Giornalismo sotto attacco in Italia

Trieste, cronista aggredito al raduno neofascista per Grilz

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A Trieste la scena è sempre la stessa, ciclica e lugubre. In via Paduina va in onda l’ennesima adunata nera: una selva di braccia tese per commemorare l’ex Fronte della Gioventù Almerigo Grilz. Apologia di fascismo alla luce del sole, ostentata nel silenzio di chi dovrebbe far rispettare la Costituzione. E dove si garantisce l’impunità per i nostalgici, puntuale e inesorabile arriva la violenza squadrista. A farne le spese questa volta è stato Gianpaolo Sarti, cronista de Il Piccolo, colpito vigliaccamente da un pugno all’orecchio mentre documentava con lo smartphone i tafferugli e il lancio di sedie scoppiati attorno alla commemorazione. Colpire chi fa informazione è il riflesso di un’estrema destra che non tollera di essere ripresa e svelata. L’aggressione a un giornalista in piazza è l’essenza stessa dello squadrismo, che oggi si nutre di una strisciante e pericolosa agibilità politica. Ma per capire a fondo la gravità del clima che si respira, bisogna chiedersi chi fosse davvero l’uomo celebrato con i saluti romani. La narrazione dell’attuale destra tenta da anni di ripulire l’immagine di Almerigo Grilz, trasformandolo in un martire del giornalismo puro e imparziale. La verità storica racconta però un’altra figura: un militante neofascista, protagonista assoluto della stagione degli scontri di piazza a Trieste. Persino la sua parabola nei teatri di guerra è intrisa di ambiguità. Morì in Mozambico nel 1987, ma non ci era andato come inviato indipendente. Si era unito ai miliziani della Renamo, movimento armato anticomunista foraggiato dai regimi segregazionisti dell’epoca, per far conoscere al mondo la loro “guerra dimenticata”. In pratica, svolgeva un servizio pubblico per loro: fungeva da vero e proprio ufficio stampa e megafono propagandistico della fazione guerrigliera. Un militante armato di telecamera, non un reporter libero. E qui si consuma il capolavoro di ipocrisia di questa fase politica. Mentre l’estremismo nero si prende la piazza triestina a colpi di fascismo esplicito, le istituzioni distribuiscono risorse e patenti di legittimità. Nelle stesse ore in cui andava in scena il rito fascista in strada, a Milano si teneva la premiazione del “Premio Giornalistico Almerigo Grilz”, una kermesse politicamente orientata che, guarda caso, gode di finanziamenti, visibilità e coperture. Tutto questo accade nei giorni di una scelta politica regionale tanto spietata quanto eloquente: il definanziamento del Premio Marco Luchetta. La Regione Friuli Venezia Giulia ha infatti escluso dai fondi un riconoscimento internazionale prestigioso, dedicato agli inviati della Rai uccisi a Mostar nel 1994 da una granata mentre proteggevano un bambino. Il Premio Luchetta da decenni onora chi racconta le guerre e le sofferenze degli ultimi con rigore e umanità, ma sconta l’evidente “colpa” di essere rimasto indipendente, di premiare voci non allineate e di non piegarsi alla narrazione dominante. Il messaggio che arriva da questa dicotomia è devastante. Se sei un gruppo di cronisti uccisi a Mostar per documentare l’orrore, ti tagliano i fondi per punizione. Se invece sei un militante neofascista *embedded* con le milizie in Mozambico, ti intitolano un premio ampiamente sostenuto e tollerano le braccia tese dei tuoi camerati in piazza. In mezzo a queste due Italie, c’è un giornalista preso a pugni per strada solo perché faceva il suo lavoro. È un clima inaccettabile, il sintomo di un Paese che sdogana l’eversione per colpire l’indipendenza dell’informazione. E su questo non possiamo permetterci di abbassare lo sguardo.


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