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Tagli. A rischio anche la lotta alla mafia

 

Giovanni Falcone (come ricorda chi lo ha conosciuto prima che fosse barbaramente ucciso, con Francesca Morvillo e le persone che lo accompagnavano anche a Capaci) aveva un sogno: che la lotta alla mafia potesse proseguire fino alla distruzione di Cosa Nostra e dei suoi alleati, fuori e dentro le istituzioni dello Stato, con i mezzi finanziari e culturali necessari.
Falcone, come tutti i magistrati che ho avuto la fortuna di conoscere e frequentare negli ultimi vent’anni, riteneva che l’educazione delle vecchie e nuove generazioni di italiani fosse uno strumento essenziale per quella lotta ma era, nello stesso tempo, convinto che a quella difficile opera dovesse affiancarsi una lotta quotidiana condotta da corpi specializzati dello Stato e composti da persone esperte e persuase dell’urgenza di un lavoro massiccio contro le associazioni mafiose presenti in tutto il paese, anche se concentrati in alcune regioni del Mezzogiorno continentale  e della Sicilia.

Da questa idea di fondo è nata negli anni novanta, sulla base di considerazioni precise di Falcone, Caponnetto e Borsellino, cioè di quelli che hanno dedicato la vita alla lotta contro Cosa Nostra e i suoi alleati, la Direzione Investigativa Antimafia e sulla base dell’aggravarsi progressivo della crisi politica, morale ed ora economica del nostro paese, è stato fissato il cosiddetto TEA (o trattamento economico aggiuntivo) per fare in modo che i poliziotti che si dedicano in maniera esclusiva a quella lotta che consente loro di non coltivare nessun altro lavoro e percepire – per fare un esempio significativo – circa 250 euro aggiuntivi allo stipendio dopo trent’anni di servizio.

Una somma che non arricchisce nessuno ma che non è neppure trascurabile per chi vive di un medio stipendio pubblico, come la maggior parte dei dipendenti dei Ministeri che si occupano direttamente del difficile compito.
Ma il 12 novembre scorso la legge di stabilità ha drasticamente ridotto il trattamento economico aggiuntivo provocando le proteste non soltanto di parlamentari della destra ma anche degli stessi poliziotti della Dia riducendolo al 35 per cento rispetto alla misura ordinaria. Ora, proprio in questi giorni, arriva la mazzata finale giacché il ministero dell’Interno dovrà risparmiare 131 milioni di euro e nel bilancio del Ministero dell’Economia c’è il capitolo 2673 che riguarda il Dipartimento di Sicurezza del Viminale che riduce il passaggio della somma, prevista fino a qualche mese fa, di 3.655 milioni di euro, si passa a una cifra che toglie più di un terzo dello stanziamento iniziale.

Non solo. Il personale della Dia, che è sottodimensionato (mancano circa duecento elementi) viene ulteriormente ridotto e si creano gruppi interforze per il controllo degli appalti (quando già esiste nella Direzione un osservatorio centrale) e si decurtano i fondi del trattamento economico aggiuntivo.
Sul Viminale pesa un ricorso presentato da 500 tra ufficiali e sottoufficiali che dal novembre 2011 non ricevono più quel che è loro dovuto.
“I provvedimenti del Ministero – commenta Enzo Marco Letizia, segretario nazionale dell’Associazione Nazionale Funzionari di Polizia – puniscono quelle donne e quegli uomini che più di altri contribuiscono alla confisca dei beni della mafia.”

Ma lo Stato sembra proprio averli abbandonati.
Parole esagerate o è soltanto la fotografia di una situazione drammatica che rischia di portare invece una battaglia più che mai necessaria di fronte alla crescente espansione del fenomeno mafioso in Italia e alla sua crescente potenza economica e politica?
Lasciamo giudicare ai lettori ma siamo convinti che, di fronte a un governo che non ha certo intrapreso una battaglia culturale precisa in questo senso il rischio è grave e richiede un intervento rapido e efficace nel giro dei prossimi giorni.

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