Perchè “Lo straniero”, di Francois Ozon, è un film fallito. Perchè Ozon era proprio l’ultimo dei registi, dall’alto (o dal basso) del suo cinema “esteta”, in grado di poter mettere in scena il fenomenale testo di Albert Camus, già per sua natura complicato, se non impossibile, ad essere “riversato” in film. La narrazione in prima persona di Mersault-Camus implica che, a livello di immagini, ci sia una capacità nel tramutare le parole esplicative una condizione esistenziale tragica (l’assurdità stessa del vivere) in un non verbale così intenso da far arrivare allo spettatore il sentire interiore del protagonista, espresso nel romanzo in una sorta di lungo monologo interiore alla Joyce. Ozon ha semplicemente illustrato un personaggio che sa soltanto dire “non lo so” (scadendo talvolta nel ridicolo), senza riempire anche queste poche parole di un contesto umano adeguato da far arrivare allo spettatore il senso di disagio di chi le pronuncia. Quello di Ozon è un film privo di atmosfera, di sofferenza vissuta nell’indifferenza e nell’impassibilità (anzi, sembra proprio che l’interprete, peraltro molto modesto, ci “provi” continuamente senza riuscirci), di corpi segnati da un presente impossibile da vivere (Mersault sembra uscito da una pubblicità di Dolce e Gabbana nelle sua esibita e nuda bellezza palestrata. Beato lui!). Tutti temi, questi, che fanno la sostanza del grande romanzo di Camus. La stessa opzione per il bianco e nero della fotografia piuttosto che esaltare “l’estraneità” del protagonista la annulla in un indistinto monocromatismo che nulla aggiunge e tutto appiattisce. E’ naturale, e d’obbligo, a questo punto fare un parallelismo con il precedente adattamento filmico dell’opera di Camus, quello di Luchino Visconti, 1967, uno dei migliori del regista milanese, ma, soprattutto, uno dei suoi film più trascurati dalla critica. Lì l’autore di “Senso” usa il volto di Mastroianni alterandolo nella sua bellezza, e, dunque, lavorando su di esso per contrasto, immergendolo in un vissuto tragico “trascinato” nel tempo e nello spazio, con quest’ultimo disegnato da una fotografia a colori (del grande Giuseppe Rotunno), che sottolinea magistralmente i silenti e freddi “tormenti” attraversati da Mersault. Sia chiaro, anche il film di Visconti ha i suoi momenti di “vuoto”, proprio perchè non è facile stare dietro visivamente alla profonda e insieme asettica scrittura del romanziere francese. E allora, diciamola tutta, se i tentativi diretti di mettere in scena questo testo non sono stati pienamente riusciti, con le dovute e grandi distinzioni di cui sopra, qualcun altro artista dell’immagine, molto più affine ai temi e ai modi del grande scrittore transalpino, come Michelangelo Antonioni, con il suo irraggiungibile “Professione: reporter”, 1975, seppure all’interno della sua poetica sull’incomunicabilità, ha pienamente centrato il cuore dell’opera di Camus. A dimostrazione che l’adattamento di un’opera letteraria al cinema passa attraverso le strade più imprevedibili ed inesplorate, anche quelle non direttamente ispirate proprio a quel testo. La trama conta poco, ciò che interessa è sapere raccontare al meglio quella condizione esistenziale, così da esaltare mente e cuore di chi beneficia di un’opera d’arte assoluta.
