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Alessandra, Laura e le altre, all’odio in rete si può reagire

 

Da quelle infernali stanze dell’odio che certi giorni diventano  i social si può fuggire. E si può reagire. La prima a farlo è stata Laura Boldrini che è anche una delle figure più odiate dai maniaci degli insulti in rete: da Presidente della Camera prima e da semplice deputato poi è stata ed è uno dei bersagli “preferiti” dei messaggi di hate speech. Fino all’estate del 2017 ha subito ogni genere di insulto, poi, per prima, ha detto basta nel senso più autentico del termine: ha lanciato l’hashtag #AdessoBasta e ha agito di conseguenza querelando gli autori degli insulti, uno per uno tutti quelli che è riuscita ad individuare e per il resto si è rivolta alla polizia postale perché risalisse agli autori. A due anni di distanza la Boldrini molte di quelle battaglie legali le ha vinte: alcune sono indicative del clima di odio al quale si è ribellata, offrendo un esempio concreto a tutte le altre vittime della scia di insulti che quotidianamente invade la rete.  Uno per tutti:  il sindaco leghista di Pontinvrea, Matteo Camiciottoli, in riferimento ad uno stupro di Rimini aveva scritto “Potremmo dargli gli arresti domiciliari a casa della Boldrini, magari gli mette il sorriso”. Denunciato, c’è stato un processo, lui ha chiesto scusa e ha detto di essere pentito, i soldi del risarcimento verranno utilizzati dall’onorevole Boldrini per avviare progetti di educazione civica nelle scuole perché è da lì, probabilmente, che bisogna ricominciare, dai piccoli alunni, al fine di evitare che da grandi possano fare affermazioni in stile Camiciottoli. Ossia controbattere nel legittimo dialogo su idee diverse di mondo tramite insulti basati sul sesso, la razza, le idee. Laura Boldrini di denunce ne ha fatte a decine e gradualmente stanno arrivando risultati giudiziari molto importanti per il risarcimento morale che le si deve e per l’esempio che può fungere da deterrente. La sua storia è sovrapponibile a quella di centinaia di persone, alcune famose come lei, altre molto meno, che appartengono a cittadini normali, semplici utenti della rete che per aver espresso un’opinione su fatti (relativi soprattutto alle politiche migratorie dell’Italia) si beccano epiteti sessisti e razzisti. E’ quanto accaduto alla stessa Carola Rackete quando è scesa dalla nave: le hanno augurato lo stupro. E’ accaduto ad Emma Marrone quando ha solidarizzato con la Rackete. E’ accaduto alla giudice Alessandra Vella quando non ha convalidato l’arresto della capitana facendo leva su principi giuridici universalmente validi nel nostro ordinamento. La gip del Tribunale di Agrigento è stata costretta a chiudere il suo profilo sui social per la marea di insulti e minacce di morte: “… se la metto sotto con la macchina… potrà capitare no?…”, “… putt…a, comunista, ti verremo a cercare e perderai il sorriso per sempre…”.  La marea violenta della rete fonda su esempi di personaggi noti, purtroppo. Uno di questi è proprio il Ministro dell’Interno che nelle ultime ore, a parte le dichiarazioni e i videomessaggi, ha postato un fotomontaggio in cui mette a confronto le agenti del corso di formazione della polizia di Stato con Carola Rackete. Le prime come esempio positivo (ed è pleonastico), la seconda come una delinquente, nonostante fosse stata appena rimessa in libertà dall’organo deputato a valutare la sua posizione, ossia il gip di Agrigento. Ma in quel fotomontaggio c’è dell’altro: l’utilizzo di un’immagine istituzionale, quella di agenti di polizia in servizio, come “comparse” in uno spot politico, peraltro anche impreciso e denigratorio di uno dei tre poteri dello Stato, quello cui spetta il ruolo giudicante. In una situazione simile è difficile reagire e ottenere il ripristino dei diritti e della legalità.  Ma non è impossibile , come dimostrano le azioni della Boldrini e le sentenze che stanno arrivando di giorno in giorno. Gli insulti in rete, l’odio seminato da profili veri e da troll si possono perseguire con le leggi vigenti e farlo può contribuire ad arginare gli odiatori. Molti dei quali dopo essere stati leoni sulla tastiera si trasformano in docili agnellini per evitare conseguenze penali ed economiche. Infatti chiedono scusa, dicono che erano ubriachi, che sono un po’ insani di mente, che non volevano scrivere ciò che hanno scritto e via così con la gamma di squallide, ridicole, interpretazioni.

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