Il 3 giugno scorso il Governo ha archiviato definitivamente la legge sul fine vita. Una storia infinita che iniziò nel corso della XVI Legislatura con la legge sulle “dichiarazioni anticipate di trattamento” (DAT) o testamento biologico che mi coinvolse personalmente nel 2009 con un disegno di Legge (A.C. 2595) che rendeva vincolanti le volontà del cittadino che, invece, potevano essere disattese dai medici.
Ci sono voluti 8 anni per trovare un accordo ed attualmente il testamento biologico è disciplinato dalla Legge n. 219/2017, entrata in vigore il 31 gennaio 2018, che consente ad ogni cittadino italiano maggiorenne di indicare in anticipo fin dove le cure potranno spingersi e rifiutare l’accanimento terapeutico o i trattamenti sanitari indesiderati. La norma prevede, tra l’altro, anche la nomina di un fiduciario che rappresenti il paziente, quando non è più in grado di interagire con i medici. Le DAT però, sanciscono l’autodeterminazione del paziente fino a un certo punto, non comprendendo l’assistenza medica al suicidio, che è attualmente regolata dalla giurisprudenza. In Italia il suicidio assistito rappresenta una dicotomia tra una legge del codice penale, che lo vieta, ed un varco aperto da una sentenza della Consulta che lo consente, in presenza di condizioni molto precise. La pratica prevede che un medico, su esplicita richiesta del richiedente, malato consapevole, prepari uno o più farmaci che il paziente dovrà auto-somministrarsi per porre fine alle sue sofferenze. Non si tratta, quindi, di eutanasia, che resta vietata, e come tale penalmente perseguibile, in cui è il medico a somministrare il farmaco letale. A chiedere una legge sul fine vita è stata, più volte, la Corte Costituzionale argomentando che nel nostro Paese esiste un vuoto normativo che andrebbe colmato.
Di fatto, la materia, così spinosa per certa politica, è disciplinata proprio dalle numerose sentenze della Consulta, che ha deciso di volta in volta e caso per caso. La sentenza più eclatante è quella n. 242/2019 inerente il processo nei confronti di Marco Cappato per il suicidio assistito del Dj Fabo, la quale stabilì che tale aiuto non è punibile quando il paziente, capace d’intendere e volere, è affetto da una patologia irreversibile, che gli procura sofferenze fisiche e psicologiche ed è tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale. La Corte, perciò, ha dichiarato, in quella occasione, parzialmente illegittimo l’art. 580 del c.p.p. sull’istigazione al suicidio. Oggi è quanto mai indispensabile che in Italia, vi sia una normativa valida su tutto il territorio nazionale, che disciplini uniformemente il suicidio assistito, così come accade in
Svizzera, Paesi Bassi, Belgio, Spagna, Austria, Germania e Lussemburgo per citarne alcuni, assecondando le volontà del paziente. Per disciplinare una materia così delicata non è più tollerabile l’azione sostitutiva delle singole Regioni, che è causa di prestazioni disomogenee e diversificati aspetti organizzativi nell’ambito della tutela della salute. Le Regioni, infatti, sono tenute a verificare la sussistenza dei requisiti della patologia – come stabilito dalla Consulta – che deve essere irreversibile, dipendente da trattamenti di sostegno vitale, in un paziente consapevole e sofferente (fisicamente e psichicamente), per poter esprimere un parere favorevole, previo assenso di un comitato etico competente. Oggi, le richieste di suicidio medicalmente assistito sono in crescita e secondo l’Associazione Luca Coscioni ammontavano a 51 nel mese di aprile 2025. Il numero è, però, sottostimato se si considera che 6 regioni non hanno consentito l’accesso agli atti. In Trentino-Alto-Adige sarebbero ben 185 le telefonate al “numero bianco”, che chiedevano informazioni su eutanasia e suicidio assistito. Molte di loro hanno scelto di rivolgersi alla vicina Svizzera, dove la procedura è meno farraginosa. Quella del “numero bianco” è una lodevole iniziativa di Valeria Imbrogno, compagna del Dj Fabo, (divenuto tetraplegico e cieco in seguito ad un grave incidente stradale), deceduto in Svizzera, attraverso il quale è possibile richiedere informazioni specifiche sui diritti del fine vita. E’ paradossale che a dare informazioni in tal senso sia un’associazione privata e non il SSN, che in questa materia finge di non vedere e di non sentire. La regione Toscana, per prima, ha legiferato sulla materia (Legge n. 16/2025), garantendo trattamenti gratuiti ed istituendo una Commissione multidisciplinare permanente, per gestire le richieste attraverso criteri ben definiti. Il Governo Meloni impugnò nel maggio 2025, davanti alla Consulta, il dispositivo legislativo chiedendone l’annullamento, ma la Corte Costituzionale respinse il ricorso (sentenza n.204/2025), dichiarando la legge 16/2025 non illegittima nel suo complesso, spianando così la strada alla sua applicazione in ambito regionale. Ciò, tuttavia, crea evidenti e prevedibili disparità di trattamento sul territorio nazionale per i Livelli Essenziali di Assistenza. Il Governo, da parte sua non vorrebbe la presa in carico del suicidio assistito da parte del SSN, demandando ai privati il compito esecutivo. Nel frattempo, mentre la Sardegna ha approvato una legge analoga, la maggioranza dei senatori ha deciso di rinviare la discussione del testo pervenuto nell’aula del Senato, rimandandolo nelle Commissioni riunite di Giustizia e Sanità. La richiesta di sospensiva è stata presentata dai senatori di FdI ed approvata con 88 sì e 59 no. Una maniera ipocrita, attraverso una strategia procedurale con fini dilatori, per arrivare alla fine della legislatura.
* Medico, Deputato della XVI Legislatura, già Presidente della Commissione parlamentare
d’inchiesta sugli errori in campo sanitario e sulle cause dei disavanzi sanitari regionali.
