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“Non mi sento una eroina. Voglio solo guardarmi allo specchio e dire “io ho fatto il mio”. Intervista a Alessia Candito

 

«Non credo di fare niente di speciale. Io faccio il mio lavoro con la massima onestà possibile». A dirlo è la giornalista del Corriere della Calabria Alessia Candito, oggetto negli ultimi giorni di pesantissime minacce degli ‘ndranghetisti reggini. Alessia ha raccontato i fatti e infastidito qualcuno e per questo oggi la Procura di Reggio ha deciso di adottare misure di sicurezza per la giornalista e la sua famiglia.

Quali sono le minacce che hai ricevuto e perché?
In realtà ci sono stati due tipi di minacce. Alcune sono state delle minacce ricevute per mail da un ex pentito, che non ha gradito quello che ho scritto su di lui. Altre minacce invece vengono da una informazione confidenziale, pervenuta in procura, e sono relative a degli articoli che ho scritto negli ultimi mesi che riguardano le scorribande dei giovani rampolli di un clan che sono state fatte nei locali della movida reggina.

È la prima volta che ricevi minacce?
È chiaro che facendo questo mestiere a Reggio Calabria, la minaccia più o meno velata, la battuta allusiva, la mezza parola in udienza arriva. Questa volta, però, siamo saliti di livello. Questa volta è diventato preoccupante. Nel senso che io ho una interlocuzione quotidiana con la procura e facendo giudiziaria si lavora a stretto contatto con i magistrati: se accadono episodi strani, lo comunico. Questa volta l’episodio strano ha superato il livello di guardia.

Come te sono tanti i cronisti di provincia che subiscono questa situazione. Quanto vi sentite soli?
La solitudine c’è, ma penso che il discorso da fare sia diverso. C’è una legittimazione della funzione del giornalista che va avanti da anni. La stampa è nemica ed è una cosa che fino a dieci anni fa nessuno si sarebbe mai azzardato a dire. È chiaro che nel momento in cui tu non hai più una legittimità democratica, una legittimità nella struttura democratica dello stato allora diventi molto più attaccabile. La solitudine del giornalista non sta semplicemente quando si trova di fronte alle minacce. La solitudine del giornalista sta nella situazione generale in cui un cronista giovane in Italia è chiamato a lavorare. E non parlo di me, perché sono fortunata: ho un giornale alle spalle ed è un giornale che ha reagito in maniera univoca è fortissima. Però magari ci sono tantissimi freelance che non hanno neanche questo, che non hanno nessuna tutela, tanto di fronte alle minacce tanto di fronte alle querele temerarie. Soprattutto facendo giudiziaria, capita che ci sia tizio o caio che non gradisce quello che scrivi, quindi ritiene di doverti querelare. Ed è un problema. Ancora più grande il problema è quando ti chiamano in un’azione civile per un risarcimento, perché che fai? Quelle sono le cose che non fanno dormire, perché non c’è nulla che tuteli i giornalisti in questo caso.

Quanto pesa questo sulla libertà di informazione?
Per quanto mi riguarda zero. Zero perché io non ho nulla da perdere, non ho beni da tutelare, non ho situazioni consolidate. A me non importa. È chiaro che in un sistema generale, a livello generale presumo che questo possa avere influenza. Non posso dire del caso specifico di tizio o caio che non ha scritto perché pensava che sempronio avrebbe avviato un’azione civile o l’avrebbe querelato o l’avrebbe minacciato. Sono cose su cui bisogna ragionare, perché è facile schierarsi a favore della libertà di stampa. La libertà di stampa chi la tutela? Chi tutela i giornalisti, che poi sono quelli che concretamente assicurano la libertà di stampa?

Nello Trocchia, parlando della sua situazione, dice di aver scelto, in una terra martoriata dalle mafie, di non marcire nella neutralità. Quanto ti ritrovi in questa visione?
Queste terre non ti consentono di essere neutrale. Queste non sono terre da sfumature, queste sono zone in cui stai o da una parte o dall’altra. C’è poco da fare. La morte civile e democratica di queste terre sono proprio le sfumature. Il problema della Calabria è che la classe dirigente è completamene compenetrata dalle infiltrazioni mafiose. La cosiddetta zona grigia – e non lo dico io, ma lo dice un magistrato come Nicola Gratteri, che, per lo meno per gli anni che ha di servizio, è un punto di riferimento in zona – è ‘ndrangheta. E non importa che siano avvocati, commercialisti, grandi professionisti: se tu aiuti i clan, è ‘ndrangheta.

A proposito di questo, quanto è difficile e quanto è importante fare il giornalista in Calabria?
Non è difficile perché fare il giornalista vuol dire raccontare fatti, metterli in fila e avere l’onesta intellettuale di farlo in ogni caso e anche in contesti difficili. Farlo è importantissimo, perché è uno degli antidoti al processo di degenerazione democratica che c’è in Italia. Non solo al sud.

Cosa può fare la politica per arginare la realtà delle minacce e quella delle querele temerarie?
Tendenzialmente se volesse, la politica potrebbe fare molto per tutelare una categoria che viene considerato il nemico giurato numero uno. Sia in termini concreti con una serie di misure legislative, ad esempio per arginare le querele temerarie o per non permettere cose inqualificabile come la condanna di Francesco Viviano. In un paese civile un giornalista condannato al carcere è impensabile. Ma anche sul piano formale. Certe affermazioni sulla stampa, Certe campagne di delegittimazione sui giornalisti dipinti come pennivendoli o come personaggi al soldo di questo o quello sono indecenti. Io non credo di fare niente di speciale. Io faccio il mio lavoro con la massima onestà possibile e non mi sento una eroina, ma solo una persona che lavora onestamente, in primo luogo per potersi guardare allo specchio e dire “io ho fatto il mio”. Ed è anche lo stesso motivo per cui sono tornata a Reggio Calabria. Sono stata fuori undici anni: ho lavorato soprattutto all’estero, in Spagna, in Venezuela, a Cuba, in medio oriente. Poi ho scelto di tornare a Reggio Calabria perché credo che da figlia di questa terra devo portare il mio sassolino per tentare di fare qualcosa per modificare quello che non va. Ma è una cosa che farebbero in tanti se avessero la possibilità di farlo. L’informazione è un’arma potentissima, soprattutto se si muove coesa.

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