Latina, Parco Falcone Borsellino: la destra riconquista il verde pubblico, una panchina alla volta
Cronaca di una restaurazione simbolica lunga anni, affidata infine, con commovente coerenza, a una ditta spagnola
Era una ferita aperta, una cicatrice nell’anima della città. Un parco che un giorno portava il nome di Arnaldo Mussolini, o almeno così si credeva, perché di tale intitolazione ufficiale non esiste traccia documentata (ma i dettagli storici non hanno mai fermato un buon argomento politico) che l’infame sindaco Damiano Coletta, con la complicità dell’altrettanto infame Laura Boldrini, aveva ribattezzato Falcone Borsellino. Due giudici antimafia. Roba di sinistra, evidentemente.
Le proteste furono veementi, sentite, quasi commoventi. La destra locale scese in piazza con tutto il peso della propria indignazione identitaria, tanto che alcuni di quei protagonisti stanno ancora celebrando i relativi processi, segno che certe battaglie si combattono su più fronti, compreso quello penale.
Ma la storia, si sa, alla fine premia i giusti.
La nuova amministrazione di centrodestra ha preso in mano la situazione con la determinazione che la contraddistingue. Il parco è stato chiuso per restauro. Un restauro che tecnicamente è ancora in corso. Da un paio di anni. Il progetto iniziale è stato nel frattempo stravolto, i tempi di consegna saltati con una disinvoltura degna dei migliori precedenti storici della città e i cittadini della zona osservano il cantiere con la rassegnata filosofia di chi ha imparato a godere del concetto di parco più che della sua fruizione materiale.
Una recinzione. Un cartello. La promessa di un futuro verde e rigenerato. È già qualcosa. È quasi tutto, in effetti, perché il parco vero e proprio rimane inaccessibile con una costanza che rasenta la dedizione artistica.
Ma la svolta è arrivata. E che svolta.
Nel cantiere sono comparse delle panchine firmate BENITO.
Ora, è lecito supporre che qualcuno, sfogliando il catalogo forniture, si sia fermato su quel nome con un brivido di emozione. Benito. Finalmente. Dopo anni di battaglie, processi, comizi e nostalgie, il parco avrebbe avuto il suo Benito. Non sulla targa, quello era il sogno, il sogno grande, quello per cui ci si era tanto spesi, ma almeno sul sedile. Una vittoria dimessa, certo. Una vittoria per così dire trasversale. Ma pur sempre una vittoria.
Peccato che BENITO sia un’azienda spagnola.
Iberica. Straniera. Europea nel senso più concreto e sovranisticamente indigesto del termine. Ovvero: pur di piazzare un “Benito” da qualche parte nel parco, la nuova amministrazione ha finito per acquistare arredo urbano da una ditta straniera esattamente il tipo di soggetto contro cui il sovranismo di riferimento inveisce nei convegni, nei talk show, nelle dirette Facebook. Il nemico in casa. Letteralmente seduto sotto i piedi.
Il risultato finale è una specie di capolavoro involontario.
Il parco si chiama ancora Falcone Borsellino. È ancora chiuso. I lavori sono ancora in ritardo. Il progetto originale è irriconoscibile. E l’unico “Benito” che sono riusciti a portare dentro, dopo anni di battaglie culturali, identitarie e giudiziarie, è stampato su una panchina made in Spain.
Mussolini, da qualunque parte lo si osservi, si starà rigirando nella tomba.
Ma almeno, quando il parco aprirà, ci sarà dove sedersi.
(L’autrice precisa che nessuna panchina è stata maltrattata nella scrittura di questo articolo, e che BENITO è un’azienda che probabilmente non sa nulla di tutto questo e non se ne fa alcun carico)
