Emfa, la grande incompiuta

Pegah Moshir Pour, La casa dimenticata, Garzanti 2026

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Ho comprato il libro di Pegah Moshir Pour in libreria, ma ho avuto la possibilità di acquistare una copia autografata dall’autrice durante la sua recente presentazione ad Orvieto, alla quale non avevo potuto assistere.  Sotto il frontespizio ha vergato la frase  “Resistenza è Esistenza” , che mi sembra in estrema sintesi il significato del testo. Così come letta al contrario “Esistenza è Resistenza”  mi sembra il principio che informa la vita della scrittrice, che oltre a scrivere è attivista, consulente italo – iraniana per i diritti umani e digitali,  impegnata per l’emancipazione e la libertà delle donne in Iran.  E’ attiva nella denuncia del regime iraniano e nella divulgazione politica sui social e sui media dopo la morte di Masha Amiri. Nata in Iran  nel 1990, quando aveva nove anni si è trasferita con la famiglia in Italia  dove promuove il valore della diversità e dei cosiddetti third culture kids. Si è laureata in ingegneria edile – architettura  e attualmente scrive su testate iraniane e su “La Repubblica”.

“La casa dimenticata” è il suo secondo romanzo dopo  “La notte sopra Teheran”, Garzanti 2024. Il libro è scritto in forma di diario, anche se  con salti cronologici, ma via via prende quasi il ritmo di un mistery,  che si aggroviglia nell’ostinata ricerca da parte della protagonista della verità sulla sua famiglia. Orfana di padre, Farah è cresciuta a Teheran  in una famiglia borghese agiata insieme a Nanà, la nonna e alla madre,  la quale ha cercato in tutti i modi di allontanarla da Teheran e  spedirla in Italia all’ università a studiare biologia molecolare e genetica. Ma l’Italia è anche il paese in cui nel 1986 è fuggito Farid, il nonno che Farah non ha conosciuto e  di cui in casa non si pronuncia nemmeno il nome. Inutilmente la ragazza ha chiesto notizie più precise, l’unica risposta che ha ricevuto dalla madre è stata che il nonno era soltanto un egoista, un imprenditore che quando aveva smesso di avere successo in Iran aveva inseguito gli affari in  Europa e aveva  abbandonato la moglie malata, costringendo la figlia diciottenne a sacrificare la vita per assistere la madre . Nanà non aveva mai smentito questa versione dei fatti e qualche volta quando lo aveva nominato si era limitata  a dire alla nipote : “Tutta colpa di Tala”,  “Un nome femminile, ma anche la parola che in farsi si usa per indicare l’oro. “Era coinvolta una donna? O  era solo una questione di soldi, come sosteneva mia madre? – si chiede la protagonista – In ogni caso, pian piano avevo accettato quella versione, per quanto sintetica, come la mia verità. Ma il pallino era rimasto.”

Sarà ancora la nonna, ormai afflitta da demenza senile, a darle una traccia quando già si trova in Italia. Durante una telefonata di auguri per il suo compleanno le dice  una frase che le riaccende la curiosità “Cerca Farid a Staglieno”.  Farah si reca a Genova, la città dove aveva vissuto il nonno e al  cimitero monumentale di Staglieno, dopo una lunga ricerca trova la tomba  col nome del nonno, Farid Nouri 1935 – 2007. Sulla lapide, scritta in farsi,  si parla del dolore pesante di un padre che non può più vedere un figlio, che non ha potuto aiutare la sua farfalla (Pavaneh in farsi, è il nome di sua figlia, la madre di Farah), un padre a cui “ la speranza non ha portato nessuna speranza”. Farah è sempre più convinta che  il nonno non sia stato un egoista, come dice la madre ed è decisa , alla prima occasione in cui rivedrà la madre, a costringerla a dirle la verità. L’occasione si presenta presto per l’aggravarsi della malattia della nonna. Nanà prima di morire fa in tempo a rivelare a Farah di guardare nel cofanetto delle caramelle, che sempre lei e la nipote mangiavano insieme, quando la madre di Farah usciva. Come in ogni mistero che si rispetti nel doppio fondo della scatola  c’è una chiave  arrugginita avvolta in un foglietto con un indirizzo. Dopo i  funerali della nonna e gli inutili tentativi di parlare con la madre niente tratterrà più Farah dal cercare la verità, convinta com’è che tutte la sue difficoltà, persino quelle con gli uomini, siano da ricondurre al fatto di essere cresciuta in una famiglia  che era un campo minato, dove con la madre era impossibile toccare certi argomenti “ Insomma, è complicato, ma finché non capisco che  cosa è successo a mio nonno non riuscirò a capire del tutto le mie radici e, secondo me, avere delle buone fondamenta è imprescindibile”.

La chiave e l’indirizzo condurranno la protagonista a scoprire in un quartiere lontano dal suo grattacielo borghese la casa abbandonata, dove il nonno   tra il 1983 e il 1984 aveva  diretto una rivista clandestina, “ Tala e Siyah” Oro Nero, insieme ad altri oppositori di sinistra laici del regime komeinista, andato al potere nel 1979.  Nella cantina della casa abbandonata troverà anche una fotografia di gruppo con un ragazzo sconosciuto e un diario della madre che copre due mesi  del 1985. Molti sono  gli interrogativi che Farah deve sciogliere e in questo lungo percorso, che avrà la valenza di un viaggio di formazione, sarà affiancata da due donne con le quali condividerà la casa dimenticata. Si tratta di Saba con suo figlio Piruz, che Farah ha aiutato a sottrarsi a un marito e padre potente e violento e di Gulbano  con la figlia Anahita, afghane senza permesso di soggiorno, che ha salvato da un bombardamento e da un’eventuale espulsione. Sì perché gran parte dell’avventura di Farah si svolge durante la guerra dei Dodici giorni (13 giugno – 24 giugno 2025) tra Israele e Iran,  con i bombardamenti americani a tre siti nucleari nella notte tra il 21 e 22 giugno, guerra ripresa con la nuova aggressione congiunta  di Israele e Usa il 28 febbraio 2026 e ancora in corso . Un’altra donna aiuterà Farah a reperire notizie del nonno, Setareh, che fa parte dell’attuale movimento giovanile di opposizione che comunica tramite Telegram e che ha cominciato a raccogliere memorie delle lotte passate. Passato  e attualità si intrecciano così indissolubilmente e la ricerca di Farah della verità sul  nonno dà all’autrice l’opportunità di rievocare molti momenti cruciali della storia dell’Iran. Si rievoca il colpo di stato contro il primo ministro  democratico Mossadeq nel 1953, il regno e la deposizione di Reza Pahlavi anche ad opera della sinistra, il prevalere poi della fazione islamista della rivoluzione e il ritorno alla repressione dei vari partiti laici e progressisti, tra cui il Tudeh, il partito comunista iraniano che negli anni Cinquanta aveva contato più di  duecentomila iscritti e di cui faceva parte Farid. Si ricorda la sanguinosa guerra tra Iraq e Iran (1980 -1988), in cui morirono molti giovani, mentre le ragazze, pur arrabbiate, ma ancora deboli all’interno della società iraniana,  vivevano il senso di colpa favorito dalla propaganda islamista : “Rispetta l’hijab… i nostri martiri sono morti per te”. Parallelamente si svolge  la vicenda di Farah che rifiuta la strada più facile di  tornare in Italia, che le viene offerta dalla madre e decide di non  lasciare il suo Paese per ricongiungersi alle sue radici; crea la nuova famiglia allargata con le altre due donne e il loro figli; accoglie nella nuova famiglia la madre, di cui scopre la vera storia e con la quale infine recupera il rapporto. Questo filone consente alla scrittrice di ricordare la condizione storica e quella attuale delle donne in Iran e la loro voglia di cambiamento. Non manca la scrittrice di ricordarci, per esempio, che sotto il regime komeinista fino al 2002 l’età per sposarsi era  nove anni lunari, e dal 2002  tredici anni, ma con possibili eccezioni anche  nove. Così come racconta come le ragazze della generazione della madre di Farah, abbiano vissuto un’illusione di emancipazione  promossa attraverso la figura pubblica di “donna moderna “ della sovrana Farah Diba.

Complessivamente se il libro nella vicenda di Farah e delle altre donne , come pure  nella dinamica della riconciliazione della protagonista con la madre appare un po’ paradigmatico, risulta più convincente nell’intreccio della ricostruzione della storia del nonno. Inoltre ha il merito di rievocare eventi tragici della storia dell’Iran e di un conflitto ancora irrisolto, in cui le donne come Farah, Saba e Gulbano sono determinate a resistere e a opporsi a un regime che dopo la guerra dei Dodici giorni ha cercato di ripresentarsi con un volto falsamente più  rispettabile.

Pegah Moshir Pour dedica il libro alla sorella più giovane e “alla sua generazione disillusa, indomabile, in costante ricerca di un’esistenza più alta e di una vita ben vissuta”.


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