Giornalismo sotto attacco in Italia

La nuova strategia della tensione

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La vecchia strategia della tensione, quella andata in scena dal 1969 al 1980 con il terrorismo nero, e proseguita poi con l’attacco delle mafie contro lo Stato fino al 1993, aveva un obiettivo preciso: il paese veniva destabilizzato  attraverso attentati e ferimenti ordinati dai vertici degli apparati piduisti, dai servizi segreti e i beneficiari politici lo stabilizzavano per mantenere il potere. 
Oggi non servono bombe nelle banche, nelle stazioni, nelle piazze. 
Ora servono operazioni di distrazioni di massa per coprire la lenta ma inesorabile occupazione di ogni luogo di potere, da parte del Governo in carica. 
C’è un filo che unisce il decreto sicurezza alla riforma della giustizia, poi naufragata nel referendum con la vittoria del no, al premierato mascherato da legge elettorale, alla censura in Rai, al piano più ampio sulla re- migrazione che sancisce, nei fatti, un accordo politico tra Fdi, Futuro nazionale e Lega, a discapito dei centristi. 
L’ultimo fatto di Bologna con l’uccisione di Fakir, la campagna sulla grazia al gioielliere Roggero si tengono insieme e tentano di coinvolgere i vertici dello Stato, soprattutto il Capo dello Stato Sergio Mattarella. 
 
La sicurezza trasformata in stato di polizia.

Non siamo nel Far west dell’Ottocento, neppure a Minneapolis ai tempi dell’uccisione dell’afroamericano George Floyd, nemmeno negli Stati Uniti dominati dalle violenze degli agenti di Ice, una sorta di pretoriani al servizio di Trump. Non dovremmo avallare alcuna legge del taglione o trasformarci in pistoleros vendicativi, fautori delle ronde notturne contro gli immigrati, neanche giustificare il concetto di sicurezza adottato a Bologna nel quartiere periferico del Pilastro, e poi trasformato in uno stato di polizia. Se lo facessimo saremmo gia’ sconfitti.
Un video dimostra la violenza ingiustificata delle forze dell’ordine, e ritrae gli ultimi istanti di vita di Abderrahim Fakir, morto durante un intervento di polizia al rione Pilastro a Bologna, nell’area condominiale di via Svevo dove l’uomo abitava. Le immagini sono riprese da una finestra. Fakir è steso a terra, con la faccia contro l’asfalto, bloccato da due agenti e una terza persona. Urla per il dolore e chiede aiuto. Dopo alcuni minuti l’uomo smette di gridare e di lamentarsi, mentre gli agenti procedono legandogli i piedi. Fakir non si muove più. Attorno ci sono i sanitari che non intervengono, ruotano il suo corpo, ma ormai è morto. Un omicidio, esattamente come quello di George Floyd a Minneapolis, di Federico Aldrovandi a Ferrara, di Stefano Cucchi, e di molti altri meno conosciuti.


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