C’è un limite oltre il quale il discorso pubblico smette di essere normale dialettica politica e si trasforma in uno sgrammaticato tentativo di riscrittura della storia. Quel limite è stato superato, ancora una volta, dalle dichiarazioni del Presidente del Senato, Ignazio La Russa. Sostenere pubblicamente che Paolo Borsellino «oggi sarebbe un ministro di Fratelli d’Italia» non è solo una forzatura propagandistica; è l’appropriazione indebita del corpo e della memoria di un martire della Repubblica, arruolato coattivamente sotto una bandiera di partito. La vicenda affonda le radici in uno scontro politico e morale che dura da tempo. Da una parte c’è Salvatore Borsellino, fratello del magistrato assassinato in via D’Amelio, da trent’anni voce scomoda e instancabile nella ricerca di una verità intera sulle stragi del 1992. Salvatore non ha mai risparmiato critiche severe al governo e alla premier Giorgia Meloni, denunciando i tentativi di depotenziamento della legislazione antimafia e la narrazione edulcorata che la destra fa di quegli anni. Una militanza civile culminata di recente nel riconoscimento della tessera ad honorem dell’ANPI di Palermo, un omaggio a chi difende quotidianamente la memoria trasformandola in difesa della Costituzione. Ed è esattamente qui che scatta la trappola ideologica della seconda carica dello Stato. Incalzato da una giornalista proprio sulle durissime critiche espresse da Salvatore Borsellino, Ignazio La Russa ha scelto la via della delegittimazione sistematica. Non ha risposto nel merito. Ha liquidato la figura del fratello del magistrato con una battuta sprezzante, riducendo la sua autorevolezza a un vizio d’origine: «Ma lui sta nell’ANPI». In poche parole, l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia viene utilizzata come uno stigma, una colpa ideologica, un marchio di infamia sufficiente a cancellare il diritto di parola di un cittadino e il dolore di un familiare.
È un capovolgimento logico e istituzionale di inaudita gravità. Ignazio La Russa sembra dimenticare – o voler scientemente ignorare – il ruolo che ricopre. Siede sullo scranno più alto di Palazzo Madama, una delle istituzioni cardine di una Repubblica democratica che è nata direttamente dalla lotta di Liberazione e dal sangue dell’antifascismo. Quando la seconda carica dello Stato tratta l’antifascismo come una disonorevole macchia di parte, sta recidendo il filo costituzionale che tiene unito il Paese.
Forse, in questo riflesso condizionato, pesa una memoria familiare mai del tutto digerita o superata. La storia dei La Russa affonda le radici in una Sicilia profonda e legata a doppio filo al regime: il padre, Antonino La Russa, fu segretario del Partito Nazionale Fascista (PNF) a Paternò nel 1942, prima di diventare uno dei fondatori del Movimento Sociale Italiano nel dopoguerra. Le colpe dei padri non ricadono mai sui figli, sia chiaro. Ma quando i figli, giunti ai vertici delle istituzioni repubblicane, dimostrano una totale incapacità di riconoscersi nei valori antifascisti della Costituzione, il dubbio che quel passato non sia mai diventato storia condivisa si fa certezza. Paolo Borsellino non appartiene a Fratelli d’Italia, né a nessun’altra parrocchia politica. Appartiene alla coscienza civile dell’Italia intera. Ridurlo a un santino da esibire nei congressi di partito, tentando al contempo di silenziare chi ne custodisce il sangue e la memoria bollandolo come “partigiano”, è l’ennesima dimostrazione di una classe dirigente che non è all’altezza del ruolo che ricopre. Un vertice dello Stato che non sa farsi Stato, ma resta ostaggio delle proprie faide identitarie. E questo, prima ancora che una sconfitta politica, è un fallimento morale.
Per approfondire la statura morale e civile di chi oggi viene liquidato con tanta superficialità dalle note dichiarazioni istituzionali, consiglio la visione di questo intervento in cui Salvatore Borsellino riceve la tessera ANPI e parla del significato della Costituzione, (https://youtu.
