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La pillola anticoncezionale: un’arma a doppio taglio

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Cos’è la pillola contraccettiva: storia del farmaco nei due Paesi

È il 1960 quando una nuova tecnologia medica si insinua nei focolari per sconvolgere la quotidianità di ogni famiglia americana, inaugurando il decennio della rivoluzione sessuale. Enovid, la prima pillola anticoncezionale, ricavata dalla rimozione dell’atomo di carbonio 14 dalla molecola di progesterone, è ufficialmente sul mercato farmaceutico. Il nuovo medicinalefirmato Rock e Pincus gestisce le irregolarità del ciclo mestruale e previene il rischio di gravidanza grazie a un meccanismo di inibizione dell’ovulazione: non rilasciando ovociti, la mestruazione scompare. L’invenzione, in quanto strumento di liberazione del corpo femminile dall’onere della gravidanza, verrà subito rivendicata dai movimenti femministi della seconda ondata che si battono per una contraccezione “libera e sicura”. Ma presto si rivelano pratiche colonialiste e metodi coercitivi connessi alla sperimentazione della tecnologia, al punto che questa è arrivata ad esprimere il concetto di Φάρμακον (pharmakon), cioè una sostanza che può fungere da rimedio o da veleno.

Sebbene il plauso sia ben diffuso tra le donne, la sua distribuzione in Europa tarda. In Francia, il contesto politico non è così accogliente: “il terrore della denatalità” dovuto alle ingenti perdite umane subìte nel corso della Seconda Guerra mondiale (circa il 4% della popolazione) rallenta il varo della legge Neuwirth, che nel 1967 legalizza la contraccezione sostituendosi alla legge degli anni Venti che interdiceva l’aborto e la cosiddetta “propaganda anticoncezionale”. Il provvedimento è frutto di decenni di lotta femminista, condotta in particolare dalla ginecologa LagrouaWeill-Hallé, che, insieme alle compagne Valabrègue et Simon, l’otto marzo del 1956 fonda la Maternité Heureuse, antenata dell’attuale Mouvement Français pour le Planning Familial. Quest’ultima è l’associazione nazionale che provvede all’educazione sessuale, al diritto alla contraccezione e alla difesa delle vittime di discriminazione e violenza di genere in tutto l’Esagono. Ma il 1967 è solo l’inizio: nel 1975 la legge Veilstabilisce il rimborso spese della pillola a carico della SécuritéSociale, l’analoga della ASL italiana, e tra il 1978 e il 1988 si assiste a una vera e propria “rivoluzione contraccettiva” che incrementa sempre più i tassi di utilizzo di questa tecnologia, al punto che Roux definisce il panorama attuale dei farmaci anticoncezionali come “pillolocentrico”. L’egemonia dura fino al 2010, quando si registra una lieve “crisi della pillola” dovuta alla scoperta di effetti indesiderati di questa.

Allo stesso modo, la situazione italiana non è delle migliori: seppur prescritta a soli fini curativi e non contraccettivi, la pillola del 1967 scaglia la prima lancia contro la roccaforte della morale conservativo-cattolica che da anni paralizza ogni iniziativa del movimento femminista. Non a caso nel 1969 il pontefice Paolo VI, a seguito di mesi di confronti presso “La commissione pontificia per lo studio dei problemi della popolazione, della famiglia e della natalità”, risponde alla legalizzazione del farmaco con l’enciclica Humana Vitae. Il documento, maturato grazie allo studio incrociato di teologia, medicina e psicologia, presenta una summa del chiuso dogmatismo papale di fronte alla possibilità di concepire la sessualità al di fuori dal fine riproduttivo. Ma la comunità cattolica non è l’unica a rallentare il processo di diffusione: sorprendentemente anche il Partito Comunista Italiano dissimula una certa diffidenza nei confronti della pillola, che sarebbe andata a minare il concetto di “massa” delle classi operaie, quindi di riproduzione sregolata, su cui si fondava la sua politica. Perciò, in questo panorama sfavorevole, la lotta per la liberazione dei corpi è avanzata da forze alternative, come il Partito Radicale, nel quale gioca un ruolo fondamentale il Movimento Liberazione Donna, l’Aied (Associazione italiana per l’educazione demografica) e ovviamente i collettivi femministi, come il Fronte Italiano di Liberazione Femminile. È grazie alle loro pressioni che il dieci marzo del 1971 la Corte costituzionale abroga l’articolo 533 del Codice Rocco, il Codice penale istituito in epoca fascista (1927) e adottato nella Prima Repubblica,emendando la dicitura per cui “è vietata la propaganda di mezzi diretti a impedire la procreazione”. Malgrado la vivacità del dibattito pubblico, si dovrà attendere fino al 1976 per i progressi veri e propri, come l’apertura dei primi consultori e la vendita dei contraccettivi in farmacia. Ad oggi, si può concludere che la pillola non si è ancora definitivamente affermata nella società italiana, e forse mai si affermerà. Infatti, il nostro Paese detiene la media d’utilizzo più bassa in Europa: le due milioni di italiane che hanno scelto la pillola non rappresentano che il 16% della popolazione femminile totale. Rimando al paragrafo sottostante per un’analisi di questo fenomeno.

Analisi e confronto dei dati raccolti: il caso italiano e quello francese

Conducendo l’inchiesta su giovani ragazze italiane e francesi tra i diciotto e i ventiquattro anni, ho potuto constatare numerose analogie e differenze nell’uso e nella percezione della pillola anticoncezionale. Tra le prime, sicuramente l’urgenza generale di ricevere un’educazione sessuale a scuola, la coscienza di non essere mai completamente informate sulla composizione e gli effetti del farmaco e i motivi comuni della sua assunzione, primo fra tutti il primo rapporto sessuale con il ragazzo. Lo scarto che invece divide le intervistate delle due nazionalità riguarda in primis il trattamento del tema: se le italiane discorrono tranquillamente sui propri metodi concezionali, le francesi li considerano piuttosto un tabù. Cambia anche il contesto: quando in Italia ci si può ritrovare a giustificare la scelta del contraccettivo di fronte alla farmacista, pur non avendo ricevuto piene informazioni da una figura medica, in Francia la pillola è distribuita gratuitamente con opuscoli scientifici nelle università. Dunque, a partire da queste osservazioni, ho organizzato le conclusioni secondo tre categorie qui riportate.

Conclusioni: le tre assi di interpretazione

Le donne si organizzano

Nel paragrafo precedente si è potuto notare un grande divario tra le giovani francesi e italiane riguardo al grado di informazione sulla pillola. Infatti, mentre il sistema educativo delle prime sembra essere più efficace, seppur minimo, i contributi dell’altrosono quasi nulli. Tuttavia, si osserva un paradosso importante: la coscienza sessuale delle ragazze francesi non impedisce loro di mantenere un certo tabù sulla contraccezione, di cui non parlano mai con le amiche. Questo fenomeno non deve essere interpretato come una “saturazione” di informazioni sulla pillola, dal momento che esse stesse dichiarano che la sessualità è un argomento “fastidioso”, mentre le italiane suppliscono alla mancanza istituzionale con uno scambio intenso e informale sul tema. Infatti, è comune in Italia che due ragazze che non hanno un rapporto così intimo chiacchierino in interazioni occasionali degli effetti della pillola, confrontando le proprie esperienze. Questo è anche il motivo per cui è stato molto più facile trovare intervistate italiane rispetto a quelle francesi, più chiuse sull’argomento. Da qui si possono avanzare due constatazioni: l’accessibilità all’informazione istituzionale non implica un’apertura sociale al tema e la mancanza di spiegazioni spinge le donne ad organizzarsi. Questa familiarità o chiusura alla pillola nei rapporti sociali è sintomo di una forte solidarietà femminile nella società italiana e di una sorta di individualismo in quella francese. Di conseguenza, ci si pone un dubbio: qual è il sistema migliore, quello francese o quello italiano? L’accesso ai dati sulla contraccezione è il mezzo più efficace per diffondere consapevolezza ed emancipazione? In medio stat virtus. Probabilmente le campagne di informazione puramente scientifiche dovrebbero essere integrate con nozioni sociali e critiche sul tema.

La pillola “è l’entrata”

In generale, si è osservato che la prima ragione che spinge le giovani donne verso la pillola è la contraccezione: la sua praticità le permette di scalare la piramide dei mezzi contraccettivi per arrivare in cima. Tuttavia, questa scelta è nella maggior parte dei casi poco ragionata e seria, nonostante sia la prima tappa del percorso sessuale di una donna. In effetti, è sorprendente sapere quante giovani donne non conoscono alcun metodo contraccettivo al di fuori della pillola: essa è diventata “l’ingresso”, il “punto di partenza” da cui le consumatrici si informano in dettaglio sulla sessualità e sulla contraccezione. La consapevolezza su questi temi si sviluppa nell’esperienza empirica di ciascuna: allo stesso modo in cui l’utente della pillola si informa su questa dopo averne sperimentato gli effetti sul suo corpo, le ragazze iniziano a interessarsi alla contraccezione dopo un primo contatto, che nella maggior parte dei casi è rappresentato dalla pillola stessa. Quindi, questa tecnologia di genere apre la strada a un nuovo spazio della vita adulta che le giovani donne stanno scoprendo: la sfera della sessualità. Qui si comprendono i vantaggi di questo fenomeno, che in ogni caso contribuisce a stimolare la curiosità su questi argomenti, ma anche gli svantaggi, soprattutto perché quando si impara qualcosa sul farmaco lo si sta già assumendo.

L’informazione di genere

Un’altra nota importante che ha accompagnato quasi tutte le interviste è la femminilizzazione dell’informazione sulla contraccezione: come nel mondo del lavoro, si osserva una divisione di genere nella conoscenza dei metodi contraccettivi. Anche se il rapporto sessuale nelle coppie eterosessuali che ho indagato coinvolge un uomo e una donna, quest’ultima è spesso più preoccupata e attenta al rischio di gravidanza. Certo, è lei che potrebbe rimanere incinta, ma questa responsabilità deve essere condivisa tra le due parti. Tuttavia, i ragazzi delle consumatrici della pillola dimostrano una vera ignoranza del tema: convinti che sia l’equivalente del preservativo, trascurano tutti i suoi effetti collaterali e le sue implicazioni sociali. Questo sistema li favorisce convertendo una tecnologia presumibilmente liberatrice nell’ennesimo strumento di oppressione. Da qui la necessità di un’informazione che sia egualitaria ed emancipatrice: come si può considerare la parità dei sessi quando solo uno è coinvolto nella contraccezione? È davvero possibile realizzare la liberazione sessuale delle donne se sono le uniche a parteciparvi? L’uguaglianza di genere si gioca soprattutto nel microcosmo del sesso, cioè nella relazione più intima tra la donna e il suo potenziale oppressore. Se i rapporti di dominio si riproducono anche al livello più personale delle interazioni umane, allora siamo ben lontani dall’emancipazione.

 

 

Bibliografia

 

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