Con Jan Kozaczuc, Luisa Mariani, Michael Barranger, Marina Barranger, Mauro Leuce, Violetta Chiarini, Valerio Tseng, William Kendridge, Pasquale Panella, Mario Valdemarin, Lisa Colosimo.
Con “Nei segreti di flussi e riflussi”, Luisa Mariani torna ad interrogarsi sui grandi temi che già attraversavano il suo precedente lavoro, “Maree della memoria”: il ricordo, l’oblio e la fragilità della memoria. Lo fa attraverso un cinema libero, stratificato e volutamente sfuggente, capace di trasformare immagini, citazioni e suggestioni in un flusso continuo di emozioni e pensieri. L’incipit del film è già una dichiarazione poetica e cinematografica. Tutto parte dall’occhio, simbolo della visione e del cinema stesso: un richiamo evidente all’occhio tagliato di “Un chien andalou” di Luis Buñuel, ma anche alla luna trafitta dall’astronave in “Le voyage dans la lune” di Georges Méliès. Mariani mette in scena un cinema che riflette su se stesso, sulla capacità delle immagini di conservare memoria e allo stesso tempo di deformarla. Tra citazioni latine, visioni archeologiche e frammenti della contemporaneità romana, il film costruisce un intreccio felicemente inestricabile. Roma emerge come città dalla memoria collettiva e personale, che passa dall’icona sempre “viva” di Anna Magnani fino al ricordo tragico di Giorgiana Masi, in un continuo dialogo tra passato e presente. La capitale non è mai semplice sfondo, ma organismo vivo, spazio mentale e spirituale, e ogni immagine che la riguarda sembra custodire una traccia destinata però a dissolversi. Il cuore del film sta proprio in questa tensione tra il desiderio di salvare la memoria e la paura contemporanea di perderla, soprattutto nell’epoca dei nuovi mezzi informatici. E la partecipazione in esso di due grandi artisti dell’immagine e della parola come William Kendridge e Pasquale Panella diventa testimonianza di tutto ciò. Mariani riflette sul rapporto ambiguo tra tecnologia e ricordo, con gli strumenti digitali che promettono di conservare tutto, ma finiscono spesso per produrre una memoria dispersa, caotica, quasi irraggiungibile.
Da qui nasce anche la necessità dello spiritualismo, che attraversa il film anche nelle forme dello sciamanesimo, e dell’arte, intesa come momento sublime dell’esperienza umana, unico vero archivio emotivo capace di resistere al tempo. Interessante è anche la struttura metacinematografica dell’opera. “Nei segreti di flussi e riflussi” è infatti un film nel film, o forse un film che finisce per smarrirsi dentro un videogioco. Questo originale momento narrativo riattiva il desiderio della protagonista Luisa, una regista interpretata dalla stessa Mariani, di tornare a lavorare dopo una crisi ispirativa post-pandemica. In questa dimensione sospesa si avverte l’eco del cinema di Federico Fellini, soprattutto quello della crisi creativa e della riflessione sul fare cinema come atto salvifico e autobiografico. Altro pilastro narrativo è l’immersione nella natura, filmata con uno sguardo contemplativo che sembra guardare apertamente al cinema di Terrence Malick. La natura diventa spazio spirituale e sensoriale, luogo dove il tempo rallenta e la memoria può riaffiorare in forme nuove, lontane dalla logica e vicine invece al sogno. Ed è proprio nelle sue esplosioni oniriche che il film raggiunge i momenti migliori. Grazie ad un montaggio sapiente, Mariani intreccia voci recitanti, immagini “deliranti”, immersioni nell’inconscio e citazioni emotivamente coinvolgenti, costruendo così un’esperienza più sensoriale che narrativa. Lo spettatore è chiamato non tanto a comprendere tutto, quanto ad abbandonarsi alle immagini e alle emozioni. Il risultato è un’opera che colpisce per il suo spontaneismo e per la sua natura volutamente sfuggente. La trama continua a sottrarsi a una definizione precisa, ma proprio in questa instabilità trova la sua forza. “Nei segreti di flussi e riflussi” diventa così un viaggio dentro una memoria caotica e vitalistica, magica e realista insieme, che procede per onde, per apparizioni e sparizioni, proprio come suggerisce il suo titolo.
