Di solito, come insegnava Enrico Berlinguer, ai fascisti non si dovrebbe nemmeno rispondere. E, probabilmente, non bisognerebbe rispondere nemmeno a quella parte di società che rivendica orgogliosamente la propria ignoranza, trasformandola persino in un valore politico.
Non intendo quindi rispondere direttamente a Roberto Vannacci. Mi interessa piuttosto spiegare, a chi vorrà comprendere, le ragioni per cui, talvolta, una questione sociologica finisce per diventare una categoria penale.
La recente introduzione del reato di femminicidio nel Codice penale italiano rappresenta uno degli eventi giuridici e culturali più significativi degli ultimi anni. Non soltanto perché modifica l’assetto normativo dell’omicidio volontario, ma perché sancisce il passaggio di un concetto, nato nelle scienze sociali, all’interno del diritto penale.
Fino al 2025, in Italia il femminicidio non costituiva un reato autonomo. L’uccisione di una donna veniva perseguita attraverso l’articolo 575 del Codice penale, cioè come omicidio volontario, eventualmente aggravato dalle circostanze previste dagli articoli 576 e 577. Rapporto affettivo con la vittima, maltrattamenti precedenti, atti persecutori, premeditazione o crudeltà consentivano già, nei casi più gravi, l’applicazione dell’ergastolo.
Nel dicembre 2025 è però entrata in vigore la Legge n. 181, che ha introdotto l’articolo 577-bis, creando il delitto autonomo di femminicidio.
La domanda sociologica e criminologica, tuttavia, non riguarda semplicemente il contenuto della norma. La vera domanda è un’altra: perché il legislatore ha ritenuto necessario distinguere il femminicidio dall’omicidio volontario?
Perché creare una nuova categoria penale se le pene esistevano già?
All’inizio, e questa è una nota critica nei miei confronti, ma si parla di almeno 15 anni fa, anch’io guardavo con sospetto quella parola. Ricordo perfettamente di aver scritto un articolo nel quale consideravo il termine femminicidio poco più di un neologismo. Pensavo che il diritto avesse già gli strumenti necessari. Pensavo che il problema fosse punire meglio. Pensavo che cambiare il nome delle cose non cambiasse la sostanza dei fenomeni. Mi sbagliavo.
Mi sbagliavo perché stavo osservando il problema esclusivamente attraverso gli occhi del giurista. Avevo studiato il reato, ma non avevo ancora compreso il significato sociale della parola. La parola femminicidio non nasce infatti nel diritto.
Nasce negli anni Settanta, negli studi della sociologa femminista Diana Russell, che utilizzò il termine “femicide” per descrivere l’uccisione delle donne da parte degli uomini in quanto donne. Dietro quella definizione vi era una tesi precisa: alcuni omicidi non sono semplicemente atti individuali di violenza, ma il risultato di rapporti di dominio, controllo e subordinazione che si sviluppano all’interno delle relazioni sociali.
Negli anni successivi, il concetto venne ulteriormente sviluppato dall’antropologa messicana Marcela Lagarde y de los Ríos, che ampliò l’analisi collegando il fenomeno non soltanto all’autore del delitto, ma anche ai contesti culturali e istituzionali che possono favorire la violenza o renderla invisibile.
Parallelamente, studiosi come Pierre Bourdieu, autore de “Il dominio maschile”, Anthony Giddens con “La trasformazione dell’intimità”, Zygmunt Bauman con “Amore liquido” e Raewyn Connell con “Masculinities”, hanno contribuito a descrivere le profonde trasformazioni intervenute nei rapporti tra uomini e donne nel mondo contemporaneo. Nessuno di loro ha scritto una teoria del femminicidio. Tutti, però, hanno contribuito a comprendere il terreno culturale sul quale il fenomeno si sviluppa.
La criminologia, dal canto suo, ha osservato un dato difficilmente contestabile: gli uomini vengono uccisi prevalentemente in contesti criminali, economici, conflittuali o collegati alla violenza di strada. Le donne vengono invece uccise molto più frequentemente da partner, ex partner o familiari.
È una differenza che non può essere ignorata. Da questa osservazione nasce una delle interpretazioni criminologiche oggi più diffuse: il femminicidio rappresenterebbe l’esito estremo di una dinamica di possesso del maschio. Un retaggio antropologico di coloro che non sono stati capaci di evolversi attraverso i processi culturali. Maschi, spesso solo in apparenza; forse deboli che temono di perdere il potere dimostrando le loro fragilità, delle quali sono consapevoli, ma che temono siano rese pubbliche.
Quindi, non è l’odio la miccia principale: è il controllo. L’assassino non accetta la separazione; non accetta l’autonomia della donna, non accetta che la partner possa scegliere liberamente il proprio percorso di vita; non accetta di perdere il potere che riteneva di esercitare sulla relazione.
L’omicidio diventa allora il tentativo estremo e disperato di riaffermare un dominio che si percepisce come perduto, una debolezza da non rendere pubblica, di cui si ha paura. Chissà se sia stata questa paura a individuare, non nella crisi economica e sociale il problema, ma in una legge, approvata a maggioranza, il problema di questa società. A chi si rivolgeva Vannacci quando ha sostenuto questa ignorante e stupida affermazione, se non a ignoranti e deboli uomini, con il terrore di poter andare all’ergastolo “semplicemente” per aver ucciso per aver esercitato il loro precario equilibrio di potere?
C’è da dire, per onestà intellettuale, che una parte della dottrina penalistica e criminologica continua a ritenere che il femminicidio costituisca una categoria sociologica utile per comprendere il fenomeno.
Questa è una posizione che, a mio avviso, rischia di trascurare il significato sociale che alcune parole assumono nel tempo.
Prima che esistesse il termine “stalking”, esistevano le molestie, oggi gli atti persecutori. Prima che esistesse il termine “mobbing”, esistevano già i maltrattamenti sul posto di lavoro. Prima che il legislatore introducesse il reato di associazione mafiosa, la mafia esisteva da oltre un secolo. In tutti questi casi il diritto non ha creato il fenomeno, lo ha riconosciuto. Ed è esattamente ciò che è accaduto con il femminicidio. Poi arrivò la cronaca.
E la cronaca, qualche volta, riesce a fare ciò che non riescono a fare decenni di studi accademici.
L’omicidio di Giulia Cecchettin, nel novembre del 2023, ha rappresentato uno spartiacque. Per settimane l’Italia intera si è interrogata sul significato di quella morte.
Le parole di Elena Cecchettin, la compostezza della famiglia, la capacità di trasformare una tragedia privata in una riflessione pubblica, hanno contribuito a rendere visibile un problema che esisteva già, ma che molti continuavano e a quanto pare continuano, a considerare marginale e, semmai, episodico.
Da sociologo è difficile non riconoscere il ruolo storico che quel caso ha avuto.: migliaia di omicidi precedenti non avevano prodotto una reazione paragonabile.
Il caso Cecchettin è riuscito a trasformare un dolore individuale in una coscienza collettiva. È in questo clima che nasce la riforma del 2025.
Il Governo guidato da Giorgia Meloni presenta il disegno di legge che introduce il reato autonomo di femminicidio. L’aspetto più interessante, però, non è la provenienza politica della proposta. È il consenso quasi unanime che ne accompagna l’approvazione.
Maggioranza e opposizione convergono infatti sulla necessità di riconoscere giuridicamente una categoria che, fino a quel momento, apparteneva soprattutto alla sociologia, alla criminologia e al dibattito pubblico.
Qui che emerge un aspetto che possiamo definire ironico della storia: oggi alcuni esponenti della stessa area politica che ha promosso la riforma sembrano contestarne il significato culturale. Una contraddizione che meriterebbe un’analisi a parte e che oggi evito, perché il femminicidio non è soltanto una norma. È il punto nel quale si incontrano diritto, cultura, politica, comunicazione e trasformazione sociale, forse è proprio questo che infastidisce alcuni. Riconoscere il femminicidio significa riconoscere che non tutti gli omicidi nascono dalle stesse dinamiche sociali. Significa accettare che il diritto, qualche volta, non si limita a punire i comportamenti, ma decide anche di nominare, evidenziare e normare i fenomeni sociali che emergono con la progressione, anche talvolta negativa, dei processi culturali.
Pertanto, l’aspetto positivo è che quando un fenomeno viene nominato, smette di essere invisibile. Per questo non serve indignarsi per le parole violente di Vannacci. Basterebbe ignorarlo, se non fosse che solo il 65% degli italiani, sottolineo solo, si dichiara antifascista e riconosce pienamente i valori costituzionali. Il problema, quindi, non è Vannacci. Il problema è capire perché certe parole continuino a trovare ascolto e consenso in una parte del Paese e quanti sono invece i fascisti, violenti e arcaicamente maschi, che minacciano i nostri valori.
di Claudio Loiodice – Sociologo e criminologo
