Gentile presidente Meloni, è arrivato per lei il momento di salire al Quirinale, conferire col Presidente della Repubblica e poi venire in Aula a verificare se ha ancora una maggioranza. Perché ieri non è stato bocciato solo un emendamento a una legge elettorale pessima e palesemente incostituzionale: è stata bocciata una linea politica, improntata all’arroganza, al tirare continuamente la corda e allo sfibrare persino la resistenza dei più strenui e fedeli alleati, che per quattro anni avevano ingoiato qualunque cosa. Ora, con l’avvicinarsi delle elezioni e la presa d’atto che, specie nel caso della Lega, al prossimo giro saranno decimati, hanno deciso, a scrutinio segreto, di dire basta. Questi sono i fatti, altro che semplice incidente, ripartiamo come se niente fosse, andiamo avanti, portiamo la legge al Senaro, correggiamo qualche piccolo aspetto e via elencando, in un crescendo rossiniano di improntitudine e mancanza di rispetto per le istituzioni.
Presidente Meloni, ribadiamo: lei ha il dovere di venire in Parlamento e chiedere nuovamente la fiducia ai suoi, altrimenti andare avanti costituirebbe una forzatura inaccettabile. Non solo: sarebbe opportuno che questa giostra si fermasse, che si cominciasse a parlare seriamente dei problemi di un Paese in crisi nera (etica, culturale, politica, economica) e che la si smettesse di perseguitare i giovani, gli ultimi, i disperati e i fragili con provvedimenti di stampo securitario utili unicamente a far aggravare la situazione delle carceri, fino al punto di farle esplodere, fra caldo asfissiante, malessere, sovraffollamento e impossibilità di recuperare chi vi è stato rinchiuso, come invece prevederebbe l’articolo 27 della Costituzione.
Quanto all’opposizione, va benissimo esultare per lo scampato pericolo (per ora!), va benissimo riunirsi in piazza, va benissimo rilasciare interviste e rimarcare la sconfitta di una maggioranza, come detto, protervia e incapace di fare i conti con se stessa, ma adesso bisogna anche sedersi a tavolino, togliere di mezzo i temi divisivi, puntare su ciò che unisce, attendere l’evoluzione degli scenari internazionali, partendo dal presupposto che il ruolo dell’Italia, per mille ragioni, non potrà mai essere di primo piano, rinsaldare i legami con i partner europei e cominciare a immaginare quali storie, voci e volti dovranno innervare le prossime liste elettorali e, di conseguenza, il prossimo Parlamento. E poi chiedere, ossessivamente, il ritorno alle urne, il prima possibile, senza dare il tempo all’attuale maggioranza di approntare una resistenza inutile e dannosa per la collettività, al generale Vannacci di organizzare ulteriormente le truppe e all’Italia di disgregarsi al punto che non ci sia più nulla da salvare.
Un fortunato slogan di parecchi anni fa recitava: “Il nostro tempo è adesso”. Apunto, domani sarà tardi.
