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“Odissea”, di Christopher Nolan. Il trionfo dell’avventura, il tradimento del mito

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Il trionfo dell’avventura, il tradimento del mito

“Odissea”, di Christopher Nolan, Usa, G.B., Ita, 2026.

Con Matt Damon, Tom Holland, Anne Hathaway, Charlize Theron, Robert Pattinson.

Portare l’Odissea sul grande schermo è probabilmente una delle imprese più difficili che il cinema possa affrontare. Christopher Nolan sceglie di provarci come sa fare meglio: costruendo un gigantesco spettacolo visivo, dominato dall’azione, dalla tensione e dal continuo senso del pericolo. Il risultato è un film che, per lunghi tratti, inchioda lo spettatore alla poltrona e conferma il talento del regista inglese nel trasformare ogni sequenza in una prova di sopravvivenza. Ma proprio mentre l’avventura raggiunge il suo apice, emerge con sempre maggiore evidenza ciò che manca: il cuore dell’opera di Omero. Fin dalle prime scene dedicate all’ingresso del cavallo di legno dentro Troia, Nolan imprime alla vicenda un’impronta personale. La caduta della città è raccontata come un’operazione militare di precisione, carica di tensione e di brutalità. È una delle sequenze migliori del film, ma introduce anche l’elemento che accompagnerà Ulisse per tutto il viaggio: il senso di colpa. L’eroe non è più il vincitore fiero della propria intelligenza, come nell’opera omerica, bensì un uomo tormentato, perseguitato dai fantasmi della guerra e convinto di aver violato una legge morale superiore. È una scelta legittima, naturalmente, ma che sposta completamente il baricentro del racconto. Nel poema, infatti, Ulisse non prova alcun rimorso per la conquista di Troia. Anzi, rivendica con orgoglio il proprio ingegno. Le sue sofferenze derivano dall’ira di Poseidone e dal complicato rapporto fra uomini e Dèi, non da un conflitto interiore. Nolan sostituisce invece il destino con la psicologia contemporanea, trasformando il viaggio di ritorno in una lunga elaborazione del trauma.

L’idea funziona solo in parte. I dialoghi con Atena rappresentano il tentativo più evidente di costruire questa dimensione introspettiva. La dea diventa quasi una coscienza esterna, l’interlocutrice privilegiata di un Ulisse costantemente in bilico tra responsabilità e dubbio. Anche il rapporto con i compagni assume una dimensione inedita: lo scontro dopo l’accecamento di Polifemo, le discussioni sulle decisioni da prendere, il peso delle vite sacrificate lungo il cammino mostrano un comandante costretto a confrontarsi continuamente con il prezzo delle proprie scelte. Sono momenti interessanti, nei quali Nolan dimostra una sensibilità psicologica spesso assente nel cinema epico. Ma il problema è che questo tormento resta quasi sempre dichiarato più che realmente vissuto. I sensi di colpa vengono evocati, spiegati, ribaditi, senza mai trasformarsi in emozione autentica. Lo spettatore comprende il disagio di Ulisse, ma difficilmente lo condivide. L’interiorità rimane un corollario della narrazione, non il suo motore. Dove invece Nolan torna a essere irresistibile è nell’avventura. Lo scontro con i Lestrigoni è costruito come una gigantesca macchina della suspense: uomini minuscoli travolti da una forza incontrollabile. L’episodio di Polifemo è forse il migliore dell’intero film. La tensione cresce lentamente fino all’accecamento del Ciclope, trasformando la celebre astuzia di Ulisse in una lotta disperata contro un avversario apparentemente invincibile. Ancora più spettacolare è l’assalto di Scilla, che diventa una sequenza di puro cinema horror-catastrofico, mentre il mare stesso sembra trasformarsi in un nemico. L’ incontro con le Sirene è, forse, il momento più coinvolgente dell’intero film, con il senso dell’umano manifestato da Nolan nella maniera più consona all’esaltazione dei suoi limiti. Anche Circe riceve una rilettura decisamente personale. La maga di Omero, figura seducente, inquietante e profondamente ambigua, qui sembra assumere i tratti di una femminista ante litteram. Più che incantare gli uomini, pare voler impartire loro una lezione morale sulla loro arroganza, sulla violenza e sull’incapacità di comprendere il mondo femminile.

La celebre trasformazione dei compagni di Ulisse in maiali perde così gran parte del suo valore simbolico e diventa quasi una pedagogica punizione del maschio guerriero. Viene da immaginare la reazione di Omero davanti a una Circe che, più che dominare gli uomini con la magia, sembra aver frequentato qualche moderno seminario sulle relazioni di genere. È proprio questa continua attualizzazione dei personaggi a impoverire molti dei rapporti che nell’Odissea rappresentano il vero centro emotivo del racconto. Penelope resta una presenza sorprendentemente marginale. L’intelligenza della donna, la sua pazienza, la straordinaria forza con cui difende il regno nell’assenza del marito emergono appena. Anche il rapporto con Calipso, uno degli episodi più intensi del poema, viene ridotto a una parentesi funzionale, senza che si sviluppi quel conflitto tra il desiderio dell’immortalità e il richiamo irresistibile della propria casa che costituisce uno dei grandi temi di Omero. Persino la vicenda di Argo, il vecchio cane che riconosce il padrone dopo vent’anni e muore subito dopo averlo rivisto, in una delle pagine più commoventi della letteratura occidentale, attraversa il film quasi senza lasciare traccia. È una scena che dovrebbe spezzare il cuore, e qui scivola via con sorprendente freddezza. Ancora più sacrificato è Telemaco. Nel poema cresce progressivamente fino a diventare un giovane capace di affiancare il padre nella riconquista di Itaca.

Nolan, invece, lo lascia ai margini della vicenda. Rimane probabilmente il personaggio più debole dell’intero film, privo di un autentico percorso di maturazione e incapace di instaurare un rapporto davvero significativo con Ulisse. Ma è soprattutto il rapporto con gli Dèi a segnare la distanza più profonda dall’opera originaria. Nell’Odissea il divino non è un semplice elemento decorativo: costituisce l’ossatura stessa del racconto. Atena protegge, Poseidone perseguita, Zeus ristabilisce gli equilibri del mondo. Gli uomini agiscono continuamente all’interno di un ordine superiore che ne orienta il destino. Nolan, invece, riduce tutto questo a una vicenda essenzialmente psicologica. Gli Dèi sopravvivono soprattutto come simboli o interlocutori della coscienza del protagonista. La loro funzione narrativa e metafisica viene quasi completamente cancellata. Il confronto con la memorabile Odissea televisiva diretta da Franco Rossi nel 1968 diventa allora inevitabile, e per certi aspetti persino impietoso. Rossi disponeva di mezzi infinitamente inferiori, eppure riusciva a evocare il senso del meraviglioso con una fedeltà sorprendente allo spirito di Omero. I mostri erano forse ingenui secondo gli standard odierni, ma appartenevano a un universo in cui uomini e Dèi convivevano naturalmente. Il mito respirava. Nolan, al contrario, dispone di una macchina produttiva gigantesca e realizza alcune sequenze di indiscutibile imponenza visiva, anche se la stessa spettacolarità non è costante né sempre davvero efficace. In diversi momenti il film sembra trattenersi, quasi timoroso di abbandonarsi completamente alla dimensione fantastica del poema.

L’impressione è che il regista voglia razionalizzare il mito invece di lasciarsene travolgere. Anche il finale sintetizza perfettamente questa ambiguità. Dopo uno scontro conclusivo enfatizzato ben oltre quanto raccontato da Omero, Ulisse diventa l’ennesimo eroe solitario del cinema contemporaneo, capace di risolvere quasi da solo ciò che nel poema apparteneva a una comunità e all’intervento degli Dèi. Poi arriva un epilogo sorprendentemente rassicurante: Ulisse e Penelope si allontanano insieme verso l’orizzonte, in barca, come due innamorati pronti a ricominciare una nuova vita. È un’immagine estetizzante e rassicurante, e per questo completamente estranea allo spirito dell’Odissea. Omero raccontava il ritorno a casa e il ristabilimento dell’ordine; Nolan preferisce chiudere con la promessa di un nuovo inizio. Alla fine rimane una sensazione duplice. Da una parte c’è il grande regista dell’avventura, capace di costruire spesso sequenze memorabili e di trasformare ogni pericolo in un’esperienza cinematografica di altissimo livello. Dall’altra c’è un autore che, nel tentativo di rendere Ulisse un eroe moderno, finisce per sacrificare proprio ciò che rende immortale il poema: il legame inquietante fra uomini e Dèi, la forza dei rapporti familiari, il senso del ritorno, la complessità del destino. Nolan sembra più preoccupato di veicolare messaggi pacifisti rivolti alla politica contemporanea che di raccontare la complessità dell’Uomo, così come sintetizzata nella figura dell’Ulisse omerico. E forse è proprio questa aspirazione consolatoria a fare la differenza decisiva tra un grande kolossal e un grande classico.

 


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