Giornalismo sotto attacco in Italia

Sull’uscita di Pina Picierno da Pd

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Conosco Pina Picierno da una vita, da quando ci legava la comune militanza sociale nell’antimafia, successivamente sono stato deputato insieme a lei nella XVII Legislatura, vicini di banco in Commissione Giustizia, prima che diventasse uno dei volti di punta del PD alle europee del 2014, quindi la sua scelta di uscire dal PD mi colpisce e mi induce a riflettere.

Delle sue ragioni conosco soltanto ciò che ha riportato lei stessa sui social a seguito dell’intervista concessa al Foglio e quindi scrivo nella consapevolezza che c’è senz’altro una profondità di vissuti e di pensieri che mi sfugge.

Aldilà dei temi evocati per denunciare un PD a suo dire inadeguato a cogliere la sfida del tempo che viviamo (la sicurezza europea, Putin, il riarmo, il nucleare, l’antisemitismo…), c’è un argomento che mi pare stia a monte della denuncia stessa e che in qualche modo la spieghi nel suo presupposto ideologico: il PD che si era dato la missione di comprendere e governare la complessità del mondo, ha finito per scegliere di rappresentarne soltanto una parte.

A questo argomento sembra fare eco, qualche passaggio più in là, il riferimento al successo di certi “populismi” e di certi “massimalismi” come conseguenza della “incertezza della politica”.

Ecco, io non credo.

Anzi, sono convinto del contrario e mi conforta in questo il pensiero di un liberale, intransigente anti fascista come Piero Gobetti, che moriva esule a Parigi, stremato dalle aggressioni squadriste, giusto cento anni fa.

Nella volontà di comprendere e governare la complessità del mondo si annida infatti un baco, che ritengo abbia segnato la decadenza del PD negli ultimi anni. Una decadenza interrotta proprio dalla svolta impressa dalla vittoria di Elly Schlein nel 2023.

Il “baco” è confondere un progetto riformista con l’idea pericolosa di “partito della Nazione”, un partito cioè che non abbia “avversari” nella società, ma soltanto tra i partiti che gli contendono consenso elettorale. Un partito che non ha avversari nella società perché pensa di rappresentare e quindi di comporre e sintetizzare tutte le principali istanze presenti nel Paese. Un Partito che punti all’unanime sostegno delle persone per bene, che pur vivendo condizioni molto diverse le une dalle altre, riconoscano e benedicano lo sforzo ecumenico di metterle d’accordo in nome di un superiore bene comune da realizzare insieme. Di questo approccio fu interprete profetico, pur nella prospettiva della “vocazione maggioritaria”, il primo, indimenticato, segretario del PD, Walter Veltroni, con quel suo “ma anche” che caratterizzò il suo discorso pubblico. Il “partito della Nazione” è pericoloso perché da un lato incorpora una pulsione inconfessabile, almeno per i democratici, e cioè quella di farsi “partito-Stato”, una deriva che probabilmente già avvertiva come nefasta Enrico Berlinguer che, declinando la “questione morale” nel 1981, denunciava la pretesa di certa partitocrazia, cui il suo PCI non era immune, di occupare ogni spazio istituzionale possibile. Dall’altro perchè il “partito della Nazione” in nome di un postulato unanimismo delle persone per bene, finisce per scontentarle tutte e questo per un motivo caro a quella cultura liberale alla quale la Picierno si richiama e cioè che la democrazia parlamentare dà il meglio di se’ attraverso il conflitto politico. Parafrasando Gobetti si può dire che il conflitto è l’anima della democrazia. Un conflitto tra interessi tutti legittimi, ovviamente, ché quelli illegittimi stanno o dovrebbero sempre stare (!) fuori dalle Aule del Parlamento ed interessare le Aule di giustizia. Il conflitto politico in democrazia è non soltanto salutare, ma educativo: serve ad uscire da un certo infantilismo cui corrisponde una politica paternalista, che promette soluzioni di buon senso a tutti, a condizione che ci si fidi ed affidi. Non a caso il “Partito della Nazione” piace tantissimo alla destra meloniana, di chiara derivazione illiberale.

Certamente la complessità della realtà non va negata e tanto meno semplificata, ma per contribuire al suo governo nell’ambito di una democrazia, costituzionale e parlamentare, bisogna scegliere quale punto di vista assumere, quale particolare insieme di interessi rappresentare, proprio per stare con chiarezza nel conflitto politico. Perché le soluzioni, almeno secondo questo approccio culturale, sono sempre il portato di un confronto autentico, anche ruvido, tra posizioni differenti e per questo riconoscibili. Il successo di “populismi” e “massimalismi” come, aggiungo, le drammatiche percentuali di astensionismo, non sono quindi la conseguenza della incertezza della politica, ma dell’assenza di un riconoscibile conflitto tra posizioni chiare.

Tanto più oggi, stare in questa maniera dentro la complessità è precisamente ciò che va fatto per salvare la democrazia parlamentare, costituzionalmente orientata, vero target di tutte le autocrazie e di tutte le mega concentrazioni di potere finanziario e mass mediatico. Ed è proprio quello che Elly Schelin, insieme a chi ci crede, sta facendo da tre anni a questa parte: smetterla di spiegare la complessità del Mondo a chi non ce la fa, ma dire a chi non ce la fa che il PD è il modo per sopravvivere nella complessità del Mondo.


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