Compagnia Godot, di Bisegna-Bonaccorso.
Teatro della Scalinata del Castello di Donnafugata, Ragusa.
Scene e regia di Vittorio Bonaccorso.
Costumi di Federica Bisegna.
Con: Federica Bisegna, Vittorio Bonaccorso, Benedetta D’Amato, Alessandra Lelii, Alessio Barone, Tiziana Bellassai, Lorenzo Pluchino, Federica Guglielmino, Mattia Zecchin, Marco Cappuzzello.
La trama de “L’importanza di chiamarsi Ernesto” è, in apparenza, semplice. Jack Worthing conduce una doppia vita: in campagna è un uomo serio e rispettabile, mentre a Londra si presenta come Ernesto, un personaggio inventato che gli permette di vivere con maggiore libertà. Anche Algernon Moncrieff ricorre a un gioco simile, inventando un inesistente amico malato, Bunbury, per potersi sottrarre agli obblighi della buona società. Quando i due giovani si innamorano, Jack di Gwendolen e Algernon di Cecily, la finzione si complica. A tutto questo si aggiungono Lady Bracknell, con il suo feroce senso delle convenzioni sociali, equivoci, identità nascoste, matrimoni desiderati e impediti. Alla fine, come spesso accade nel teatro di Wilde, ciò che sembrava falso finisce paradossalmente per avvicinarsi alla verità. Ma raccontare “L’importanza di chiamarsi Ernesto” soltanto come una commedia sull’ipocrisia della società vittoriana sarebbe riduttivo. Ed è proprio questo uno dei meriti maggiori della messa in scena della Compagnia Godot di Ragusa, con la regia di Vittorio Bonaccorso.
Wilde conosceva perfettamente l’Inghilterra vittoriana. Era un artista dandy, profondamente immerso in quell’ambiente culturale, politico e sociale che aveva fatto del perbenismo, del puritanesimo e delle buone maniere una vera e propria religione. Ma Wilde non osservava quella società dall’esterno, come un sociologo o come un moralista. Ne faceva parte, la attraversava, ne conosceva le regole e soprattutto si divertiva a giocare con quelle regole. È qui che nasce la sua straordinaria originalità. Wilde non è semplicemente un censore dei costumi. Non costruisce le sue opere per dire al pubblico: guardate quanto è cattiva questa società. Il suo atteggiamento è molto più complesso. Egli entra dentro il meccanismo dell’ipocrisia e lo fa esplodere dall’interno attraverso la parola, l’ironia, il paradosso, l’eleganza e il gioco. È lo stesso uomo che nella vita reale sarebbe stato colpito duramente dalla giustizia inglese e che avrebbe pagato personalmente il prezzo di una società incapace di accettare la libertà individuale. Eppure, proprio nella sua arte, non smette mai di giocare. Per Wilde la fantasia diventa così una forma di libertà. L’individuo può essere più di ciò che la società gli impone di essere. Può cambiare identità, inventarsi un’altra vita, ribaltare le convenzioni, mettere in discussione i ruoli che gli sono stati assegnati. In fondo, Jack ed Algernon non sono soltanto due personaggi che cercano di ingannare gli altri: sono due uomini che cercano uno spazio nel quale poter essere finalmente se stessi. Ed è forse questo il punto più interessante della commedia. L’ipocrisia e il perbenismo sono certamente elementi che Wilde conosce e condanna, ma nello stesso tempo diventano anche il terreno sul quale l’individuo può mettere alla prova la propria libertà. L’uomo, attraverso la fantasia, può sottrarsi almeno per un momento al giogo delle convenzioni e scoprire una molteplicità che la società vorrebbe invece cancellare.
In questo senso, Wilde appare anche come un maestro per il suo ideale erede George Bernard Shaw, che, tra l’altro, gli riconobbe questo ruolo pubblicamente. Certamente, tra i due esiste una differenza importante. Shaw, più borghese e più legato alla cultura illuminista, riconoscerà al teatro una funzione politica e sociale molto più esplicita. Nelle sue opere la critica della società diventa spesso uno strumento diretto di trasformazione. Wilde invece rimane l’artista, l’eclettico, l’uomo che fa della parola stessa una forma di libertà. La sua critica non procede attraverso la lezione, ma attraverso il piacere del gioco. Ed è proprio questo aspetto che Vittorio Bonaccorso ha saputo cogliere nella sua regia. Una regia soprattutto vocale, costruita sulla fluidità dei dialoghi e su un ritmo che sembra non concedere mai alla parola il tempo di fermarsi. Le battute si inseguono, si accavallano, si rispondono. Il testo di Wilde diventa quasi una partitura musicale, nella quale gli attori devono trovare tempi, pause, accelerazioni e improvvise sospensioni. È una scelta particolarmente felice perché “L’importanza di chiamarsi Ernesto” è prima di tutto un’opera di parola. E la parola di Wilde non è una parola che si lascia facilmente imbrigliare, proprio perchè strumento unico, per il suo autore, di liberazione assoluta. Non è soltanto satira politica, non è soltanto attacco alla società, non è soltanto commedia degli equivoci. È qualcosa di più interiore e imprevedibile.
Bonaccorso sembra averlo capito molto bene e costruisce uno spettacolo nel quale la parola diventa azione. Gli attori non spiegano Wilde, lo fanno vivere. E qui emerge anche la maturità degli interpreti: Federica Bisegna, Vittorio Bonaccorso, Benedetta D’Amato, Alessandra Lelii, Tiziana Bellassai, Lorenzo Pluchino, Alessio Barone, Federica Guglielmino, Mattia Zecchin, Marco Cappuzzello. Un gruppo affiatato, capace di sostenere il ritmo serrato della commedia senza trasformare il gioco in una semplice ricerca dell’effetto comico. La loro bravura sta soprattutto nel non avere paura della parola. La attraversano con sicurezza, ne seguono le curve, le provocazioni, i paradossi. Ognuno riesce a trovare una propria misura dentro un meccanismo scenico che potrebbe facilmente diventare caotico. Al contrario, la recitazione mantiene una precisa armonia d’insieme. E anche quando il pubblico ride, non si ha mai la sensazione di una comicità costruita soltanto per ottenere la risata. Dietro il divertimento rimane sempre quella sottile inquietudine che appartiene a Wilde. La sensazione che dietro le buone maniere, dietro i comportamenti rispettabili, dietro ciò che la società considera normale, esista sempre qualcos’altro di assolutamente umano. Forse è proprio questa la forza della commedia e, insieme, della lettura proposta dalla Compagnia Godot. Non trasformare Wilde in un autore che non è. Wilde è molto più ambiguo, più libero e anche più divertente di quanto molto spesso si immagini. È un artista che conosce i limiti dell’uomo ma che, nello stesso tempo, sembra volerci dire che nessuno di noi coincide completamente con il ruolo che la società gli ha assegnato. E allora anche il volersi allineare può diventare, paradossalmente, un’occasione per conoscersi. Non perché il conformismo sia positivo, ma perché il confronto con le convenzioni può costringere l’individuo a cercare dentro di sé una forma diversa di libertà.
È un processo che riguarda l’uomo e, attraverso l’uomo, anche la società. Gli applausi finali, scroscianti e convinti, hanno premiato uno spettacolo che ha trovato nel Teatro Verticale ricavato sulla scalinata all’interno del parco del Castello di Donnafugata uno spazio particolarmente suggestivo. Un luogo già entrato nell’immaginario cinematografico e televisivo anche per essere stato uno degli scenari del commissario Montalbano, e che la Compagnia Godot ha saputo trasformare ancora una volta in un magico luogo di teatro. Non è un dato secondario. Riempire per due mesi estivi di repliche quello spazio, anche grazie alla massiccia presenza di entusiasti turisti, passando attraverso autori come Pirandello, Čechov e Wilde, significa aver costruito nel tempo un rapporto vero con il pubblico. Tutto ciò dimostra che il teatro può ancora essere un luogo di incontro, di divertimento e di riflessione senza dover scegliere necessariamente tra l’una e l’altra cosa. Perché dietro ogni maschera, dietro ogni nome, dietro ogni ruolo sociale, c’è sempre un individuo molto più complesso di quanto gli altri vorrebbero farci credere. E in questo gioco di maschere, di parole e di identità, l’accoppiata Bisegna-Bonaccorso ha trovato la chiave giusta per fare teatro non predicatorio, ma capace di trasformare lo spettacolo in vita.
