà, esaltando la democrazia e allo stesso tempo, grazie all’esercizio dell’informazione e della comunicazione di massa che talvolta vediamo supportare e sostenere il gioco, mistificandola.

Come diceva il mio professore di filosofia: il tutto è sinonimo del nulla. Se tutto va bene, vuol dire che nulla va bene. Vuol dire che tutto può essere sovvertito e che chiunque tenti di riportare il discorso su un piano di senso verrà inevitabilmente attaccato.

Come accade spesso alle donne competenti che si vedono oltraggiate da chi non accetta che osino contrapporsi allo status quo dominante. Mi viene in mente a tal proposito ciò che scriveva Susan Sontag: “Se le donne cambieranno, gli uomini saranno costretti a cambiare. Ma non lo faranno senza opporre una considerevole resistenza. Nessuna classe dominante ha mai abdicato ai propri privilegi senza lottare”. Alle donne, la cui competenza diventa quindi una colpa, l’agorà pubblica e digitale non fa sconti e può capitare che alla pura diffamazione si aggiunga una critica cogente che ne vorrebbe invalidare l’identità, il pensiero, il linguaggio.

E allora, cosa si può fare? Ritengo che all’inizio, quando investiamo la vita di un sistema di valori precisi, abbiamo sempre una scelta: potrebbe ricadere su una indolente deumanizzazione, che è presente e la vediamo quando espone l’altro senza educarlo al rispetto e all’accoglienza con ricadute nefaste e usuranti a livello sociale ed empatico; oppure, potrebbe far leva sulla possibilità di una generosa e quanto più autentica abnegazione. Una scelta che oggi è necessaria e profonda. A margine spererei che, nel mare magnum dell’incertezza, questa scelta evolutiva ci tolga una volta per tutte dal fango cognitivo in cui chi orienta e gestisce il potere vorrebbe spesso relegarci, che ci porti a restaurare un sentimento e una volontà di rivalsa, di libertà, di ritrovato pensiero critico.


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