C’è un’immagine che mi accompagna ogni volta che penso a Palermo. Non è via D’Amelio. Non è Capaci. È un pallone che rotola tra i vicoli della Kalsa, il quartiere dove Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono cresciuti insieme. Prima di essere magistrati, prima di diventare simboli, erano due bambini che condividevano gli stessi cortili, gli stessi sogni, gli stessi orizzonti. Da lì è cominciato il mio viaggio nel trentennale delle stragi, quattro anni fa.
Poco dopo, l’ingresso silenzioso nello Spasimo, quella chiesa senza tetto che il tempo non è riuscito a cancellare. Quella sera ospitava un concerto. Le pietre ferite restituivano musica. Mi sembrò l’immagine più autentica di Palermo: una città che non nasconde le proprie cicatrici ma prova a trasformarle in bellezza.
Poi arrivarono Capaci e via D’Amelio. Il silenzio dell’autostrada. L’ombra dell’albero davanti al luogo dove fu ucciso Paolo Borsellino. E soprattutto gli sguardi dei ragazzi.
Erano seduti sotto gli ulivi del giardino della memoria.
Arrivati da ogni parte d’Italia, ascoltavano, facevano domande, cercavano di capire. Non erano lì per una fotografia o per una celebrazione. Erano lì perché volevano sapere. È forse questa l’eredità più preziosa lasciata dalle stragi e dai loro protagonisti: la curiosità civile, il desiderio di comprendere, la consapevolezza che la mafia non è un racconto confinato nei libri di storia.
Ogni anno il 19 luglio ci interroga anche su un’altra parola: antimafia.
Esiste un’antimafia che lavora in silenzio e un’antimafia che urla dai palchi. Esiste un’antimafia fatta di istituzioni, divise, professionisti, persone che a tutti i livelli a prescindere dal ruolo e dal contesto ogni giorno compiono semplicemente il proprio dovere. Ed esiste il rischio che la memoria diventi rito, che le parole diventino slogan, che le commemorazioni sostituiscano l’impegno.
Chi fa cronaca, chi racconta da anni la criminalità organizzata sa che la mafia non è scomparsa con la stagione delle stragi. Ha cambiato linguaggio, ha imparato a mimetizzarsi, continua a esercitare un potere di attrazione soprattutto dove offre l’illusione del denaro facile, del rispetto conquistato con la forza, dell’appartenenza garantita dai riti di affiliazione.
Le più recenti inchieste della magistratura e delle forze di polizia, anche nel Salento, raccontano proprio questo. Raccontano ragazzi che vengono ancora sedotti da un modello criminale, armi che continuano a rappresentare uno strumento di potere, organizzazioni capaci di rigenerarsi facendo leva sulle fragilità sociali. È una realtà che impone di non abbassare la guardia e di non rifugiarsi nell’idea rassicurante che tutto appartenga al passato.
Per questo il compito di chi informa è delicato. Raccontare la mafia senza mitizzarla. Raccontare l’antimafia senza trasformarla in una passerella. Restituire la complessità, le contraddizioni, i passi avanti e quelli indietro. Dare spazio ai magistrati e agli investigatori, ma anche agli insegnanti che ogni mattina entrano in classe, ai genitori che educano al rispetto delle regole, ai ragazzi che scelgono di fare domande invece di voltarsi dall’altra parte.
L’antimafia vera, forse, è proprio questa. Non ha nulla di straordinario. È la normalità.
È scegliere la legalità quando nessuno guarda. È rifiutare il favore, la scorciatoia, il compromesso. È pretendere trasparenza. È fare bene il proprio lavoro. È raccontare la verità con rigore. È educare senza retorica. È continuare a credere che la cultura sia più forte dell’intimidazione.
Falcone e Borsellino, e tanti altri prima e dopo di loro, non ci hanno lasciato un modello di eroismo irraggiungibile. Ci hanno consegnato una responsabilità. Tocca agli adulti renderla credibile agli occhi dei più giovani, non con i discorsi di circostanza, ma con l’esempio quotidiano.
Se domani, davanti a una corona di fiori o sotto un ulivo, un ragazzo sentirà il desiderio di fare una domanda in più, di informarsi, di scegliere da che parte stare, allora quel viaggio dalla Kalsa a via D’Amelio continuerà ad avere un senso. Perché la memoria non vive nelle celebrazioni. Vive nelle scelte che compiamo ogni giorno.
E l’antimafia, quella autentica, comincia esattamente da lì, lontano dai riflettori, per strada, tra la gente.
