Giornalismo sotto attacco in Italia

Premio Strega: non pronunciare parole in van

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Ma Mark Twain lo avrebbe mai detto su un minivan che Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen gli metteva voglia di “ dissotterarla e colpirne il teschio con la sua stessa tibia”?

E Virginia Woolf su un pulmino avrebbe parlato dell’Ulisse di James Joyce come delle “ vicende di uno studente impegnato a schiacciarsi i brufoli”?

Charles Baudelaire su una corriera avrebbe definito Voltaire “Il re degli imbecilli”?

E dare del cane, su un torpedone. Gustave Flaubert avrebbe descritto la collega George Sand come “un grosso cane  a pelo lungo che (…) dissotterra tutte le spiagge”? Robert Luis Stevenson avrebbe paragonato Walt Whitman a un cane sciolto che abbaia poesie senza forma?

Friedrich Nietzsche sul pulmino dello Strega avrebbe definito Dante Alighieri “ una iena che scriveva poesie sulle tombe”?

Perché il contesto è questo, sul pulmino del premio Strega siamo. Ed è qui che Michele Mari, favorito per questa ottantesima edizione, poeta e scrittore, firma per La Repubblica e Il Manifesto, avrebbe dato della brutta e cattiva a Michela Murgia. Della brutta e quindi cattiva. Mentre il minivan andava in tour, e lui stava ricordando qualcosa con Teresa Ciabatti, qualcosa che probabilmente alimenta ancora in lui il livore nei confronti della scrittrice e intellettuale sarda che spesso, sia a destra sia sinistra, è stata attaccata per le sue opinioni a partire dall’aspetto fisico. E quello che Mari ha detto è uscito dal van. E lui ha negato di averlo detto. Però si è scusato di averlo detto. E però se ha detto cose imbevute cose di virilismo e di vannaccismo geriatrico secondo lui non dovevano uscire dal torpedone. Perché il torpedone è il privato di tutti noi. In privato posso anche pronunciare le frasi più indelicate ed essere convinto che, nell’era dei social, questo privato esista ancora. In effetti alcuni gli stanno dando ragione, anche se mi colpisce che non siano tantissimi gli intellettuali disposti a esporsi sull’argomento. Per esempio Michele Serra ha scritto qualcosa del genere su questa parte che è quella che sto amando di più, quella del “ma era una conversazione privata” . E la stessa Teresa Ciabatti, in gara con Donnaregina, con cui Mari si sarebbe lasciato andare al suo sproloquio sulla Murgia, afferma che in realtà non hanno litigato sul corpo della scrittrice. E che lui in effetti si è scusato.

E mentre la Fondazione Bellonci, che assegna il premio, ha stabilito che Mari rimarrà in gara con il suo I convitati di pietra. Mentre è stato sottolineato che “ gli scrittori si esprimono essenzialmente attraverso i loro libri e vorremmo che in questo momento la parola tornasse alla letteratura” perché il Premio è una competizione tra opere e il regolamento prescrive che neppure l’autore possa ritirarsi dalla gara. Mentre la Farnesina guidata da Antonio Tajani ha invitato presso l’Istituto italiano di cultura a Città del Messico quattro finalisti del Premio Strega, e due sono proprio Mari e Ciabatti, che in teoria non si parlavano più, ma ora forse si parlano, io penso a questo, appunto. Alle parole. A quanto siano inutili quelle di chi difende Murgia dicendo che in realtà era graziosa, era femminile. Sono soprattutto donne che usano parole così, credendosi femministe. Ma a me non sembra femminismo, questo. A me sembra sempre patriarcato. Come mi sembra imbarazzante rivendicare “il privato” oppure frignare davanti a uno scolaresco “fare la spia”. E molti intellettuali, anche molte donne, le stanno pronunciando parole così.

Insisto su questo perché mi fa davvero impazzire  il discorso  sulle parole pronunciate nel privato, che per molti diventa un’attenuante, mentre a parer mio peggiora le cose. In privato mi aspetto infatti che uno dica davvero quello che pensa, convinto che nessuno gli presenterà il conto. Quando immagini di avere intorno a te solo uno sfondo sfocato non ti trattieni, non dai una veste accettabile a quello che stai dicendo. E però si dovrebbe sempre, anche se non ci sono occhi e orecchie indiscreti. Perché la qualità del pensiero è importante. Se nella camera caritatis del pulmino uno crede di poter esprimere un pensiero pieno di pregiudizi beceri a me stupisce che chi è convinto di questo di lavoro in teoria si occupi di pensieri intelligenti sull’umano. Diventa tutto molto sciatto e ottuso quando ci si nasconde dietro la privatezza, la libertà d’espressione, l’opportunità di separare l’autore dall’opera. Si è sempre responsabili delle parole che si dicono e che anche nella piega più minuta delle nostre esistenze possono costruire, distruggere, confortare, dividere, unire. Michela Murgia lo sapeva bene, lei con le sue parole anche da morta fa ancora paura, anche da morta sa rispondere con arguzia, intelligenza e puntuta ironia. Perciò sicuramente lei non avrebbe risposto come per esempio potrei fare io e cioè: “Ecco perché anche lei, venerabile maestro Mari, è aggressivo” e via così di specchio riflesso. Perché Michela Murgia non trascurava la grazia. La parola rotonda, senza spigoli, luminosa, magari scomoda ma che non si può fraintendere lei la trovava sempre. Anche quando le dicevano : Stai zitta.


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