Emfa, la grande incompiuta

L’inferno di un Brasile senza samba: “Cemento e sangue” di Carlo Calabrò

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Dimenticatevi la Bossa Nova, le spiagge dorate e la spensieratezza da cartolina. Con Cemento e sangue, edito da Marsilio (279 pp., 17 Euro), Carlo Calabrò – al suo secondo noir dopo il fortunato esordio con Meccanica di un addio del 2024, finalista al Premio Scerbanenco – ci proietta senza paracadute in una San Paolo oscura, iper-contemporanea e spietata, che assomiglia molto più a una Blade Runner sudamericana o a una Los Angeles fagocitata dall’asfalto che al Brasile del folklore.

Al centro della storia c’è Everton Barros, trentaduenne cronista decisamente svogliato che si muove in bicicletta tra le macerie morali della metropoli. La sua routine viene stravolta quando, durante una pedalata lungo le acque velenose del fiume Pinheiros, si imbatte nel cadavere di Flávio Bloch, eco-attivista e suo amico storico. La polizia liquida la faccenda ascrivendola ad un banale suicidio, così come archivia a tempo di record il crollo sospetto di una palazzina addebitandolo a una fuga di gas. Ma Everton non ci sta. Nonostante lavori per una testata controllata dal potente gruppo editoriale “Jabuticaba” — metafora perfetta di un potere piovra che avvolge e prosciuga ogni risorsa — il giornalista decide di scavare a fondo.

Ad affiancarlo e ostacolarlo in questa discesa negli inferi urbani c’è una fauna di personaggi memorabili e felicemente strampalati: dai gelatai svampiti – Henrique e l’austriaco Theo – alla madre affetta da Alzheimer, fino alla cinica ed elegante direttrice amministrativa (nonché sua amante occasionale) Beatriz Leitão, il cui unico metodo di confronto ammesso è «la resa incondizionata». Sopra tutti loro galleggia la figura inquietante di Donato Abreu, politico nazionalista e paladino del neoliberismo selvaggio, la cui filosofia elettorale fa accapponare la pelle: «Eliminare i poveri, non la povertà».

La vera forza del romanzo sta nella capacità di Calabrò di maneggiare il genere noir trasformandolo in un teso e lucidissimo thriller politico e sociale a tratti surreale. L’autore — che a San Paolo ha vissuto per oltre un decennio — dimostra uno sguardo “interno” e affilato: la città non fa da semplice sfondo esotico, ma si erge a vera e propria protagonista. È una metropoli mostruosa, spaccata a metà tra i super-ricchi blindati nei loro grattacieli e la massa degli invisibili confinati nelle favelas, dove termini apparentemente nobili come “rigenerazione urbana”, “decoro” e “sviluppo” diventano il paravento per speculazioni immobiliari, corruzione e crimine ecologico.

Se in alcuni passaggi descrittivi il ritmo tende leggermente a distendersi, la scrittura ironica di Calabrò compensa ampiamente, soprattutto nella seconda parte del romanzo, piazzando colpi di scena fulminei e sferzate di humor nero. Passando dal registro grottesco alla cruda denuncia, Cemento e sangue ci ricorda che quando l’umanità collettiva smette di contare e il profitto travolge i diritti, la differenza tra il cemento delle speculazioni e il sangue versato dalle persone diventa drammaticamente sottile. Un noir civile e moderno, amaro e senza sconti, capace di divertire con personaggi irresistibili e, al tempo stesso, di mettere a nudo con spietata precisione le derive autoritarie e i lati oscuri del nostro presente.


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