Giornalismo sotto attacco in Italia

Dal ceruleo ai big data: Il ritorno di Miranda nell’era dei social

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Vent’anni fa, una cintura di pelle era una scelta editoriale capace di muovere milioni di dollari. Oggi, è un post su Instagram a decidere il destino di una collezione. Il Diavolo veste Prada 2 non è un semplice sequel, ma il manifesto di una metamorfosi: il racconto di come l’alta moda sia passata dall’essere un’oligarchia di redattori a un campo di battaglia tecnologico.

Il quartetto originale — Streep, Hathaway, Blunt e Tucci — torna con la consapevolezza che il mondo descritto nel 2006 non esiste più. Meryl Streep ci regala una Miranda Priestly costretta a una sfida inedita: mantenere il primato in un mercato che ha abbattuto le vecchie gerarchie cartacee. Se nel primo capitolo il suo potere era assoluto e indiscutibile, qui è più sfumato e complesso, obbligato a confrontarsi con una democratizzazione del gusto che spesso confina con il caos.

La maturità di Anne Hathaway (Andy) ed Emily Blunt (Emily) riflette il cambiamento del settore. Non sono più “le ragazze dei caffè”, ma professioniste che hanno imparato a navigare tra algoritmi e personal branding. Accanto a loro, l’ingresso di Justin Theroux e Lucy Liu simboleggia l’avvento dei nuovi player del lusso globale, dove la bellezza non è più solo estetica, ma una valuta pesante misurata in engagement.

Il film, diretto da David Frankel, ci trasporta in una dimensione dove il lusso è ancora più estremo, ma profondamente diverso: dagli uffici di Manhattan alle sfilate blindate all’Accademia di Brera, fino alla magnificenza di Villa Balbiano sul lago di Como.

Ancor di più, la sceneggiatura di Aline Brosh McKenna la quale trasforma la moda in un “hubtecnologico spietato” in cui la competizione non si gioca più tra le pagine dei giornali, ma nell’analisi dei dati.

Da segnalare, infine, la particolare cura del dettaglio, come la ricostruzione perfetta della produzione 20th Century Studios del refettorio del Convento domenicano adiacente la Basilica Santa Maria delle Grazie a di Milano dove svetta il capolavoro leonardesco (l’Ultima cena), a dimostrazione che nell’era digitale l’immagine deve essere perfetta, anche quando è artificiale.

In sala dal 29 aprile 2026, questo sequel ci ricorda che, sebbene il mondo corra veloce tra TikTok e intelligenza artificiale, il talento e l’occhio clinico restano gli unici baluardi contro l’omologazione.

“Il primo capitolo ci ha insegnato cos’è la moda; questo ci mostra come è sopravvissuta a sé stessa.”

Il Diavolo veste Prada 2 è una visione necessaria per chi vuole capire perché, nonostante vent’anni di rivoluzioni digitali, quel “ceruleo” continui a influenzare le nostre vite, anche se oggi ha sfumature decisamente più scure e complesse.


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