Giornalismo sotto attacco in Italia

Cosa è successo davvero a Bernardo Pace? C’è (ancora) una Italia che vuole la verità

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Tre mesi fa nel carcere di Torino veniva trovato morto, impiccato, Bernardo Pace: cosa è successo?

Bernardo Pace era un mafioso legato a Cosa Nostra trapanese, vicino a Errante Parrino ed a Matteo Messina Denaro, operava a Milano all’interno di quel “consorzio” criminale che sta al centro del processo “Hydra” del quale si celebra il dibattimento in rito ordinario. Bernando Pace aveva sessante due anni, due figli, un tumore ed una condanna pesante già ricevuta nell’abbreviato di Hydra. Bernardo Pace nel Gennaio del 2026 aveva deciso di saltare il fosso e mettersi dalla parte dello Stato, diventando collaboratore di giustizia ed aveva già riempito un paio di verbali, depositati successivamente in dibattimento, carichi di riferimenti alla politica e per questo coperti da parecchi “omissis”, segno che le indagini segrete stanno proseguendo. Bernardo Pace aveva paura di essere ucciso al punto che per un certo periodo aveva rifiutato il cibo in carcere temendo che potesse essere avvelenato. Anche i PM milanesi erano preoccupati per la sua incolumità, almeno quanto oggi tutti noi siamo preoccupati per la loro, così i titolari dell’accusa, Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane, avevano deciso di farlo spostare nel carcere di Torino, in attesa di introdurlo nello speciale programma di protezione riservato ai collaboratori di giustizia. Per quel che sappiamo Bernardo Pace aveva fatto la scelta di collaborare sostenuto dalla famiglia e con la speranza di poter vivere gli ultimi tempi insieme. Nel carcere di Torino era stato sistemato in una cella singola, incastonata tra l’infermeria del reparto e la cappella, una situazione di riguardo insomma, fatta di un isolamento che avrebbe dovuto essere tutelante. Pare che il 16 marzo Pace avesse consumato il pranzo, affidandosi quindi con più serenità all’amministrazione penitenziaria, pare che sia stato trovato impiccato poco dopo, nella sua stessa cella, con un cavo di quelli che si usano per stendere il bucato stretto attorno al collo. La Procura di Torino procede per “istigazione al suicidio”, la famiglia ha presentato un esposto non ritenendo credibile che un uomo in quelle condizioni abbia potuto decidere di togliersi la vita. Bernardo Pace è stato sepolto, col rigore che si riserva ai boss e l’ordine di non cremare il corpo, nella sua terra d’origine.

Il processo “Hydra” a Milano riguarda in ipotesi accusatoria le attività illecite poste in essere soprattutto per riciclare ingenti capitali ed intercettare i flussi di denaro pubblico legati al PNRR, riguarda i rapporti con la politica, dei quali stava parlando Pace e dei quali ha parlato l’altro “pentito” di questa storia, Gioacchino Amico, legato al clan Senese, lo stesso che ha Roma ricicla con la faccia di Mauro Caroccia, quello che per il tramite della figlia diciottenne ha fondato in Biella la società “Le cinque forchette” insieme ad Andrea Delmastro, deputato di FdI, già sotto segretario alla Giustizia con la delega alle carceri, non indagato (che si sappia), che in Commissione parlamentare antimafia se l’è cavata ammettendo soltanto l’imperdonabile leggerezza nel non aver verificato prima chi fossero i Caroccia (“Mi spiace: non ho googolato”).

Non scrivo per esercitarmi in inutili speculazioni sulla verità dei fatti, scrivo per mandare un messaggio: c’è (ancora!) una Italia che vuole la verità, anche quella più scomoda, perché non sopporta l’infantilismo delle facili ricostruzioni buone a ricomporre i quadri più scomposti ed a star tranquilli, alimentando impunità, corruzione, concentrazione illecita di potere e contribuendo alla liquefazione della democrazia. C’è chi non sopporta il revisionismo storico di una destra che in Commissione Antimafia fa di tutto per far sparire dalla scena del crimine degli ultimi trent’anni i grandi “mediatori” (nemmeno occulti) tra interessi mafiosi, imprenditoria e politica, piduisti mai pentiti, pezzi di apparati mai “bonificati”. C’è chi non sopporta l’arretramento nella lettura del fenomeno mafioso, che purtroppo di scorge anche in un recente documento del CSM dedicato ai criteri di nomina dei ruoli dirigenziali, a fenomeno “etnico” legato soprattutto ad alcune aree del nostro Paese. C’è chi non sopporta una semplificazione puerile del fenomeno mafioso, quasi sovrapposto a quello delle “baby gang”. E sapete perché? Perché è rimasto fedele alla lezione di Pio La Torre: la mafia è una questione di classi dirigenti. Perché è rimasto fedele alla lezione di Giovanni Falcone che disse: il problema non è ammettere in generale che la mafia abbia rapporti con la politica, ma volerli individuare nello specifico, isolarli e colpirli. Perché è rimasto fedele alla lezione di Gian Carlo Caselli e dei magistrati che con lui costruirono la risposta dello Stato nel momento più cupo della storia repubblicana: cercando fino a Palazzo Chigi coperture ed alleanze e per questo pagando un prezzo altissimo, insieme alle loro famiglie. A Torino si avvicina un altro anniversario, quello dell’assassinio del giudice Bruno Caccia il 26 Giugno 1983, che indagava (come oggi fanno Cerreti e Ferracane) sul riciclaggio “altolocato” dei proventi illeciti della mafia, ecco sarebbe il caso che fosse occasione per ribadire insieme che la mafia la vogliamo sconfitta, non addomesticata e che per questo la vogliamo fuori dallo Stato.

Fonte: https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/06/16/bernardo-pace-morte-carcere-torino-notizie/8420422/


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