Ventinove italiani sequestrati in mare. Provate solo a cambiare il nome di chi li ha fermati. Se fossero stati i pirati somali, sarebbe stata un’edizione straordinaria. Se fossero stati soldati russi, avremmo avuto talk show, dirette continue, politici indignati in fila davanti alle telecamere. Se fosse successo in qualsiasi altra parte del mondo, i titoli del mainstream avrebbero gridato “attacco agli italiani”.
Ma siccome a fermarli è stato Israele, allora la notizia scivola più in basso. Timidamente. Quasi con imbarazzo. Come se non fosse davvero importante. Come se quelle persone contassero meno.
E insieme a loro scivolano in fondo anche Gaza, il Libano, il Sudan, il Congo, l’Africa intera: tragedie trasformate in rumore di fondo, dolore amministrato a colonna laterale. Intanto mediaticamente vale di più una tragedia in vacanza – per carità terribile, non la sto sottostimando ma è una tragedia personale – che non chi decide di rischiare la propria vita per portare aiuti, testimoniare un massacro, difendere il diritto internazionale o semplicemente restare umano. Attivisti. Operatori umanitari. Giornalisti. Persone che scelgono di mettersi al servizio degli altri in un tempo in cui il cinismo è diventato la lingua ufficiale della politica e spesso anche dell’informazione.
Ed è qui che si misura il livello di uno Stato, ma soprattutto è qui che si misura il livello del giornalismo. Da quanto riesce ancora a raccontare il potere senza inchinarsi. Da quanto riesce ancora a indignarsi senza chiedere il permesso. Da quanto vale una vita di un tuo cittadino quando a violarla è un alleato.
