Giornalismo sotto attacco in Italia

“Disclosure day”, di Steven Spielberg, Usa, 2026

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Con Emily Blunt, Josh O’Connor, Colin Firth, Eve Hewson.

Dopo “Incontri ravvicinati del terzo tipo”, 1977 e “E.T. l’extra-terrestre”, 1982, Spielberg chiude la trilogia degli alieni nel modo più mesto e inglorioso. Mix di action movie fine a se stesso, impegno da New Hollywood fuori tempo massimo, e citazionismo vuoto e inconcludente da Cronenberg e company, l’ultimo film del regista americano resta impantanato nell’incapacità di dare piena esplicazione al potenziale emotivo messo in campo. Il discorso sul Potere sconfitto dal basso, costretto a piegare la testa dinnanzi all’urgenza della verità sugli alieni, giunti anni fa dalle nostre parti, da dire al Popolo (il tutto veicolato in un banale trionfo di cellulari e dirette televisive, quasi un contraltare programmatico allo stupendo “Quinto potere” di Sidney Lumet, 1976), cozza con la pochezza della messinscena, che si arresta sempre prima di creare nello spettatore l’empatia giusta per cogliere un messaggio che vorrebbe essere di armonia universale, e che finisce, penosamente, per essere soltanto fine a se stesso in termini di spettacolarizzazione ed intrattenimento popolare. L’E.T. del finale, oramai anziano rispetto a quello di 44 anni fa, accolto finalmente da tutti, non commuove perché non è mai stato centrale nel percorso narrativo, persosi in mille rivoli e tentativi falliti di mettere al centro della scena una presunta libertà assoluta a cui giungere anche attraverso elementi psicoanalitici del tutto vuoti e inconcludenti. Oggi le necessità del pubblico vanno ben oltre quelle raccontate da Spielberg, essendo la nostra realtà al di là di ogni possibile immaginazione. Il vecchio Steven, evidentemente, è rimasto vincolato ad una visione del mondo e delle sue necessità che oggi, sul baratro di un terzo conflitto mondiale e dopo lo “spettacolo” di uno sterminio in diretta tv, non appartengono più a nessuno. Con l’aggravante di ribadire, senza alcun nesso con la realtà, uno dei motivi forti del suo cinema post New Hollywood, ovvero la capacità del suo paese di sviluppare gli anticorpi necessari a sconfiggere la parte “malata” del suo essere, secondo una linea di pensiero inaugurata, in un contesto completamente altro, da Frank Capra. Il cinema, anche quello più fantastico, funziona soltanto quando sa attingere la sua ispirazione dal presente, e, per chi sa coglierlo, i contenuti da mettere in scena non mancano di sicuro. A volte, anche purtroppo.


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