“Il vestito di mia madre “ di Sara Rattaro è un romanzo biografico che racconta la vita di Teresa Mattei, partigiana e costituente, dall’infanzia alla sua uscita dal Partito Comunista, a cui aveva aderito fin dal 1942 per non essere più solo “un’antifascista di coscienza”, ma “una guerriera”. Come dice Rattaro nella nota finale del libro, sua fonte principale è stato il rigoroso libro storico di Patrizia Pacini “La costituente: storia di Teresa Mattei “, ma, afferma, anche “Dove le fonti esitavano, ho cercato non una Teresa inventata, ma quella che emergeva con coerenza da documenti e testimonianze. La finzione è diventato uno strumento di vicinanza, non di deformazione”. L’obiettivo che si è posta la scrittrice è stato quello di offrire una Teresa viva, con i suoi sentimenti, le sue emozioni per avvicinarla ancor più al lettore di oggi e proprio la forma romanzo le ha offerto la possibilità di porsi domande che la storiografia , per metodo, non può sempre porsi. La scrittura scorre veloce in brevi e agili paragrafi che scandiscono i capitoli. La parte finale del libro è corredata delle brevi biografie delle ventuno madri costituenti.
Teresa Mattei nasce in una famiglia numerosa, terza di sette fratelli. Quando una volta chiese alla madre a cosa servisse avere tanti fratelli la madre, che aveva chiesto al figlio più grande Camillo di medicare un’escoriazione del fratello Nino, le dette una risposta a cui poi dovette ripensare altre volte nella sua vita: “Perché – disse – qualunque cosa accada, avrete sempre qualcuno che vi aiuterà a strappare un cerotto”. Furono sempre uniti i fratelli Mattei, ma il fulcro della famiglia era il padre Ugo, che li affascinava con i suoi racconti di viaggio ed ebbe un ruolo fondamentale nella loro formazione politica. Nel 1933 avevano traslocato dalla provincia di Varese in una grande proprietà vicino Firenze, villa La Costa di Bagno a Ripoli, dove si erano trasferiti per dare meno nell’occhio, avendo il padre rifiutato la tessera del partito fascista. Quel luogo divenne punto di riferimenti e di passaggio per intellettuali antifascisti e persone in fuga. Ugo Mattei , avvocato, quando era dirigente della Società Telefonica Elettrica Ligure – Lombarda non aveva esitato a scontrarsi personalmente con Mussolini che pretendeva un trattamento preferenziale nell’ istallazione di una linea telefonica. Amico dei fratelli Rosselli ed esponente di Giustizia e Libertà, fu proprio lui ad affidare a una Teresa ancora sedicenne l’incarico di portare a Nizza a Carlo Rosselli 400.000 lire raccolte dagli amici toscani. Nonostante tutte le precauzioni al suo ritorno in Italia Teresa fu arrestata, ma il padre riuscì a farla liberare convincendo la polizia che si trattava solo di una studentessa di francese in viaggio di studio.
Teresa mostrò fin da giovane un carattere forte, ribelle, un’intelligenza pronta e vivace. Aveva già rischiato di non poter fare la prima Comunione per aver detto al confessore che il papa era un porco perché stringeva la mano a Mussolini e in seconda liceo riuscì a farsi espellere da tutte le scuole del regno per aver lasciato l’aula protestando durante la lezione del prof. Santarelli sulla purezza della razza italiana. Grazie al suggerimento dell’amico Pietro Calamandrei, che la informò della legge che consentiva a chi era espulso di sostenere l’esame da privatista, studiò da sola con grande determinazione, ottenne la maturità e si iscrisse a Lettere e poi a Filosofia. Intanto, nonostante le frequenti perquisizioni , le minacce di morte a Ugo Mattei e i suoi periodici arresti precauzionali da parte della polizia in determinate circostanze, Villa La Costa si era trasformata da tempo in un’attiva stamperia. Con la partecipazione di professori, artigiani studenti, uomini e donne che volevano resistere, si producevano volantini , fogli di propaganda antifascista, che nottetempo, eludendo le ronde, Teresa e il fratello maggiore Gianfranco cominciarono a distribuire a Firenze. All’Università entrò in contatto col gruppo di universitari della facoltà di Filosofia e con Aldo Braibanti, un giovane studente antifascista, trasferitosi da Parma. All’annuncio della guerra organizzano una manifestazione a Piazza S. Marco, ma a causa di una delazione fallì e si sottrassero fortunosamente all’arresto. Fu un dispiacere per il padre quando Teresa e Gianfranco, che lavorava a Milano come assistente al Politecnico del prof. Giulio Natta, futuro premio Nobel, gli comunicarono la loro adesione al partito Comunista, considerando che era il più attivo e organizzato in quel momento grave. Il padre non li approvò, ma non si oppose e non tolse loro la sua solidarietà. Fu una decisone che avrebbe cambiato per sempre la vita di Teresa e il suo nome di battaglia fu “Chicchi”. Nel ’43 le retate e gli arresti si intensificarono, Aldo Braibanti verrà imprigionato a Regina Coeli e sarà liberato solo dopo l’armistizio; intanto Teresa Mattei insieme a Vittoria Giunti e Bruno Sanguinetti, che poi diverrà l’uomo della sua vita, e altri continuarono l’attività di diffusione di materiale politico tra gli operai delle fabbriche. Teresa, periodicamente, raggiungeva Milano in treno per ricoprire un ruolo di collegamento col gruppo del Politecnico di Milano , dove operava suo fratello Gianfranco, mentre per i Gap di città, con la sua bicicletta pedalava anche lontano da Firenze, superando posti di blocco e trasportando documenti cuciti nell’orlo della gonna.
Il padre di Teresa e il fratello Gianfranco dovettero nascondersi a Roma in clandestinità. Gianfranco, per ordine del partito Comunista, in forza della sua esperienza di chimico entrò nei Gap romani e ne divenne l’artificiere. Il 9 settembre 1943 si costituì a Roma il Comitato di Liberazione Nazionale con il compito di coordinare la lotta partigiana e collaborare con gli Alleati contro l’occupazione nazifascista. Un mese dopo a Firenze si costituì il Comitato Toscano di Liberazione Nazionale. Teresa faceva anche la spola tra Roma e Firenze e durante uno di questi viaggi fu catturata da soldati tedeschi che la portarono in caserma e la violentarono in cinque, minacciandola di fucilarla l’indomani. Si salvò grazie all’insperato aiuto di un fascista che l’aiutò a fuggire perché,disse, assomigliava a sua figlia. Nel febbraio del ’44 stava partendo per una missione quando Bruno Sanguinetti la raggiunse: doveva recarsi subito Roma. A causa di una delazione era stato arrestato suo fratello Gianfranco insieme a Giorgio Labò, i due artificieri dei Gap di Roma ed erano stati portati a via Tasso, da dove ormai non usciva quasi nessuno. Inutile fu la sua corsa in Vaticano per chiedere al cardinale Montini di intercedere per suo fratello presso Kappler, ma questi strappò la lettera e disse che Priebke sapeva come farlo parlare con la chimica. Gianfranco pur di non tradire si impiccò con la cintura dei pantaloni e lasciò un breve messaggio alla famiglia in cui diceva “siate forti sapendo che lo sono stato anch’io”. E Teresa, schiantata dal dolore, non venne mai meno a questo monito. Per rispondere alla morte di Gianfranco, a quella dei fucilati di Campo di Marte, alla cattura dei ragazzi di Cecina e di tanti altri a Firenze fu deciso l’attentato a Giovanni Gentile, cui prese parte anche Teresa. Fu lei a indicare il filosofo al partigiano Bruno Fanciullacci che gli sparò. Il 3 giugno del ’44 insieme al compagno Dante fece saltare alcuni vagoni carichi di dinamite che i tedeschi avevano nascosto in una galleria. Nella fuga Dante scivolò e fu ucciso dalla seconda esplosione, Teresa riuscì a fuggire e fu salvata all’Università dalla prontezza del prof. Eugenio Garin che insieme ai suoi colleghi sostenne davanti ai tedeschi che la signorina era sempre stata lì e stava discutendo la tesi di laurea .
Con l’aiuto del fratello Camillo, medico e amico del medico del carcere delle Murate, organizzò la fuga del giovane fratello Nino. Teresa continuò a combattere fino alla liberazione di Firenze il 31 agosto del 1944, fino alla fine della guerra, ma per lei la Resistenza non sarebbe finita mai. Togliatti la volle a Roma. Teresa, che aveva partecipato già ai Gruppi di Difesa della Donna, fu impegnata nell’UDI e fu lei a suggerire a Longo la mimosa come fiore simbolo per la festa dell’8 marzo. La chiamavano “La ragazzina di Montecitorio”, aveva venticinque anni quando entrò in Parlamento insieme alle altre venti madri costituenti e fu nominata segretaria della Presidenza. Togliatti la incoraggiò “E’ importante … che si veda che le donne ci sono , che contano”. Ma il rapporto con Togliatti si guastò presto : “Sei una maledetta anarchica, Teresa” l’apostrofò il segretario quando, difformemente al Partito, votò contro l’art. 7 che integrava il Concordato nella Carta Costituzionale. “La mia legge la scelgo da me” gli aveva insegnato suo padre, non era ribellione, ma responsabilità. Per il suo grande senso di responsabilità fondamentale fu il contributo che insieme alle altre costituenti diede alla scrittura della Carta. “Lottai per l’art.3 perché fosse chiaro che l’uguaglianza non fosse una formula, ma un fatto concreto. Volli fosse scritto “di fatto” perché nessuno potesse aggirare il principio con interpretazioni comode. Lottai per l’art. 29 perché il matrimonio … fosse un patto fondato sull’uguaglianza morale e giuridica. Lottai per l’art.7, perché le lavoratrici … avessero pari retribuzione a parità di lavoro . Lottai per l’art.51, perché a ogni cittadina fosse riconosciuto il diritto di concorrere agli uffici pubblici e alle cariche elettive, senza più preclusioni”. Fu Teresa Mattei, che indossava un vecchio vestito di sua madre, a consegnata la Carta Costituzionale nelle mani del presidente De Nicola. Avrebbe dovuto concorrere alle prossime elezioni politiche, ma un giorno Togliatti la mandò a chiamare, sapeva che aspettava un figlio da Bruno Sanguinetti, che era sposato: “Il partito non reggerà allo scandalo”. Teresa affermò che non aveva nessuna intenzione di interrompere la gravidanza, anzi sarebbe stata lei a rappresentare le ragazze madri in Parlamento. Da quel giorno il partito la emarginò. Con Bruno Sanguinetti si sposò a Budapest ed ebbero due bambini: Gianfranco e Antonella. Ma il destino fu crudele: nel 1950 Bruno morì d’infarto a soli quarantuno anni. Le divergenze politiche col partito si acuirono, Teresa non approvava lo stalinismo. Il 23 aprile 1955 nella sezione di Bagni a Ripoli che portava il nome del fratello Gianfranco le fu comunicata l’espulsione dal partito “Per posizioni contrarie alla linea del partito … per dissenso sulla politica agraria sovietica”. Non prese più nessuna tessera di partito, ma il suo impegno politico e sociale continuò tutta la vita tra la gente comune per le donne e per i bambini.
