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Lucha Y Siesta alla vigilia dello sgombero. Le operatrici non si arrendono, via alla campagna per comprare lo stabile

 

“Non chiamatele povere vittime, loro non vogliono pietismo né carità, sono donne forti che hanno iniziato un percorso di indipendenza, resistenza e rinascita”. C’è orgoglio, fatica, responsabilità, determinazione, coraggio nelle parole di una delle operatrici della Casa delle donne Lucha Y Siesta. Tra poche ore partirà la campagna “Lucha alla città”, il progetto, che include anche un’operazione di azionariato sociale, finalizzato a difendere l’idea che sottende l’operatività di questo luogo, uno spazio ricavato undici anni fa all’interno di una palazzina dell’Atac (società dei trasporti urbani di Roma) e in concreto diventato casa rifugio per donne vittime di violenza,  ma non solo. Qui ogni anno passano circa 190 ospiti con storie diverse e tutte trovano lo stesso comune denominatore, una casa in cui ricominciare a prendersi cura della propria vita. Oggi ci sono 15 donne, con 7 minori. E sono arrabbiate perché non si sa cosa succederà di loro dopo il 15 settembre, data in cui è previsto il distacco delle utenze per consentire ai liquidatori della procedura concorsuale dei debiti di Atac spa di vendere l’immobile all’asta. Ma nessuna di loro è “vinta”, men che meno le operatrici del comitato civico che ha dato vita alla campagna “Lucha alla città” che punta, in definitiva, a raccogliere in fondi per rispondere all’asta di vendita di quello stabile. L’obiettivo più ampio e importante è mantenere vivo e aperto un luogo che è anche aperto al quartiere, alla comunità, alla città di Roma, quindi fulcro di progetti, idee, cultura. “E’ ciò che abbiamo cercato di spiegare negli ultimi due anni a Comune, Regione e ad Atac stessa.  – dice Rachele, una delle promotrici del Comitato e operatrice nella Casa – Tutti ci hanno detto di comprendere e di condividere il progetto ma poi ci siamo accorte che era solo una presa in giro, questi due anni di trattative tese a lasciarci qui sono stati inutili. Infatti è andata avanti la procedura normale che prevede la messa all’asta dell’immobile, che, dunque, andrà ad un privato che farà la migliore offerta. L’ultima comunicazione di Atac parla chiaro: il 15 verranno tagliate le utenze al fine di consentire lo sgombero dell’immobile e la successiva asta volta unicamente a ricavare denaro per i creditori”.

Che fine faranno le ospiti della struttura?
“Nessuno lo sa ad oggi. La delegata alle pari opportunità della sindaca Raggi afferma che troverà una soluzione –  dice ancora Rachele  – ma si sa che posti per donne che hanno bisogno di una sistemazione come questa a Roma  non ce ne sono. Infatti il Comune stesso ogni giorno ci chiama per chiederci se abbiamo dei posti, lo sta facendo anche in queste settimane. E’ paradossale”.

Quindi una donna che ha trovato rifugio presso la vostra struttura tra una settimana sarà per strada o dovrà tornare a casa, a subire altre violenze?

“ A Roma non ci sono posti. La nostra realtà ne è la prova, anche se, ripeto, non siamo solo una casa rifugio, siamo un luogo dove si fa prevenzione, aggregazione, integrazione e anche formazione dei futuri operatori antiviolenza, in questo senso abbiamo in atto molte convenzioni con le Università di Roma e formiamo molti giovani. La casa nasce come struttura anti violenza per diventare, al fondo, un punto di riferimento per i diritti, un punto di partenza per ricominciare. Le nostre ospiti stanno qui per un periodo di tempo variabile e poi vanno via per mettere in campo un altro pezzo della loro biografia. Tutto questo, ad oggi, non ha futuro”.

E’ un passo indietro nelle politiche contro la violenza di genere?
“Combattere la violenza di genere richiede programmi a lungo termine e una visione politica di ampio respiro che, purtroppo, non vediamo nella Giunta di Roma, la quale è direttamente coinvolta nelle scelte dell’Atac e in questi anni non ha fatto nulla per modificare la procedura standard già tracciata, quindi è inutile fare proclami”.

Sareste disposti a spostarvi?
“Certo, ma non ci sono state fornite indicazioni su soluzioni alternative. E comunque lasciare la Casa qui dov’è sarebbe anche un segnale politico, nel senso che ci sarebbe l’appropriazione di un immobile pubblico per finalità sociali della città e non la solita svendita a privati che ne faranno un altro albergo, un altro centro commerciale. Mantenere la finalità pubblica di questo spazio è una scelta eminentemente politica e ora non vediamo margini”.

Non cedete facilmente comunque, tra poco comincerà la raccolta fondi per rispondere all’asta, quando sarà indetta…

“Sì, parte il comitato per l’azionariato sociale e per trovare i fondi necessari. L’asta dovrà essere pubblica e vedremo, anche se finora non è stata ancora pubblicata e non c’è una base; dovrebbe essere il valore stabilito nella procedura, ossia 2,6 milioni di euro e non è facile trovarli, noi comunque andiamo avanti”

Chi vi può davvero aiutare?

“Abbiamo fiducia nel processo di sensibilizzazione dell’opinione pubblica e nel ruolo dei media che ci potranno aiutare nel portare avanti l’azionariato sociale. E’ fondamentale far conoscere questa realtà e ciò che rappresenta in città e credo che sia anche un modo per tracciare una linea tra cosa si fa in concreto contro la violenza di genere e ciò che si dice solo per essere politicamente corretti”

Il comitato “Lucha alla città” verrà presentato domani mattina, alle 12, presso al Casa delle Donne Lucha Y Siesta. Per ora né i liquidatori Atac né la Giunta di Roma hanno avanzato proposte alternative né prorogato il termine dello sgombero che scade domenica 15 settembre

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