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Il “ritorno a casa” di Sir Antonio Pappano, sul podio dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia

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L’Orchestra di Santa Cecilia ritrova il suo Direttore Emerito in un programma sospeso tra il misticismo polacco novecentesco di Szymanowski e la monumentale architettura romantica schubertiana. Una prova d’orchestra impeccabile e una direzione che tocca le corde più profonde dell’emozione.

C’è una magia particolare che si accende ogni volta che Sir Antonio Pappano sale sul podio dell’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia. Il legame profondo, quasi simbiotico, che unisce il Direttore Emerito alla “sua” orchestra è un patrimonio che il pubblico romano custodisce con devozione. Il primo dei tre appuntamenti: 28, 29 e 30 maggio, in cartellone nella suggestiva cornice della Sala Santa Cecilia dell’Auditorium di Roma, ha confermato come questa intesa non solo resti intatta, ma continui ad affinarsi nel tempo, regalando una serata di rarissimo spessore emotivo e tecnico.

Per il Maestro Pappano, attualmente alla guida della London Symphony, e reduce dal successo del ciclo wagneriano alla Royal Opera House di Londra, questo è il secondo appuntamento della stagione, con accanto, per l’occasione, il violinista greco Leonidas Kavakos, uno dei più importanti virtuosi viventi.

L’apertura del programma è stata affidata al Concerto per violino n. 2 del compositore polacco Karol Szymanowski, capolavoro del 1933, considerato il suo testamento creativo, intriso di misticismo e suggestioni popolari. Una composizione indubbiamente cerebrale e sfidante, caratterizzata da una scrittura lussureggiante e un lirismo estatico, affidata a Leonidas Kavakos, il quale ha fatto cantare il suo Stradivari “Willemotte” del 1734 con un virtuosismo d’altri tempi, capace di restituire all’ascolto ogni minima vibrazione.

il brano si è rivelato un ascolto denso e impegnativo, un’opera che per la sua natura richiede un’attenzione quasi analitica, ponendosi più come una raffinata speculazione timbrica che come un’immediata esplosione di pathos.

Il vero miracolo della serata si è compiuto però nella seconda parte del concerto, lasciando la platea letteralmente estasiata. Con l’esecuzione della Sinfonia n. 9 “La Grande” di Franz Schubert, la musica ha smesso di essere una sequenza di note per farsi linguaggio universale, capace di dialogare direttamente con l’anima di chi ascolta. Pappano ha saputo dipanare le “divine lunghezze” schubertiane con una naturalezza sconvolgente, trasformando la complessa architettura della partitura in un flusso continuo di emozioni pure.

A colpire al cuore è stata la perfezione geometrica e sonora del collettivo. Vedere e ascoltare un’orchestra composta da decine e decine di elementi coordinarsi all’unisono, senza la minima sbavatura o sporcatura, ha restituito il senso più puro del fare musica insieme. Ogni sezione si è fusa con l’altra in un bilanciamento timbrico impeccabile, un risultato che testimonia non solo la notevole e indiscussa bravura dei singoli componenti dell’Orchestra di Santa Cecilia, ma che trova la sua chiave di volta nell’esperienza di una direzione senza eguali.

Pappano ha guidato i complessi ceciliani con la consueta leadership carismatica, domando la tensione ritmica inarrestabile del finale schubertiano con un gesto chiaro, magnetico e ispirato. Un’energia cinetica straordinaria che ha contagiato la sala, esplosa alla fine in un applauso liberatorio e lunghissimo. Il primo capitolo di questo trittico si è chiuso così sotto il segno dell’eccellenza, lasciando nei presenti la certezza di aver assistito a uno di quei momenti in cui la grande musica si fa storia.


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