Il vittimismo dell’estrema destra italiana, che non tollera approfondimenti sui rigurgiti fascisti, è arrivato probabilmente ad uno dei suoi livelli più alti. Un articolo pubblicato da “Il primato nazionale” attacca e denigra Report e Paolo Berizzi, infilando una serie di imprecisioni associate a veleni e palese intolleranza. Tanto, si sa, queste cose, al momento in Italia, restano impunite, anzi spesso hanno l’avallo di elevatissimi livelli istituzionali.
Di seguito riportiamo l’articolo integrale di Primato Nazionale, uscito poche ore fa.
Report ha ufficialmente concluso la sua trasformazione in Paolo Berizzi. La trasmissione d’”inchiesta” è diventata a tutti gli effetti un dispositivo di sorveglianza ideologica, una centrale di schedatura televisiva incaricata di ricomporre, puntata dopo puntata, il solito calderone della “galassia nera“: sigle, volti, pagine social, amicizie, sedi, fotografie, dichiarazioni estrapolate. Tutto nello stesso pentolone, tutto dentro la stessa cornice narrativa, tutto orientato a dimostrare una tesi già scritta prima ancora di accendere le telecamere: la destra italiana sarebbe sempre e comunque lambita da un “losco” sottobosco neofascista che va stanato, isolato e messo fuori dal perimetro democratico.
L’ultima puntata dedicata ai rapporti tra FdI e la galassia della destra giovanile è stata esattamente questo: non un’inchiesta, ma una mappa del sospetto. Una lunga operazione di collegamento, accostamento, allusione. Il metodo di Sigfrido Ranucci ormai è noto. Si prendono una pagina Instagram, alcune dichiarazioni provocatorie, una sede militante, un movimento giovanile, qualche esponente locale, un precedente di cronaca giudiziaria, poi si impasta tutto con le parole magiche del repertorio progressista: “neofascismo”, “odio”, “xenofobia”, “apologia”, “costituzione”, “chiusura delle sedi”. Il risultato non spiega nulla perchè non ha nulla da spiegare. Report vuole produrre un solo effetto con i suoi “servizi”: far apparire ogni espressione politica, culturale ed economica della destra identitaria come una minaccia pubblica, un’ipotesi di complotto contro la democrazia. Repubblica, naturalmente, si è accodata con entusiasmo. Nell’articolo dedicato a Fashowpinion ci ricorda che uno dei sui animatori ha subito un procedimento in seguito ai fatti del liceo Michelangiolo. Ma il passaggio, letto con un minimo di onestà, dice l’esatto contrario di ciò che il frame mediatico vorrebbe suggerire: per due imputati maggiorenni il gup ha emesso sentenza di non luogo a procedere perché, in assenza di denuncia delle vittime, è caduta la condizione di procedibilità; un terzo maggiorenne ha ottenuto l’estinzione del reato con la messa alla prova; stessa sorte pergli altri imputati minorenni. Dunque la vicenda giudiziaria viene ricordata, ma non per rispettarne l’esito. Viene usata come marchio morale permanente.
