Il mio vero nome è Elisabeth si impone come un’esperienza viscerale prima ancora che letteraria. Il folgorante esordio di Adèle Yon — ricercatrice e scrittrice francese — arriva in Italia per Neri Pozza nella traduzione di Sonia Folin (383 pp., 20 Euro), fuggendo a qualsiasi tentativo di classificazione di genere. Il testo si configura come un corpo ibrido in cui il rigore dell’indagine documentaria si fonde con il memoir transgenerazionale, il saggio storico-sociale con il manifesto politico, il dramma familiare con un true crime dell’anima.
La narrazione si squarcia su una scena d’apertura al tempo stesso enigmatica e brutale: il suicidio meticolosamente pianificato di un uomo anziano e stimato che si getta da una finestra, lasciando nel bagagliaio dell’auto cinque libri e una vecchia fototessera. Quell’immagine ritrae una donna dallo sguardo spento, alle tempie i segni indelebili di due cicatrici circolari: è Elisabeth, detta “Betsy”, la bisnonna dell’autrice.
Da quel momento, per la narratrice, ricostruire la traiettoria di quel “fantasma” diventa un’ossessione, un’urgenza ancestrale e imprescindibile, indispensabile per disinnescare lo spettro di una follia ereditaria che sembra perseguitare le donne della sua famiglia.
Il nucleo più lacerante del libro risiede nell’esplorazione dell’aberrazione nel trattamento della malattia mentale nella metà del Novecento. Attraverso un’ostinata ricerca documentale fatta di cartelle cliniche reali, lettere censurate e testimonianze familiari reticenti, Yon ricompone la storia di una donna brillante e insofferente, diagnosticata come “schizofrenica” negli anni Cinquanta e sottoposta a lobotomia.
Riemerge così un quadro storico cupo, in cui la psichiatria del secolo scorso agiva come un violento dispositivo di controllo e repressione del dissenso femminile: «Qualunque sia la modalità di intervento, è sempre provocando un danno alla personalità del soggetto, smorzando le sue reazioni affettive, che si ottiene il risultato (…) Il risultato pratico è di ordine sociale: i soggetti trattati non sono più “elementi di disturbo”».
Imprigionata in un matrimonio sgradito e fiaccata da sei gravidanze, Elisabeth incarnava una vitalità scomoda e non conforme. La sua rabbia minacciva la morale borghese e l’ordine patriarcale; l’intervento chirurgico ne ha spazzato via chirurgicamente la personalità, condannandola a diciassette anni di internamento manicomiale e svelando la lobotomia per ciò che era realmente: una violenza di Stato perpetrata sul corpo e sulla psiche femminile in nome dell’ordine sociale.
La scrittura di Adèle Yon procede con la stessa freddezza dei ferri chirurgici, animata però da una rabbia lucida che scarnifica decenni di reticenze familiari. La vergogna che per oltre trent’anni ha spinto i parenti a cancellare persino il nome di battesimo della donna — degradato al vezzeggiativo distante e infantilizzante “Betsy” — cede il passo a una fiera riappropriazione identitaria.
La ricerca di Yon travalica la memoria privata per farsi atto politico universale: un duello corpo a corpo contro l’oblio che restituisce voce, dignità ed esistenza alle troppe figure femminili epurate dalla storia della follia. Scrivere cessa di essere un esercizio stilistico e diventa una necessità primaria di sopravvivenza.
Il mio vero nome è Elisabeth è un’opera vertiginosa che ci consegna, con rara e dolorosa potenza, il peso dei traumi intergenerazionali e la ferocia dei dispositivi d’esclusione sociale. Un esordio lucido, doloroso e necessario, destinato a lasciare un’impronta duratura in chi legge.
