Emfa, la grande incompiuta

L’uomo, la natura, la guerra

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“Essential killing”, di Jerzy Skolimowski, prod. Pol., Nor., Ungh., Irl., 2010.

Con Vincent  Gallo, Emmanuelle Seigner, Zach Cohen, Iftach Ophir, Phillip Gloss

Con Essential Killing, Jerzy Skolimowski realizza un’opera radicale, asciutta e spietata, in cui il racconto si svuota di ogni accessorio per diventare pura esperienza sensoriale e fisica. Il film si concentra sull’essenziale, sul gesto, sull’istinto. La trama, ridotta al minimo, è il pretesto per riflettere sull’uomo privato della sua identità, gettato nella brutalità della natura e costretto alla sopravvivenza più cruda. Il protagonista, Mohammed, un presunto talebano, interpretato da Vincent Gallo, viene catturato dai soldati americani in Afghanistan dopo un’imboscata in cui uccide tre militari. Trasferito in Europa in una zona montuosa e innevata, mai identificata con precisione, riesce a fuggire in seguito a un incidente durante il trasporto. Inizia così una lunga fuga attraverso paesaggi ostili, inseguimenti, uccisioni necessarie e una sopravvivenza fatta di istinti, fame, dolore e silenzio. Gallo non pronuncia una sola parola per tutta la durata del film. L’unico linguaggio che gli resta è quello del corpo: grida, affanni, lamenti, sguardi allucinati. Non serve comprendere la lingua dei suoi inseguitori, né dare un nome ai luoghi attraversati.

Tutto diventa anonimo, astratto, e proprio in questa indeterminatezza geografica e culturale si disvela la potenza simbolica. Il film è straordinario per rigore e tensione. Skolimowski alterna soggettive ravvicinate a riprese aeree, immergendo lo spettatore nella corsa frenetica del fuggitivo e nel suo spaesamento sensoriale. Il passaggio, dal deserto afghano alle foreste innevate dell’Est Europa, è immediato, quasi a volerci dire che, in fondo, i luoghi della guerra si assomigliano tutti. Sono scenari di morte, vuoti, crudeli, dove la vita umana ha poco valore. Il contesto geopolitico viene liquidato in pochi minuti: i soldati americani parlano per frasi fatte, tratte dal repertorio più banale della retorica sulla guerra al terrore. Skolimowski sembra voler togliere, fin da subito, ogni pretesa di attualità o denuncia storica. La sua attenzione non è rivolta al conflitto tra Occidente e Medio Oriente, ma a una dimensione più arcaica e universale. L’uomo non è più rappresentante di una causa o di un popolo, ma semplice organismo vivente che cerca di sopravvivere, scivolando fuori dalla Storia per rifugiarsi nel presente assoluto della necessità. Questa fuga nell’essenzialità vitale è segnata da momenti di rara intensità. Il film mantiene una forte tensione ipnotica grazie a una narrazione per sottrazione. Il fuggitivo ruba pesci, ha visioni mistiche, arriva perfino a succhiare il latte dal seno di una donna muta. La regia è di di grande impatto: la fotografia magnifica trasforma la natura in un avversario implacabile, mentre il montaggio sonoro, fatto di rumori della foresta, spari, ansimi, contribuisce a creare un’atmosfera allucinata.

La colonna sonora è affidata soprattutto al paesaggio stesso, che respira, sibila e minaccia. È un mondo senza parole, indifferente e spietato. Skolimowski non sembra interessato a raccontare una storia nel senso classico, quanto a indagare una condizione. Quella di un uomo braccato, che scivola sempre più verso l’animalità, privato di passato, di nome, di futuro. I pochi flashback che mostrano moglie, figlio e richiami religiosi non chiariscono il suo passato, ma servono solo a mostrare quanto ormai esso sia lontano, inutile, perso. Conta solo l’adesso, fatto di fame, freddo e paura. Vincent Gallo offre una delle sue prove attoriali più coraggiose. Il suo corpo è il veicolo della narrazione. Smagrito, selvatico, sempre più sporco e segnato, si muove in un paesaggio che non lo accoglie. Gallo regge il film da solo, in ogni singolo fotogramma, con una fisicità intensa e disturbante. Mai funzione dell’attore fu più importante in un film, anzi il film, in questo caso, è l’attore stesso. Essential Killing è un film straordinariamente spiazzante. Conquista per la sua audacia formale, la sua capacità di ridurre tutto al gesto e all’essenza, il suo coraggio nell’evitare qualsiasi spiegazione o contesto. È un’opera che sembra voler essere tanto primitiva quanto concettuale, tanto fisica quanto simbolica. Un esperimento raro nel cinema contemporaneo.

Un film che rifiuta la parola, la Storia e perfino la psicologia per immergere lo spettatore in un viaggio senza coordinate, dentro la sopravvivenza pura. Una caccia all’uomo che diventa, in definitiva, una caccia all’Uomo stesso, alla sua natura, alla sua resistenza, alla sua disperazione. Un passo indietro verso le radici dell’Umanità, pronta a tirare fuori all’occorrenza i suoi impulsi primordiali, fino ad annullare una Storia di emancipazione che si dimostra, quotidianamente, sempre più fragile e precaria. Dunque, un’opera ammonitrice sulle possibilità di ritorno alle origini di una intera civiltà, perché le sovrastrutture, quelle che hanno segnato il progresso, non annullano gli istinti, tenuti a bada, freudianamente, dal benessere e dalle leggi. Quando questi elementi latitano per motivi vari, vedi le guerre, come in questo caso, siamo tutti costretti, nuovamente, anche a distanza di secoli, e senza neanche accorgercene, all’anno zero, alla bestialità più assoluta.

 


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