Non pretendiamo una dichiarazione sul modello di quella che compì Berlinguer alla Festa dell’Unità del ’77, a Genova, quando esclamò con una certa enfasi: “Non saranno quattro untorelli a spianare Bologna!”. Ci accontenteremmo di molto meno, ma il silenzio o quasi anche no. Se consideriamo, infatti, che nel caso specifico Berlinguer e lo stesso sindaco di allora, Renato Zangheri, avessero torto (Pierfrancesco Lorusso, proprio come Carlo Giuliani nel 2001 a Genova, era rimasto vittima della violenza repressiva delle forze dell’ordine cossighiane, pertanto la rabbia della sinistra extraparlamentare, anche contro il PCI, era comprensibile) mentre Matteo Lepore, sindaco attuale della capitale della sinistra italiana, ha ragione da vendere, è evidente che le assenze pesino più delle presenze.
Sia chiaro: siamo certi che Elly Schlein il prossimo 2 agosto sarà, come sempre, alla stazione per rendere omaggio alle ottantacinque vittime della strage fascista del 2 agosto 1980, e forse ha fatto bene a non strumentalizzare una tragedia, quella di Abderrahim Fakir, per la quale basta la destra a seminare zizzania e creare il caos ad arte; peccato che si sia percepita una certa solitudine da parte di Lepore, peraltro finito sotto scorta per le minacce ricevute.
Spiace dirlo, ma questo è un problema di cultura politica. Come ha spiegato di recente Vincenzo Vita, ricordando Marco Pannella nel decennale della scomparsa e plaudendo allo sciopero della fame di Roberto Giachetti nel tentativo di sbloccare la Commissione di Vigilanza RAI, ormai intere generazioni sono nate e cresciute nella cultura dei talk, mentre la vecchia scuola radicale, ma anche quella comunista, prevedeva la cultura del corpo, della testimonianza, della presenza fisica e della rappresentanza. C’entra senz’altro il fatto che il Parlamento sia, dal 2006, composto da nominati anziché da eletti, c’entrano i social network, c’entrano molteplici aspetti e non saremo noi a gettare la croce addosso a chicchessia. E però, possibile che il Partito Democratico, ma diremmo l’intero Campo progressista, non abbia avvertito la necessità di recarsi a Bologna in massa e animare il Pilastro con un’assemblea permanente, volta all’ascolto e alla comprensione della cittadinanza, oltre a manifestare la doverosa solidarietà nei confronti dell’uomo morto, anche in questo caso, mentre era di fatto nelle mani dello Stato? Possibile che nel principale partito d’opposizione scatti sempre, in alcuni settori, la mozione d’ordine, per cui si sta con gli agenti a prescindere altrimenti il rischio è di venire accomunati ai violenti di tutte le fazioni?
Possibile che a quelle latitudini, e non solo, non siano in grado di dire espressamente: “Ripudiamo qualsivoglia forma di violenza, avendo innalzato in ogni circostanza la bandiera della PACE, ma non consentiremo che nelle nostre città si comincino a vedere scene degne dell’ICE trumpiana”? Possibile che non sappiano rispondere, a proposito delle manifestazioni contro la TAV: “Siano fermati tutti gli infiltrati, i violenti e i facinorosi, a differenza di ciò che avvenne nel 2001 a Genova, ma la si smetta di militarizzare una valle che si batte, a ragion veduta, contro un’opera inutile, costosissima e dannosa per l’ambiente e la salute delle persone”? Possibile che siano afoni, o quasi, al cospetto della deriva securitaria che rischia di riempire ulteriormente le carceri minorili per reati che un tempo non erano tali, introdotti ad hoc non per contrastare i cosiddetti “maranza” ma per mettere a tacere il malcontento e le sacrosante proteste di chi ha ancora poco da perdere e può permettersi, quindi, la libertà di esprimere, anche con azioni dimostrative, il proprio fastidio per le politiche attuate, in ogni ambito, dall’attuale esecutivo? Possibile che siamo ancora qui a parlare dell’estintore di Giuliani, dei guai con la droga di Cucchi e adesso dei problemi psichici di Fakir, senza ribadire che, a maggior ragione, di fronte a persone fragili e in difficoltà, lo Stato deve intervenire con fermezza ma senza usare alcuna violenza?
Difendere Bologna, ora più che mai, significa riannodare i fili. E rianbodare i fili significa schierarsi dalla parte del Pilastro umiliato, del sindaco Lepore aggredito con una ferocia inaudita, dei familiari delle vittime del 2 agosto e, soprattutto, della verità: l’eterna P2 italiana, le connessioni tra logge massoniche, servizi collusi ed estrema destra; i tentativi di destabilizzare il quadro politico a suon di bombe e spargimenti di sangue; i punti oscuri, i non detti e l’eccessiva vicinanza di determinate personalità ad ambienti, diciamo così, extracostituzionali.
Proteggiamo Bologna da chi vorrebbe spiantarla, proprio come mezzo secolo fa, e diciamolo apertamente, prima che sia tardi. Il Pilastro siamo noi, Fakir siamo noi, la stazione e l’orologio fermo alle 10,25 siamo noi, Lepore siamo noi e Fabio Anselmo, avvocato della famiglia di Fakir, non è solo un amico ma un punto di riferimento che tiene insieme alcune delle più tragiche vicende italiane degli ultimi due decenni, dunque un presidio vivente di memoria e rivendicazione di diritti e dignità umana. Con meno di questo, avremo sprecato un’occasione.
