Cedere il passo per un puntiglio lasciando sguarnito un presidio culturale e democratico è un errore imperdonabile. Ma farlo appropriandosi della retorica e dei codici linguistici della destra è una colpa che non può passare sotto silenzio. La scelta della Società Editoriale Il Fatto di ritirare la casa editrice PaperFirst dall’edizione di “Più libri più liberi” rappresenta una preoccupante rinuncia alla battaglia culturale, consumata proprio nel momento in cui ci sarebbe stato più bisogno di abitare i luoghi.
Se si rivendica, come fa l’amministratrice delegata Cinzia Monteverdi nella sua lettera ufficiale, la piena condivisione dei valori antifascisti dell’ordinamento democratico, la linea d’azione doveva essere radicalmente opposta. Di fronte alla presenza reale all’interno della fiera di sigle editoriali dell’estrema destra, pronte a esporre cataloghi nostalgici e paccottiglia neonazista – si pensi alle lampade delle SS vendute da Passaggio al Bosco – le strade erano solo due. O si promuoveva un boicottaggio esplicito contro la legittimazione di quegli espositori, oppure si restava lì. Si presidiava il campo, si occupava fisicamente ogni millimetro quadrato della fiera con i propri libri e le proprie idee, per non lasciare altro spazio a chi si vorrebbe contrastare. Sfilarsi a monte per il rifiuto di firmare una clausola d’accesso significa abdicare al proprio ruolo e regalare una vittoria facile, a tavolino, all’estrema destra.
C’è però un livello ulteriore in questa vicenda che pretende una ferma indignazione: il fango gettato sulle parole. Si può essere d’accordo o meno sull’efficacia del modulo, ma liquidare la richiesta di sottoscrivere i principi della Carta fondamentale con il titolo «Il patentino antifascista è roba da fascisti», ed equiparare quel modulo a «una nuova forma di fascismo», è un’operazione inaccettabile. Questo preciso argomento – il paradosso grottesco secondo cui i veri fascisti sarebbero gli antifascisti che escludono – costituisce da anni il nucleo centrale della propaganda neofascista.
Vedere un gruppo editoriale che si professa baluardo democratico fare propria la narrazione vittimistica della destra è un fatto grave. Confondere i meccanismi di difesa di una democrazia nata dalla Resistenza con i metodi di sottomissione di una dittatura è un insulto alla memoria storica e un cedimento culturale imperdonabile. I presidi si difendono con le idee e con la presenza, non si abbandonano inseguendo la retorica di chi vuole relativizzare il fascismo.
Se si rivendica, come fa l’amministratrice delegata Cinzia Monteverdi nella sua lettera ufficiale, la piena condivisione dei valori antifascisti dell’ordinamento democratico, la linea d’azione doveva essere radicalmente opposta. Di fronte alla presenza reale all’interno della fiera di sigle editoriali dell’estrema destra, pronte a esporre cataloghi nostalgici e paccottiglia neonazista – si pensi alle lampade delle SS vendute da Passaggio al Bosco – le strade erano solo due. O si promuoveva un boicottaggio esplicito contro la legittimazione di quegli espositori, oppure si restava lì. Si presidiava il campo, si occupava fisicamente ogni millimetro quadrato della fiera con i propri libri e le proprie idee, per non lasciare altro spazio a chi si vorrebbe contrastare. Sfilarsi a monte per il rifiuto di firmare una clausola d’accesso significa abdicare al proprio ruolo e regalare una vittoria facile, a tavolino, all’estrema destra.
C’è però un livello ulteriore in questa vicenda che pretende una ferma indignazione: il fango gettato sulle parole. Si può essere d’accordo o meno sull’efficacia del modulo, ma liquidare la richiesta di sottoscrivere i principi della Carta fondamentale con il titolo «Il patentino antifascista è roba da fascisti», ed equiparare quel modulo a «una nuova forma di fascismo», è un’operazione inaccettabile. Questo preciso argomento – il paradosso grottesco secondo cui i veri fascisti sarebbero gli antifascisti che escludono – costituisce da anni il nucleo centrale della propaganda neofascista.
Vedere un gruppo editoriale che si professa baluardo democratico fare propria la narrazione vittimistica della destra è un fatto grave. Confondere i meccanismi di difesa di una democrazia nata dalla Resistenza con i metodi di sottomissione di una dittatura è un insulto alla memoria storica e un cedimento culturale imperdonabile. I presidi si difendono con le idee e con la presenza, non si abbandonano inseguendo la retorica di chi vuole relativizzare il fascismo.
