Una città, una piazza, migliaia e migliaia di cittadini, istituzioni, Comune, Regione, sindacati, associazioni tra queste ANPI e Articolo21, mobilitate per verità e giustizia sulla morte del 42enne marocchino, piccolo imprenditore residente in provincia di Bologna, Abderrahim Fakir. Una città ferita che si è stretta attorno alla famiglia e alla comunità marocchina. Le cause della morte si conosceranno dopo l’autopsia ma la dinamica è inequivocabile, con o senza scudo penale, come le immagini e le grida d’aiuto dimostrano: una voce che diventa sempre più debole fino a spegnersi. Non c’è bisogno di scomodare fatti accaduti oltre Oceano, è sufficiente ricordare quelli di casa nostra: Federico Aldrovandi, Stefano Cucchi, Riccardo Magherini, Igor Squeo, Riccardo Rasman, Andrea Soldi e altri ancora. Le immagini parlano chiaro: Fakir è prono a terra, il peso del coro di un poliziotto sulla gabbia toracica, il volto schiacciato contro l’asfalto e poi quei lunghi minuti con il corpo immobile senza essere rianimato. Perché i sanitari non sono intervenuti mentre un essere umano sta agonizzando? I politici della lega e quelli bolognesi di Fratelli d’Italia immediatamente schierati a difesa degli agenti: “Hanno applicato il protocollo”. Il mancato intervento dei sanitari: “Hanno applicato il protocollo, sono gli agenti che devono autorizzare il loro intervento”. Non il diritto alla vita? E’ il caso di chiedersi se questo protocollo funziona veramente. L’asma, le eventuali patologie cardiache non giustificano mai la morte, soprattutto quando nel cortile dei garage del quartiere Pilastro nessuno era in pericolo di vita. Ancora una volta la lezione arriva dai famigliari della vittima. Doveva intervenire la sorella, lei che il giorno prima aveva distribuito ai media quel video, registrato da un condomino, che dimostra cosa esattamente è avvenuto, ma poco prima di prendere il microfono è svenuta per un malore, assistita da due medici presenti nella piazza. Al suo posto è intervenuta la nipote di Fakir: “Non siamo qui a chiedere odio o vendetta solo verità, giustizia, rispetto, umanità e dignità. Non vogliamo odio ma giustizia!”. La piazza applaude lungamente e per un momento gli antagonisti smettono di urlare “assassini, assassini”. Come ogni volta che sono presenti in una manifestazione portano violenza, scontri con la polizia a difesa della Questura, lanci di bombe carta, macchine incendiate. Per alcuni giorni si parlerà solo di questo, mentre la piazza gremita e la presenza di tanti giovani verranno presto dimenticati.
La magistratura indagherà seriamente sulla morte di Fakir per arrivare a conoscere la verità, ma non è sufficiente, la sua morte solleva grandi questioni culturali e sociali, ad esempio: come si può continuare ad aver fiducia nelle forze dell’ordine se non sono in grado di tutelare la nostra sicurezza? Tra l’altro sono i giorni che ricordano i fatti di Genova, il macello messicano all’interno della Diaz. Il nostro sguardo deve però essere più ampio: il 19 scorso abbiamo commemorato l’attentato a Paolo Borsellino e ai cinque agenti della scorda. Io continuerò ad aver fiducia nella magistratura e nelle forze dell’ordine, ma applaudo e faccio nostre le parole di Luigi Manconi su Repubblica quando si riferisce alla formazione del personale di polizia e sanitario: “La delicatissima questione del monopolio dell’uso legittimo della forza non può essere lasciata nelle mani malferme di poliziotti poco più che adolescenti e di strateghi da farmacia”.
Difficile dimenticare le immagini dell’agonia di Fakir. Non si può morire così! Purtroppo lo si dice tutte le volte, la risposta arriva dalla piazza: “Chi morirà dopo Fakir?”
