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GERMAINE GREER/ FEMMINISMO  (trentaduesimo capitolo del “Glossario Felliniano”). Verso il Centenario della nascita di Federico Fellini

 

Per la gigantessa che l’eccitato Giacomo Casanova sfida a braccio di ferro alla Fiera di Londra, innamorandosene, Fellini aveva pensato in un primo tempo anche a Germaine Greer, poderosa amazzone australiana dalla condotta molto spregiudicata, che con la pubblicazione del best seller internazionale “L’eunuco femmina” (1970) aveva fornito alle esponenti del sesso debole una bibbia e un manifesto politico.

Federico aveva iniziato a leggerlo con curiosità e me lo aveva passato perché lo terminassi al suo posto. L’autrice lo incuriosiva, voleva conoscerla. Pertanto era entrata in scena Paola Rolli, esperta di casting internazionale, gran donna di mondo dall’inglese fluente e con appartamento ospitale nel cuore di Roma, a Panico, un passo da Ponte Sant’Angelo: soffitto elegante a cassettoni e cucina ben attrezzata per cene brillanti e strategiche.

Quando il film, passato sotto la solida produzione di Alberto Grimaldi, che in precedenza aveva già sostenuto la colossale impresa del Satyricon, batté il primo ciak in piena estate, il 21 luglio del 1975, il cast affollatissimo di personaggi non era stato del tutto concluso. Alcuni ruoli chiave erano ancora scoperti, e mancava un’importante figurazione speciale, la gigantessa appunto dell’episodio londinese.

Nel racconto cinematografico, Casanova osserva la donna colossale, di nome Angelina, mentre senza alcuno sforzo piega come un fuscello il braccio di un muscoloso e truce energumeno da circo che ha ardito misurarsi con lei, e ne rimane completamente conquistato. Non trattiene più la brama, e corrompendo due inservienti, riesce a spiare di nascosto la favolosa creatura mentre si immerge nuda per il bagno in una enorme tinozza. La ragazza è circondata da garruli nanetti napoletani che si prendono cura di lei, le lavano devoti la schiena entrando anch’essi nell’acqua, la trastullano con giochi e scherzi; e Angelina, cullata in quel benessere, intona con voce melodiosa, da bambina, una filastrocca dolce e malinconica, Pen Penin; una nenia maliziosa cantata in petèl, il “linguaggio spezzato dell’infanzia”, che Andrea Zanzotto aveva riesumato con versi di sapore antico e Nino Rota trasfigurato musicalmente con un arabesco della sua bacchetta magica (oh Rota anima di segrete armonie, santo protettore del regista!).

Per la parte della gigantessa era stata scelta Sandy Allen, ma qualche settimana prima che l’attrice americana arrivasse, Paola Rolli al corrente del ghiribizzo di Federico per Germaine Green, alta, possente e verosimile candidata alla parte, aveva provveduto a creare il contatto.  E la scrittrice aveva accettato l’incontro senza esitazioni, mostrandosi anzi solleticata dall’attenzione del celebre artista italiano che, nella vulgata femminista, impersonava la sintesi vivente dell’antagonista da abbattere. Divine contraddizioni dell’essere umano!

“Niente più maschi padroni!” gridavano in quegli anni le suffragette, anche in suo nome, alle manifestazioni di piazza, e unendo indice e pollice delle due mani nella figura simbolica della figa, sollevavano in alto quel gesto di sfida salmodiando: “L’utero è mio e lo gestisco io”.

Federico era di ben altra pasta, e l’intelligente Germaine non aveva bisogno di controprove; ma da scrupolosa studiosa voleva saggiare con mano la irresistibilità del suo fascino maschile, e decise quindi di svolgere una indispensabile indagine sul campo, sottoponendosi all’esperienza in prima persona.

In seguito Federico, pur senza scendere nei dettagli da vero gentiluomo, non dissimulò l’armistizio che si era instaurato con la formidabile guerriera bradamantesca, anzi la vera e propria alleanza intellettuale sancita nella comune avversione al vanesio avventuriero veneziano. In quelle settimane giravo insieme a Liliana Betti E il Casanova di Fellini?, pensato per il lancio del film in uscita. La formula interrogativa del titolo alludeva all’incertezza del progetto cinematografico che, quasi rispecchiando i dubbi dell’autore, si era impantanato in un rondò di produttori senza trovare la strada idonea per venire alla luce. E Germaine avrebbe figurato niente male nello special filmato in cui il povero Giacomo veniva presentato nei peggiori difetti maschilisti; che non soltanto i nostri più celebri attori della commedia all’italiana avevano messo alla berlina davanti alla macchina da presa, ricamando aggraziate e spassose parodie, ma anche studiosi e scrittori di vaglia avevano anatomizzato con scarsa simpatia e spesso una punta di velenosa ingenerosità. Germaine, a causa di una questione di date, alla fine non partecipò alle riprese, in cui avrebbe rafforzato la posizione del dissenso, in perfetta sintonia con lo sguardo tutt’altro che benevolo di Federico:

“Casanova deve avere una faccia espressiva come un piede, come una mazzancolla”. Continuava a incrudelire nelle interviste, tratteggiando il Veneziano come una persona detestabile. Ne era infastidito, lo urtava la sua invadenza ingombrante, la sua irritante vitalità, e anche quel culto della fisicità che lo sceneggiatore Bernardino Zapponi, spingendosi fin troppo oltre, aveva definito anacronisticamente un po’ ‘fascistoide’. Un animalone, un ‘caballòn’, come lo chiamerà la sua stessa madre nella sequenza del Teatro di Dresda.

Federico non poteva soffrirlo, attribuiva al suo inesausto collezionismo di femmine, infarcito di fumosa retorica, una bulimia nevrotica che lo rendeva cieco, e incapace non solo di comprendere le donne, ma addirittura di vederle per come erano, offuscato dai propri vaneggiamenti. Casanova non era altro che un burattino destinato a stringere tra le braccia una pupazza senz’anima, e ben degno da quel ridicolo “uccello meccanico a carica”, totem e talismano, che il seduttore ridicolmente azionava prima di ogni amplesso.

Miele colato per le orecchie di Germaine, che ne rimaneva letteralmente inebriata. Nondimeno non fu scelta per recitare nel ruolo della gigantessa, molto più giusto, va detto, per Sandy Allen dalle dimensioni fuori misura: 2 metri e 32 centimetri di altezza per 146 Kg di peso! Talmente ingombrante che per poterla trasportare dall’aeroporto all’albergo, e poi la mattina sul set o in giro per Roma, la produzione era stata costretta ad adattare per lei una chilometrica limousine alla quale erano stati tolti persino i contro sedili.

Della Greer non si parlò più. Eppure qualcosa doveva essere successo tra lei e Fellini; probabilmente una riservatissima “one night stand”, come dicono gli inglesi, che non aveva lasciato margini a pettegolezzi. Ma della quale lo stesso Fellini ci avrebbe fornito in seguito la chiave, ripescandola circa dieci anni più tardi dal suo crogiolo fantastico in cui nulla si smarriva.

Nella Città delle Donne il regista trasfigura l’incontro affidando il personaggio all’attrice inglese Bernice Stegers che il protagonista Snàporaz (Mastroianni) incontra in treno, seduta di fronte a lui in colbacco e stivali; una piacente virago assieme alla quale, dopo qualche complimento ben assestato, riesce ad appartarsi nella minuscola toelette, chiudendosi la porta alle spalle. Ma è lei a prendere decisamente l’iniziativa: “Stia calmo, eh!” Lo blandisce incollandogli le labbra sulla bocca e rigirando sapientemente la lingua. Poi appena ne avverte la reazione prevista lo provoca: “Che succede, lo vuole fare qui?” E al suo sì affannato, acconsente energica: “Possiamo anche provare.” Insieme cercano di assumere la posizione acconcia, sballottati in quel disagevole gabinetto rumoroso. Fino al momento in cui, sul più bello, perdono l’equilibrio per l’improvviso arresto del convoglio. La signora è rapida a ricomporsi con quattro tocchi, apre la porta informandosi ironica: “Tutto bene?” Ed esce scendendo subito dal vagone senza neppure voltarsi. Il treno si è fermato in aperta della campagna, l’ignota viaggiatrice si allontana sotto il sole, a gran falcate nell’erba alta, e lui pur esitante non si trattiene dal seguirla. Ai suoi richiami lei, già distante, si volta e gli scatta a sorpresa una fotografia, alla quale il corteggiatore reagisce a dovere: “Ma che fai, fotografi? E accompagnando l’invito con gesto eloquente della mano, commenta divertito: “Fotografa questo peperonz!”  Ognuno sa cosa succederà al vecchio Snaporaz, ma quel che segue è materia nel film.

Alcuni anni dopo ebbi la certezza che la figura ispiratrice della dama sconosciuta del treno fosse Germaine Greer, in seguito a una conversazione con lo scrittore Brunello Vandano. Federico aveva letto un suo romanzo “Donna con cerchio e spada”, ambientato a Napoli e per qualche momento aveva accarezzato l’ipotesi di trarne un film. L’autore mi disse che per il personaggio della “maga americana”, capace di resuscitare i morti, il regista aveva ventilato il nome di Germaine. E alla bella studiosa del femminismo aveva continuato a pensare quando le sue idee, ancora fluide, finirono per trovare una diversa concretezza nel soggetto di La città delle Donne. La leader del congresso delle femministe era apertamente disegnata su Germaine.

Ricordo bene, al tempo di Casanova, l’accerchiamento messo in atto da Federico nei confronti della procace australiana personificazione, nelle sue accese parole, di Pallade Atena, dai poderosi attributi fisici non inferiori alla dotazione cerebrale! Una fascinazione del tutto ricambiata, che molti anni dopo si riempirà di contenuti sostanziosi e insperati, grazie all’intervista che la diretta interessata rilasciò al quotidiano inglese The Guardian. Un outing in piena regola nel quale tutto quadra. La scrittrice, che al tempo aveva trentasei anni, riferisce di un incontro ravvicinato con il regista, consumato nella propria abitazione toscana. Anzi prende l’avvio da più lontano, dal giorno in cui si presentò la prima volta a Cinecittà. Indossava, ci confida non risparmiando i particolari, un abito leggero sotto il quale trasparivano le tette nude, perché in quell’afoso mese d’agosto il sottile tessuto le si era incollato addosso. Tanto che Fellini la sogguardava con inequivocabile apprezzamento, “dondolando la testa e socchiudendo gli occhi come se la stesse studiando”.  Il giorno successivo, a sorpresa, il regista era piombato come un falco nel suo cascinale vicino a Cortona. Nella rievocazione dell’indomita femminista, Federico era arrivato “in Mercedes blu portandosi dietro soltanto un pigiama di seta marrone con le rifiniture color crema”; dunque aveva idee precise e agguerrite sullo svolgimento della serata. Anzi sembra che, con vero piglio da seduttore incallito, per predisporre al meglio l’atmosfera all’agone amoroso e poco fiducioso nelle arti culinarie della partner, si fosse messo egli stesso davanti ai fornelli per preparare, da gourmet fatto e finito, “un riso insaporito da un’unica foglia di basilico.”

Conoscendo un po’ Fellini, faccio fatica a immaginarlo in cucina con padella e parannanza; non credo che in vita sua si sia mai preparato neppure un caffè, e tenderei ad escludere che sapesse friggersi da solo due uova al tegamino. Nel tempo ho assistito ai divertiti battibecchi familiari tra lui e Giulietta per sapere con certezza la sua totale estraneità a ogni faccenda domestica, e in particolare gastronomica. Ma seguendo la ricostruzione infatuata della Greer, siamo costretti a rivedere le nostre convinzioni. Germaine non fa segreti, ed è ciò che più conta, su come si svolse la serata di passione erotica. Dichiara a piene lettere che Federico si era rivelato in amore “un genio dalle molte facce, del genere che non conto di incontrare più”. E su tale affermazione non abbiamo difficoltà a crederle. Inoltre, attenendoci alla lettera dell’intervista, Fellini viene definito senza mezzi termini “un atleta sessuale”.

L’odiato regista romagnolo, lo stesso che nei suoi film sogna svergognatamente di mettere d’accordo l’amante con la moglie e vagheggia addirittura un harem personale al proprio servizio, si tramuta a vista, nel ricordo dell’irriducibile ideologa del femminismo, da deplorevole maschio latino in un’amabile figura alla Cary Grant, pigiama di seta al seguito. Che trasformazione! Ci si domanda come avrebbero commentato l’episodio le compagne di lotta femminista, venendo a conoscenza della scappatella della Greer che assomiglia tanto a una resa incondizionata. Verrebbe proprio da suggerire: a letto con il nemico!

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