La RAI, l’informazione pubblica, è stata per decenni la foto-documento formato teleschermo dell’Italia e del mondo in giacca e cravatta. E/o il suo contrario: l’assoluta indecenza della critica esclusa prima ancora della censura, con la benedizione previa dell’incenso ecclesiastico sulle intese politiche sottobanco. Ora Giorgio Balzoni, allievo di Aldo Moro, giornalista parlamentare provetto e dunque tutt’altro che a digiuno degli impicci e congiure di palazzo, dirigente del sindacato interno dei giornalisti (USIGRAI) in anni di tumultuosi agitazioni e mutamenti, la ritrae appena in accappatoio. Alla ricerca non di un “giusto mezzo”, bensì del tentativo di mettere assieme le diverse e non di rado contrastanti realtà da lui stesso vissute nel tempo e delle quali si fa testimone in prima persona.
Nel cospicuo libro (oltre 400 pagine) di analisi e commento “RAI, sia benedetta la lottizzazione”, edito da Lastària, infatti, la maggiore azienda d’informazione e cultura del nostro paese appare se non proprio nuda, certamente coperta alla meglio e senza alcun belletto sotto i riflettori sempre roventi. Per una preoccupazione di equilibrio, non di pudore. Non c’è nulla di convenzionale in quest’impegnativa ricostruzione “in diretta” dal GR2, dal TG3, dal TG1 e dal covo dell’Usigrai, lo storico sindacato dei giornalisti Rai (avverte l’autore fin dalla copertina). Nel rapido andare della narrazione, tuttavia, inevitabilmente, qualche oscenità s’intravvede. E non basta la svergognata disinvoltura dei protagonisti a nasconderne l’infamia. Balzoni non ci insiste più di tanto. La pluralità è fatta anche di contraddizioni.
Inimmaginabili sorprese, deprimenti conferme, personaggi famosi ed altri semisconosciuti, la memoria dell’autore (che di queste vicende non ha tenuto un diario, solo appunti e riferimenti sparsi e casuali comunque numerosi) cita puntualmente nomi e cognomi, i dove e i quando (in più d’un caso anche i perché). Sono giornalisti, alti dirigenti non solo della Rai, uomini politici d’ogni partito: ciascuno con la propria idea, con la propria etica o nessuna. Per lo più preferiscono le telecamere spente e i microfoni chiusi. Ma ci sono eccezioni, neppure rarissime. Gli sfondi vanno al di là degli immaginabili via Teulada, viale Mazzini, Saxa Rubra, con annessi caffè e trattorie. Gli attori entrano ed escono dai palazzi delle istituzioni che spesso rappresentano e in nome delle quali operano.
Fin dal titolo, con dichiarato sprezzo del pericolo, l’autore assume in positivo il generalmente (ma non sempre sinceramente) esecrato neologismo lottizzazione (perché -lo sappiamo tutti- può esserci di peggio, la tentazione del monopolio: vedi attuale governo Meloni…). Con la lottizzazione, a ciascuno il suo: tanto ai partiti di maggioranza elettorale, un bel po’ meno all’opposizione, qualcosa agli amici e niente per i nemici irrimediabili… E’ da sempre il punctum dolens della questione Rai. Da sempre il termometro della libertà di espressione in Italia, dunque della misura d’un diritto fondamentale della Repubblica. Dipende dalla civiltà democratica dei governi di turno (non erano uguali la democrazia cristiana, le opposizioni e gli equilibri internazionali negli anni Cinquanta e negli anni Ottanta del secolo scorso). Questo è il nodo che stringe alla gola la cultura politica nel nostro paese (senza che sia, purtroppo, un’esclusività italiana).
