Il Consiglio comunale di Fiumicino ha respinto la mozione presentata dalle opposizioni che chiedeva di intitolare una piazza o uno spazio pubblico a Giacomo Matteotti. La maggioranza di centrodestra ha votato compatta contro il provvedimento, giustificando il “no” con la tesi che il testo contenesse “strumentalizzazioni e finalità politiche divisive”. Subito dopo la bocciatura, per tentare pavidamente di arginare le polemiche, la stessa maggioranza ha annunciato l’intenzione di presentare in futuro una propria mozione per “valorizzare la figura del martire socialista”. I fatti di Fiumicino, però, non possono essere liquidati come un caso isolato. La dinamica emersa nell’aula consiliare racconta un’altra storia: il rifiuto di una mozione con il pretesto dei “vizi di forma”, seguito dalla promessa di un testo alternativo edulcorato, è la collaudata strategia per picconare la memoria storica. L’alibi della “divisività” e della necessità di una memoria pacificata crolla del resto di fronte ai precedenti specifici della stessa amministrazione. Quando si è trattato di intitolare spazi pubblici ai martiri delle foibe o di inaugurare, solo pochi mesi fa, un giardino alla memoria di Sergio Ramelli – militante del Fronte della Gioventù – la maggioranza guidata dal sindaco Mario Baccini non ha manifestato alcun timore di spaccare l’opinione pubblica, né ha sollevato obiezioni di natura ideologica. In quei casi la toponomastica è diventata legittimo terreno di affermazione identitaria. Il filtro della “condivisione” e il blocco burocratico scattano, insomma, solo quando il nome da iscrivere sui muri della città è quello di una vittima del fascismo.
I fantasmi del passato continuano a pesare sul presente e la figura di Matteotti rimane il termometro di questa insofferenza della destra verso la storia. Lo avevamo già visto alla Camera dei Deputati, in occasione della recente cerimonia per l’apposizione della targa commemorativa sullo scranno numero 14, lasciato perennemente vuoto. Davanti al ricordo del luogo esatto da cui il segretario del PSU denunciò i crimini e i brogli del regime, i banchi di Fratelli d’Italia e della destra sono rimasti clamorosamente deserti. Una diserzione per scelta pur di non partecipare a una memoria condivisa.
A Fiumicino è andato in scena lo stesso copione, solo adattato alle geometrie di un consiglio comunale. Del “centro” moderato non esiste ormai nemmeno più l’ombra, ammesso che sia mai esistito. Resta solo una destra che, da Roma alle periferie, persegue la sistematica demolizione dei punti di riferimento costituzionali, dimostrando che l’antifascismo, per loro, è ancora un confine invalicabile.
