Trentaquattro anni dopo ed una verità che si allontana sempre più, fagocitata da “piste” costruite per salvare questo o quell’altro “traditore”, l’Agenda Rossa sparita dal dibattito pubblico, collegamenti inesistenti con la strage di Capaci, fili che non si annodano con le stragi del 1993 e nessuna domanda – per carità, meglio non disturbare – sulla strage delle stragi, quella che avrebbe dovuto essere la peggiore nel 1994, all’Olimpico di Roma.
Dove sta Paolo Bellini nel racconto? E dove stanno coloro che hanno preso l’Agenda del giudice Paolo Borsellino? E perché non venne ascoltata la scorta di Borsellino che chiedeva di “far rimuovere le auto davanti alla casa della madre’”.
Tutte domande inevase, scomparse, totalmente cancellate da una narrazione che vuole ricondurre ai mafiosi “brutti, sporchi e cattivi” quella strage (ed anche le altre!).
La strage di Via d’Amelio (quella in cui morirono il giudice Paolo Borsellino, i poliziotti Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Emanuela Loi, Claudio Traina e Vincenzo Fabio Li Muli) rimane la più pericolosa da analizzare (quindi meglio riscriverla), quella sconsigliata persino da Calò che aveva detto ai suoi compari siciliani “fate scadere i decreti sul 41bis e l’ergastolo ostativo, non muovetevi”.
Ed invece no.
Secondo alcuni quella strage è l’ennesima dei mafiosi, senza aiuti, senza manine esterne, nulla di nulla. Cosa c’è di meglio ad accollarla a mafiosi, per di più molti passati a miglior vita?
E chi se ne frega se il covo di Riina, subito dopo, non verrà perquisito. Magari lì dentro avremmo trovato le tracce di “mafia appalti”? Ah no, fu persino ripitturato. E le telecamere che Mori e sodali avevano assicurato fossero installate? Mai accese!
E chi se ne frega se Provenzano non fu arrestato subito, magari nei suoi pizzino avremmo trovato le tracce di “mafia appalti”?
E cosa dire del maresciallo Tempesta? Cosa di chi affidò le indagini non alle forze di polizia ma ai servizi segreti?
Tutti in coro: “Sono stati i mafiosi”.
E perché il colonnello Mori va da Vito Ciancimino sindaco mafiosi, a dirgli “Signor Ciancimino, cos’è questa storia, questo muro contro muro? Ma non si può parlare con questa gente?”.
Tutti in coro: “Sono stati i mafiosi”.
Bravi questi mafiosi, hanno fatto tutto da soli.
Mi domando, allora, se ci affidassimo a loro, ai mafiosi, per avere la verità? Magari facendo parlare i fratelli Graviano? Si, esattamente quelli a cui – qualcuno – assicurò le mogli dentro le celle al carcere duro (durissimo, infatti) affinché potessero mettere al mondo un figlio ciascuno.
Chiediamo al fascista Bellini, magari ci dirà anche lui – in coro ovviamente – “sono stati i mafiosi”.
Trentaquattro anni dopo dovremmo vergognarci, continuiamo ad allontanarla quella verità, ospitiamo nelle sedi istituzionali i “traditori”, facciamo finta di non comprendere, decontestualizziamo, contribuiamo alla forza della mafia come neanche i mafiosi sarebbero riusciti a fare. E d’altronde, in una delle meno studiate intercettazioni in carcere di Totò Riina, era lo stesso “capo dei capi” a spiegarlo: ”Totò Cancemi dice che dobbiamo inventare che la morte di Falcone… Che ci devi inventare, gli ho detto? Lui ha detto… Gli ho detto: se lo sanno la cosa è finita”.
Salvatore Cancemi è stato boss di Porta Nuova, nonché fedelissimo di Riina. Perché propone al suo capo di inventare qualcosa sull’attentatuni? E “se lo sanno” chi? “Se lo sanno, la cosa è finita»? Riina non parla dello Stato, Riina parla dei compari di Cosa nostra.
Bisognava fornire una versione ufficiale al suo popolo. “È finita” perché a rischio c’era la sua immagine di capo assoluto, duro e puro, che non prende ordini da nessuno. Tanto meno fa accordi con pezzi dello Stato proprio per la strage più importante.
Guarda caso la stessa versione dei terroristi neri, quelli che ammettono gli omicidi “di strada” e non le stragi (Bologna vi dice nulla? L’omicidio del presidente Piersanti Mattarella vi dice qualcosa?).
Già vero, anche Bellini sarà mafioso, magari anche lui aveva appalti in Sicilia su cui i Ros indagavano. Magari anche lui, un giorno, potrà essere ascoltato con un fragoroso applauso finale nelle sedi istituzionali.
Paolo Bellini resista, verrà il giorno in cui anche lei, come altri non meno “neri”, verrà ascoltato e applaudito.
Ce lo spieghi anche lei: “A Bologna fu una questione di ‘mafia-appalti’, anzi di ‘terrorismo-appalti’ che suona meglio”.
Tutti in coro: “Sono stati i mafiosi”.
