Nel prato accanto alla Casa Bianca , si è svolto l’evento con il quale Trump ha voluto festeggiare il suo ottantesimo compleanno: il campionato di MMA (mixed martial arts, arti marziali miste). E’ lo sport simbolo dell’era Trumpiana in una gigantesca gabbia eretta accanto alla Casa Bianca (“è bella come la torre Eiffel-ha detto il presidente- anche quella sarebbe dovuta essere una installazione temporanea ed è ancora lì, potremmo fare lo stesso anche con questa arena”). Una lotta violentissima nella quale vale ogni colpo (compresi quelli all’avversario già a terra) che simboleggia lo spirito profondo del movimento maga (make america great again, fai l’America di nuovo grande).l’avversario, o meglio il nemico, deve essere non solo sconfitto ma annientato, umiliato , annichilito. Proprio quello che Trump non è riuscito a fare con l’Iran. Il sogno più volte proclamato di mettere fine per sempre a trent’anni di minacce iraniane si è impantanato nelle sabbie persiane. Di ora in ora si rincorrono i dettagli sulla firma dell’accordo.
L’unica cosa certa è che il nemico iraniano non è certo esangue, al tappeto. E Trump non può esultare come faranno i suoi campioni preferiti nella gabbia insanguinata accanto alla Casa Bianca. Gli ottimisti mettono in evidenza che la potenza militare iraniana è fiaccata dai bombardamenti americani , che la promessa di Teheran è di riaprire lo stretto di Hormuz e di limitare il proprio arsenale nucleare. Ma i realisti mettono in evidenza che Teheran è ancora in grado di colpire Israele in difesa degli Hezbollah libanesi e che la promessa di riapertura dello stretto è subordinata sempre al pagamento di tasse di transito gestite da Iran e Oman. “La realtà- spiega al New York Times Suzanne Maloney, specialista della Brookings Institution- è che a Teheran conviene rimanere in uno stato né di pace né di guerra: in una sorta di limbo “. Uno smacco per un Trump che vuole vedere sempre il suo avversario al tappeto implorare pietà. La sua avventata operazione militare ha trasformato l’autocrazia religiosa sciita iraniana in una dittatura militare più laica e più dura. Il blocco dello stretto (dove , non dimentichiamolo, la circolazione del traffico marittimo prima della guerra era libera) è un danno insostenibile per l’economia mondiale e, sia pur in misura minore, anche per quella americana. Il New York Times calcola che l’aumento dell’energia sul mercato statunitense ha vanificato del tutto gli aumenti salariali dell’ultimo anno e mezzo. E i guadagni milionari record dei sodali di Trump, come Elon Musk , non fanno che aumentare il disorientamento della base popolare dell’elettorato repubblicano. Così anche l’ottantesimo compleanno del Presidente non è stata la trionfale festa della vittoria come sperava Trump. Anche con qualche segno estetico irritante. Come la rimozione dalla facciata del Kennedy Center del nome di Donald Trump. Il presidente aveva ordinato di inciderlo a caratteri cubitali, la magistratura ha ordinato di toglierlo perché viola a legge federale. Piccoli scricchiolii di un impero davvero nel limbo.
L’unica cosa certa è che il nemico iraniano non è certo esangue, al tappeto. E Trump non può esultare come faranno i suoi campioni preferiti nella gabbia insanguinata accanto alla Casa Bianca. Gli ottimisti mettono in evidenza che la potenza militare iraniana è fiaccata dai bombardamenti americani , che la promessa di Teheran è di riaprire lo stretto di Hormuz e di limitare il proprio arsenale nucleare. Ma i realisti mettono in evidenza che Teheran è ancora in grado di colpire Israele in difesa degli Hezbollah libanesi e che la promessa di riapertura dello stretto è subordinata sempre al pagamento di tasse di transito gestite da Iran e Oman. “La realtà- spiega al New York Times Suzanne Maloney, specialista della Brookings Institution- è che a Teheran conviene rimanere in uno stato né di pace né di guerra: in una sorta di limbo “. Uno smacco per un Trump che vuole vedere sempre il suo avversario al tappeto implorare pietà. La sua avventata operazione militare ha trasformato l’autocrazia religiosa sciita iraniana in una dittatura militare più laica e più dura. Il blocco dello stretto (dove , non dimentichiamolo, la circolazione del traffico marittimo prima della guerra era libera) è un danno insostenibile per l’economia mondiale e, sia pur in misura minore, anche per quella americana. Il New York Times calcola che l’aumento dell’energia sul mercato statunitense ha vanificato del tutto gli aumenti salariali dell’ultimo anno e mezzo. E i guadagni milionari record dei sodali di Trump, come Elon Musk , non fanno che aumentare il disorientamento della base popolare dell’elettorato repubblicano. Così anche l’ottantesimo compleanno del Presidente non è stata la trionfale festa della vittoria come sperava Trump. Anche con qualche segno estetico irritante. Come la rimozione dalla facciata del Kennedy Center del nome di Donald Trump. Il presidente aveva ordinato di inciderlo a caratteri cubitali, la magistratura ha ordinato di toglierlo perché viola a legge federale. Piccoli scricchiolii di un impero davvero nel limbo.
