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“Il gabbiano”, di Anton Čechov

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Compagnia Godot di Bisegna-Bonaccorso.

Scalinata del Castello di Donnafugata, Ragusa.

Scena e regia di Vittorio Bonaccorso.

Costumi di Federica Bisegna.

Con Federica Bisegna, Vittorio Bonaccorso, Benedetta D’Amato, Roberto Palomba, Rossella Colucci, Alessandra Lelii, Alessio Barone, Lorenzo Pluchino, Mario Predoana, Anna Pacini.

“Il gabbiano”, di Anton Čechov, è uno di quei testi che sembrano sfuggire a qualsiasi definizione. Più che raccontare una storia, descrive la condizione umana come in una classica opera-mondo. L’azione procede lentamente, quasi in secondo piano, mentre sono i sentimenti, i silenzi, i rimpianti e le illusioni dei personaggi a occupare il centro della scena. È proprio questa natura profondamente descrittiva dell’opera che Vittorio Bonaccorso ha saputo cogliere nella sua regia, costruendo uno spettacolo di grande intensità emotiva con il quale la Compagnia Godot restituisce tutta la sorprendente modernità di Čechov. La scelta registica si muove in una direzione precisa. Bonaccorso adotta un linguaggio fortemente cinematografico, trasformando il palcoscenico in uno spazio attraversato da immagini più che da azioni. I corpi degli attori si muovono secondo una precisa costruzione coreografica, ma a questi momenti di movimento si alternano improvvise sospensioni, nelle quali gli interpreti rimangono immobili, quasi trattenuti da una forza invisibile. Non sono semplici pause sceniche, sono immagini che fissano nello spettatore la condizione esistenziale dei personaggi, uomini e donne incapaci di liberarsi dalla propria storia, prigionieri dei desideri che inseguono e delle occasioni perdute. Anche il tempo diventa materia teatrale. Bonaccorso non ha fretta di raccontare, ma lascia che siano le parole, i silenzi e soprattutto i numerosi monologhi a modellare il ritmo dello spettacolo. Il tempo sembra, così, dilatarsi fino a diventare esso stesso parte del dramma. La scenografia “naturale” della scalinata del Castello di Donnafugata contribuisce alla messinscena in senso simbolico e metateatrale, quasi fosse il luogo in cui ogni personaggio tenta di salire verso i propri sogni per poi ritrovarsi inevitabilmente ricondotto alla realtà. Lo spazio scenico viene sfruttato con grande intelligenza. Più volte gli attori abbandonano il palcoscenico e si dirigono verso il pubblico, rompendo il confine tradizionale della rappresentazione. Non è una scelta spettacolare fine a sé stessa. È come se quei personaggi cercassero una via di fuga da una realtà ormai insopportabile, coinvolgendo gli spettatori nel loro stesso disagio. In quei momenti il pubblico non osserva soltanto la vicenda, ma viene quasi chiamato a condividerne il peso. Al centro della lettura di Bonaccorso rimane la parola, veicolata dentro la realtà e, parallelamente, come strumento di teatro nel teatro. In Čechov i personaggi parlano continuamente, ma raramente riescono davvero a comunicare. Le parole diventano spesso uno strumento per nascondersi, per ingannare sé stessi prima ancora degli altri. Si promettono felicità, amore, successo, ma finiscono quasi sempre per smentire ciò che hanno appena detto. Eppure è proprio da questa continua contraddizione che nasce la straordinaria poesia dell’opera. La prosa si trasforma lentamente in emozione, la leggerezza lascia spazio al dramma e la quotidianità assume un’intensità che colpisce profondamente lo spettatore. La scena iniziale, dominata dal vento, richiama inevitabilmente il cinema di Federico Fellini. Non è un semplice omaggio. Il regista riminese è, forse, l’artista della Settima arte che più si avvicina ai temi del grande commediografo russo, capace di osservare l’umanità con uno sguardo che unisce malinconia, ironia e compassione. Bonaccorso sembra cogliere questo legame e tradurlo in una scrittura scenica fatta di “immagini” che restano impresse nella memoria più ancora delle singole battute. In questa lettura registica i personaggi non sono eroi né colpevoli. Appaiono piuttosto come frammenti di umanità destinati a cercarsi, ferirsi, allontanarsi e poi ritrovarsi in un equilibrio sempre precario. anche all’interno della grande metafora del rapporto arte-realtà. Ognuno combatte la propria battaglia personale, ma nessuno può essere davvero giudicato. Čechov osserva tutti con la stessa pietà, consapevole che l’uomo vive continuamente sospeso tra egoismo e generosità, speranza e disillusione, desiderio e rinuncia. È una sorta di guerra fratricida senza vincitori né sconfitti, dove ciascuno tenta semplicemente di sopravvivere a sé stesso. La qualità dello spettacolo passa anche attraverso un gruppo di interpreti che riesce a dare spessore a ogni figura del dramma, evitando qualsiasi eccesso e privilegiando la complessità emotiva dei personaggi. Roberto Palomba costruisce un Konstantin attraversato da una continua inquietudine. Nel suo volto e nei suoi gesti si legge il bisogno di affermarsi come artista e, allo stesso tempo, la sofferenza di un figlio che rincorre inutilmente l’attenzione della madre. La sua progressiva disillusione accompagna lo spettatore fino all’epilogo con grande intensità.

Rossella Colucci dà vita a uno Sorin delicato e profondamente umano. Il suo personaggio sembra portare sulle spalle il peso di un’esistenza trascorsa a rinunciare ai propri desideri. Nei suoi interventi affiora continuamente la nostalgia per una vita che avrebbe potuto essere diversa e che ormai appartiene soltanto ai ricordi. Alessandra Lelii rende Maša una donna consumata da un sentimento che non trova risposta. La sua malinconia non esplode mai apertamente, ma si manifesta attraverso piccoli gesti, sguardi e silenzi che raccontano meglio di qualsiasi parola il suo disagio. Accanto a lei, Lorenzo Pluchino tratteggia un Semen semplice, onesto e generoso, incapace però di conquistare il cuore della donna che ama. Benedetta D’Amato restituisce, in maniera a dir poco straordinaria, tutta la trasformazione di Nina, che passa dall’entusiasmo ingenuo di una ragazza piena di speranze alla dolorosa consapevolezza di quanto la vita possa mettere alla prova chi rincorre un ideale. Il suo percorso diventa uno dei momenti più significativi dell’intera rappresentazione. Federica Bisegna offre una Irina elegante e autorevole, ma incapace di guardare oltre il proprio universo artistico. L’affetto verso il figlio rimane soffocato dal bisogno di preservare sé stessa e il proprio ruolo, rendendo ancora più evidente la distanza che separa i due. Vittorio Bonaccorso interpreta Trigorin evitando di farne un semplice uomo di successo. Il suo è uno scrittore che osserva ogni esperienza con gli occhi di chi cerca continuamente materiale per la propria arte, ma dietro questa apparente sicurezza lascia emergere una personalità fragile, facilmente condizionabile e priva del coraggio necessario per compiere scelte definitive. Tra tutte le figure dell’opera, il dottor Dorn interpretato da Alessio Barone rappresenta forse il punto di maggiore equilibrio. È l’unico che sembra conservare uno sguardo limpido sulle vicende che lo circondano, offrendo ascolto e comprensione senza pretendere di imporre verità agli altri. La compostezza con cui affronta anche il momento conclusivo del dramma contribuisce a farne la coscienza silenziosa dell’intera vicenda, quasi il personaggio attraverso il quale Čechov osserva con affettuosa lucidità le debolezze dell’uomo. La Compagnia Godot firma così uno spettacolo che non cerca facili effetti, ma affida tutta la propria forza alla profondità del testo e alla sensibilità della regia. Vittorio Bonaccorso non si limita a rappresentare Čechov, ne restituisce la sostanza più profonda, trasformando la scena in uno spazio dove il teatro incontra il cinema e dove ogni immagine, ogni pausa e ogni parola raccontano la difficile avventura dell’essere umano. È uno spettacolo destinato a lasciare una traccia duratura, perché riesce a fare ciò che solo il grande teatro sa fare: mettere lo spettatore davanti a sé stesso.

Ovviamente, scroscianti gli applausi a scena aperta e finali, a gratificare lo straordinario impegno di una Compagnia di professionisti del teatro di qualità, la Godot di Ragusa, che non finisce mai di stupire il suo pubblico.

 


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