Emfa, la grande incompiuta

Paolo Fresu incanta Berchidda con il ritorno a casa di “Kind of Miles”

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Non c’era modo migliore per suggellare il viaggio di Kind of Miles che riportarlo nel suo luogo d’origine, ai piedi del Monte Limbara. La sera dell’11 agosto, nella cornice di Berchidda, la trentanovesima edizione di Time in Jazz ha accolto l’ottantesima e ultima replica dell’opera teatrale e musicale ideata, scritta e interpretata da Paolo Fresu. Un progetto nato tre anni fa con la produzione del Teatro Stabile di Bolzano — capitolo conclusivo di una trilogia iniziata con Tempo di Chet e Tango Macondo — giunto a compimento proprio nell’anno del centenario della nascita di Miles Davis.

Sotto il cielo della Gallura, il suono morbido e potente della tromba di Fresu ha guidato un racconto che è molto più di un tributo al “Principe delle tenebre”. La regia di Andrea Bernard, fresco di Premio Abbiati, ha trasformato il palco in un’architettura di luci ed effetti visivi capace di restituire la natura plastica ed elettrica del mondo davisiano. In questo impianto scenico, la drammaturgia ha intrecciato due parabole umane e geografiche distanti ma speculari: da un lato la vita del ragazzo nero di Alton, Illinois, destinato a rivoluzionare il Novecento; dall’altro la storia del giovane di Berchidda folgorato, negli anni della formazione, dall’ascolto di un nastro consumato di Davis. Un lampo rivelatore che gli mostrò come una singola nota sospesa potesse valere più di mille virtuosismi.

Ciò che rende Kind of Miles un’opera compiuta è la dimensione narrativa di Fresu. Oltre al virtuoso capace di graffiare e consolare con l’uso inconfondibile della sordina, emerge un affabulatore misurato, caldo e ironico. La sua voce guida lo spettatore tra i club affollati di New York, le penombre di Parigi e le solitudini del maestro americano, per poi riportarlo sempre a casa, tra la polvere e il respiro della terra sarda. Non c’è traccia di imitazione o agiografia: l’eredità di Davis viene accolta, rielaborata e restituita con profonda verità.

Il successo dello spettacolo è anche il frutto di una festa di comunità che vive del lavoro di uno staff imponente e di tantissimi volontari giunti da tutta Italia e dall’estero, accanto a un pubblico cosmopolita accorso da ogni angolo del mondo.

A sostenere l’architettura sonora di questo rito collettivo, una formazione d’eccezione che ha condiviso con Fresu la scena: Bebo Ferra alla chitarra elettrica, Dino Rubino al pianoforte e Fender Rhodes, Federico Malaman al basso elettrico, Filippo Vignato al trombone, synth ed effetti, Marco Bardoscia al contrabbasso, Stefano Bagnoli e Christian Meyer alle batterie. L’ennesima dimostrazione che quando il jazz possiede questa verità, non appartiene alla storia della discografia: è un incendio presente che continua a bruciare, a commuovere e a salvare.

 


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