L’inchiesta sulla strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980 (85 morti, oltre 200 feriti), è stata caratterizzata da una lunga serie di depistaggi, occultamento delle prove, deviazioni delle indagini, in linea con tutto quello accaduto per tutte le altri stragi della cosiddetta “strategia della tensione” dal 1969 (piazza Fontana e le bombe precedenti), alla stazione di Bologna.
Una strage “annunciata” più volte, ben prima del 2 agosto 1980. Il primo allarme è contenuto in un documento acquisito dalla Corte d’Assise di Bologna intitolato “Situazione mensile del terrorismo – giugno 1980”. È il rapporto riservato dei servizi segreti, secondo cui la lotta armata di sinistra si trova in difficoltà a causa dei pentimenti, mentre si rafforzano le attività dei gruppi neofascisti. Viene segnalata in primis “la particolare pericolosità del terrorismo di destra che può realizzare imprese terroristiche imprevedibili con alta potenzialità distruttiva e destabilizzante”. Il rapporto anticipa di qualche settimana l’attentato del 30 luglio 1980, ore 1,55, davanti all’ingresso secondario di Palazzo Marino, sede del Comune di Milano, ad opera della destra eversiva: un ordigno viene piazzato in una fiat 132, sul posto vengono rinvenuti un tubo di piombo riempito di esplosivo e una tanica con otto chili del cosiddetto Anfo utilizzato nelle cave. Nessuna vittima, ma l’avvertimento contro le istituzioni è fin troppo evidente.
Il secondo allarme è costituito dalle dichiarazioni di un detenuto per reati comuni al giudice di sorveglianza, nel carcere di Padova. Il 10 luglio 1980, Luigi Presilio Vettore spiega al magistrato che è imminente un gravissimo attentato da parte di un gruppo estremista di destra. Lo stesso gruppo gli propone di partecipare a un successivo attentato contro il giudice di Treviso Giancarlo Stiz, impegnato in indagini connesse a quelle sulla strage di Piazza Fontana. La fonte di Vettore è il neofascista Roberto Rinani, inserito nella cellula eversiva di Massimiliano Fachini.
Il terzo allarme sta scritto nel rapporto del colonnello Amos Spiazzi al sisde che preannuncia azioni eclatanti della destra eversiva. Verso la metà di luglio del 1980, Spiazzi viene incaricato dal sisde di indagare sui neofascisti. Così si reca a Roma e incontra Francesco Mangiameli detto “Ciccio”, uno dei suoi informatori. Durante una passeggiata sul Lungotevere, Mangiameli confida a Spiazzi che dopo l’omicidio del giudice Mario Amato, Francesca Mambro e Valerio Fioravanti brindano a ostriche e Champagne. Sostiene che i due neofascisti abbiano conquistato la leadership dei nar, proprio grazie alle loro gesta criminali. Anticipa il progetto di uccidere il giudice Giancarlo Stiz. Infine Mangiameli rivela di essere stato incaricato da Stefano Delle Chiaie di reperire armi ed esplosivo e che per i primi di agosto è previsto un attentato di “enormi proporzioni”. Il 31 luglio 1980, il colonnello Spiazzi deposita la sua relazione al sisde, tutta incentrata sulle affermazioni di Mangiameli. Poi rilascia un’intervista a Pino Nicotri del settimanale «L’Espresso» in cui annuncia la strategia terroristica. Spiazzi non rivela la fonte, solo il suo soprannome di “Ciccio”. L’intervista viene pubblicata il 24 agosto 1980, tre settimane dopo la strage. Il 9 settembre 1980, a Tor dei Cenci, Roma, Francesca Mambro, Valerio e Cristiano Fioravanti, aiutati da Giorgio Vale e Dario Mariani, uccidono Francesco Mangiameli detto “Ciccio” e lanciano il suo corpo zavorrato in un bacino artificiale.
Per tutto il 2 agosto 1980, le autorità mettono in dubbio la natura dolosa dell’esplosione. Ipotizzano cause fortuite, come lo scoppio delle tubature del gas e della caldaia del ristorante Cigar. Nella piazza davanti alla stazione funzionari dei servizi segreti civili e militari indirizzano i giornalisti verso le cause dell’incidente. È stata una caldaia, dicono, ma sotto il bar-ristorante nella sala d’aspetto la caldaia è perfettamente funzionante, e le centinaia di testimonianze raccolte in quelle ore, da giornalisti e poliziotti, svelano in breve tempo il trucco. Si verifica dunque la prima intromissione degli apparati dello Stato. Negli anni delle inchieste su Bologna, i servizi compiono un numero notevole di depistaggi come provato in sede giudiziaria.
Il 3 agosto 1980, durante una conferenza stampa a Bologna, il presidente del Consiglio Francesco Cossiga ammette che in stazione è stata provocata “una deflagrazione dolosa”, un grave attentato del quale non si conoscono i motivi. E il giorno dopo risponde nell’aula del Senato alle decine di interrogazioni di maggioranza e opposizione.
” Gli accertamenti tecnici tendono comunque ad accertare: la natura chimica della sostanza esplosiva attraverso l’esame dei residui e la relativa capacità distruttiva, elementi questi che potranno essere chiariti solo con delicate indagini strumentali di laboratorio non certo eseguibili in brevissimo tempo; la natura del congegno…”
Il generale Giulio Grassini, capo del sisde dal 1977 e iscritto alla loggia massonica P2 di Gelli, avalla la pista libanese del terrorismo italo-tedesco, ma precisa che i nominativi italiani sono camuffati in lingua straniera e che non c’è la possibilità di ottenere un elenco. Compare sul «Corriere del Ticino» un’intervista a Abu Ayad, dirigente dell’olp: riferisce informazioni sull’esistenza di campi di addestramento per stranieri nei pressi di Aqura, nella zona est di Beirut. Ayad afferma che in questi campi operano gruppi di italiani e tedeschi il cui responsabile è un certo Hoffman. Per l’esponente palestinese i due gruppi hanno discusso una strategia per restaurare il nazifascismo nei loro Paesi attraverso attacchi frontali contro le istituzioni e che i fascisti italiani avevano dato inizio alle loro operazioni con un attentato a Bologna. Durante l’interrogatorio del 5 luglio 1985, il colonnello dei servizi Stefano Giovannone ammetterà che il sismi è consapevole dell’inconsistenza della pista libanese.
Il 13 gennaio 1981 avviene l’operazione più inquietante e grave. Una valigia viene intercettata in uno scompartimento di seconda classe dell’espresso 514 Taranto-Milano. Il contenuto richiama un attentato non riuscito. La valigia viene aperta dagli uomini della digos: c’è un mitra Mab, costruito dalla Beretta nel 1943 per l’esercito tedesco con due caricatori pieni. L’arma ha il calcio di legno segato, sostituito da un altro di metallo e la canna mozzata. Il mitra proviene dal deposito di armi della Banda della Magliana scoperto al Ministero della Sanità. Il giudice di Bologna Leonardo Grassi sostiene che sia stato prelevato da Massimo Carminati, uomo di collegamento tra i nar e la Banda della Magliana, e consegnato nelle mani dei graduati del sismi, Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte. Nella valigia ci sono otto lattine per generi alimentari, riempite ciascuna con 6/7 etti di sostanze esplosive, innescate con capsule detonanti in alluminio e micce a lenta combustione. Il risultato delle indagini rivela che si tratta di due qualità di materiale esplodente. Polvere da sparo fabbricata per usi civili: “stabilizzata” con un solfato e ottenuta con polveri di recupero, ricavate dallo scaricamento di munizioni. Le perizie chimiche accertano che una parte dell’esplosivo con solfato di bario, utilizzato alla stazione di Bologna il 2 agosto 1980 è compatibile con la polvere da recupero ritrovata pochi mesi dopo sul treno Taranto-Milano. Per il grave depistaggio sul treno Taranto-Milano però la giustizia non giunge a una condanna definitiva. Il 9 giugno 2000 la Corte d’Assise di Bologna condanna Massimo Carminati a 9 anni di reclusione, 4 anni e 6 mesi per Federigo Mannucci Benincasa, ex direttore del sismi di Firenze, e Ivano Bongiovanni, delinquente comune legato alla destra extraparlamentare. Nel 2001 la Corte d’Appello assolve Carminati e Mannucci Benincasa, dichiara inammissibile l’appello di Bongiovanni. Il 30 gennaio 2003 la Cassazione conferma le due assoluzioni.
Estate 1982. Da un carcere della Svizzera, chiede di parlare Elio Ciolini, agente del sac, i servizi segreti civili francesi. Dice di conoscere i colpevoli della strage di Bologna. Ciolini accusa della strage di Bologna alcuni esponenti della destra, tra cui Delle Chiaie, Danet e Fiebelkon. Gli ordini, secondo l’agente, vengono da Licio Gelli e dalla loggia di Montecarlo. La pista che porta a Montecarlo si prolunga fino al 1984 e impegna i magistrati in una difficile opera di verifica della sua testimonianza che porta via tempo prezioso.
