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Brescia: tutti colpevoli, tutti innocenti

 

Per come  erano andati i fatti, per come si sono svolte le prime e le immediatamente successive indagini, non poteva che finire così: tutti assolti. Così hanno deciso anche i giudici della Corte d’assise d’appello di Brescia dopo quattro giorni di Camera di consiglio nel quarto processo per la strage di Piazza della Loggia. Per come sono avvenute le ricostruzioni storiche ed anche giudiziarie più recenti,è stato l’ennesimo scandalo. La dimostrazione che in Italia sugli anni della Strategia della Tensione non si può far luce, che non si potrà avere Verità e Giustizia, così come è avvenuto per decenni (ed ancora avviene) per le vittime delle mafie. C’è una omertà di Stato che ha coperto stragi, assassinii, accordi politici inconfessabili e che ha deciso di chiudere con il silenzio le ferite che “loro” stessi avevano provocato. Gli stessi armadi di Federico Umberto D’Amato non hanno rivelato nulla di interessante. Perché certi segreti non hanno tracce scritte. I vigliacchi  fanno così; solo i nazisti pensavano di costruire la storia con le stragi e volevano lasciarne tracce accurate. A loro, a “lorsignori delle nefandezze”, la storia non interessava perché volevano solo impedire la storia di un popolo, la ricerca della giustizia. Il paravento dell’anticomunismo, della Cia e del Muro di Berlino serviva solo a coprire interessi particolari, ideologici nel fanatismo ma molto materiali negli interessi. Il fascismo italiano del dopoguerra è stato esattamente come quello della marcia su Roma che mise insieme delinquenti e fanatici,apparati dello stato e politica, tutti al servizio dei “poteri forti” dell’epoca.

Sulle stragi, in quegli anni ’70, però, tutto era chiaro: era chiaro a Rumor ed a Gelli: anche a  Moro ed a Cossiga, per motivi opposti. La Gladio funzionava e più che bene… e lo sapevano gli stessi ministri degli interni dell’epoca tant’è vero che proprio due giorni dopo la strage di Piazza della Loggia fu rimosso e trasferito alla Polizia di Confine,proprio il potentissimo Federico Umberto D’Amato,già agente angloamericano durante la guerra , dal 1957  all’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno. Fino alla metà degli anni ’80 continuerà ad avere grande influenza sull’ufficio, ma come capo dell’Ufficio Affari Riservati, tra il 1969 e il 1974 , già allora era sospettato (poi anche direttamente accusato) di aver svolto un’intensa attività di depistaggio delle indagini e per la copertura dei responsabili delle stragi. Fu iscritto alla P2 di Licio Gelli del quale disse “politicamente, un cretino”…  Ma lui non lo era di certo. Alla sua morte, dopo i funerali, il giudice Carlo Mastelloni perquisì la sua casa in via Cimarosa a Roma. Già nel novembre 1995 il giudice romano Pietro Saviotti aveva disposto una perquisizione nella sua casa nel corso della quale furono sequestrati documenti. Ma in entrambe le perquisizioni,emerse ben poco: chi sapeva era già fuggito o morto . D’Amato portò nella tomba ciò che ben sapeva ed aveva diretto per anni. Compreso le circostanze incredibili della strage di Brescia: basti pensare  all’ordine – proveniente da “ambienti istituzionali” rimasti finora oscuri – impartito meno di due ore dopo la strage perché una squadra di pompieri ripulisse con le autopompe il luogo dell’esplosione, spazzando via indizi, reperti e tracce di esplosivo prima che alcun magistrato o perito potesse effettuare alcun sopralluogo o rilievo; per non parlare poi della misteriosa scomparsa dell’insieme di reperti prelevati in ospedale dai corpi dei feriti e dei cadaveri, anch’essi di fondamentale importanza ai fini dell’indagine. Chi impartì quegli ordini? Chi face scomparire, a Brescia come a Piazza Fontana,i reperti degli ordigni?

La bomba, collocata in un cestino dei rifiuti in piazza della Loggia, esplose alle 10.12 del mattino del 28 maggio 1974 durante una manifestazione antifascista, organizzata per esprimere rifiuto e condanna contro una serie di episodi violenti di marca neofascista che da colpivano cittadini inermi e turbavano  la convivenza tra le persone. Erano anni difficili,ma di grande coscienza civile. E vollero colpire proprio quella. L’ordigno uccise otto persone e ne ferì 108. Ecco i nomi delle vittime: Giulietta Banzi Bazoli, 34 anni, insegnante; Livia Bottardi Milani, 32, insegnante; Euplo Natali, 69, pensionato; Luigi Pinto, 25, insegnante; Bartolomeo Talenti, 56, operaio; Alberto Trebeschi, 37, insegnante; Clementina Calzari Trebeschi, 31, insegnante, e Vittorio Zambarda, 60, operaio.

Nessun colpevole. La risposta alle domande  su questa palese ingiustizia  è nella storia dei depistaggi iniziali e dei processi, tutti e due da sovrapporre,come fogli di carta velina. Coincidono.

La prima istruttoria della magistratura portò alla condanna nel 1979 di alcuni esponenti dell’estrema destra bresciana. Uno di essi, Ermanno Buzzi, in carcere in attesa d’appello, fu strangolato il 13 aprile 1981 da Pierluigi Concutelli e Mario Tuti.  Buzzi fu ucciso per i segreti che conosceva e che,forse,avrebbe voluto confessare nel processo d’appello. E infatti  nel1982, la condanne del giudizio di primo grado vennero commutate in assoluzioni, le quali a loro volta vennero confermate nel 1985 dalla Corte di Cassazione.

Un secondo filone di indagine, prese il via  nel 1984 a seguito delle rivelazioni di alcuni pentiti:furono presi in considerazione, ma  furono trovati  pochi riscontri forti ed inoppugnabili. I bastoni tra le ruote dei Pubblici Ministeri  furono tanti : la rete della Gladio funzionava ancora , fu scoperta solo anni dopo. Gli oscuri intralci di provenienza istituzionale manifestatisi anche durante il secondo troncone d’indagine verranno definiti dal giudice istruttore Zorzi quale ulteriore “riprova, se mai ve ne fosse bisogno, dell’esistenza e costante operatività di una rete di protezione pronta a scattare in qualunque momento e in qualunque luogo”.Furono  accusati altri rappresentanti della destra eversiva:l’istruttoria continuò  fino alla fine degli anni ’80.   Gli imputati furono assolti in primo grado nel 1987, per insufficienza di prove, e prosciolti in appello nel 1989 con formula piena. La Cassazione, qualche mese dopo, confermò l’esito processuale di secondo grado.

Poi si è arrivati alla terza indagine, quella conclusa con l’assoluzione in Assise d’Appello di  oggi.   Il 15 maggio 2008 erano stati rinviati a giudizio i sei imputati principali: Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi, Maurizio Tramonte,Pino Rauti, Francesco Delfino, Giovanni Maifredi.  I primi tre erano all’epoca militanti di spicco di Ordine Nuovo, gruppo neofascista fondato nel 1956 daPino Rauti e più volte oggetto di indagini per attentati e stragi. Ordine Nuovo fu sciolto nel 1973  dall’ex ministro dell’Interno Paolo Emilio Taviani con l’accusa di ricostituzione del Partito Fascista. Francesco Delfino ,ex generale dei carabinieri, all’epoca era responsabile – con il grado di capitano – del Nucleo investigativo dei Carabinieri di Brescia; e Giovanni Maifredi, ai tempi era collaboratore del ministro degli Interni Paolo Emilio Taviani.

La prima udienza si è tenuta il25 novembre 2008.    Il 16 novembre 2010 la Corte D’Assise ha emesso la sentenza di primo grado della terza istruttoria, assolvendo tutti gli imputati con la formula dubitativa di cui all’art. 530 comma 2 c.p.p., corrispondente alla vecchia formula dell’insufficienza di prove. Oltre alle assoluzioni di Carlo Maria Maggi, Francesco Delfino e Pino Rauti, i giudici hanno disposto il non luogo a procedere per Maurizio Tramonte, per intervenuta prescrizione per  il reato di calunnia,  revocando la misura cautelare nei confronti dell’ex militante di Ordine Nuovo, Delfo Zorzi

In Assise d’Appello, il sostituto  procuratore di Cremona Roberto di Martino e il pm di Brescia Francesco Piantoni (entrambi applicati al processo di secondo grado) avevano nuovamente chiesto la condanna all’ergastolo per Carlo Maria Maggi, per Delfo Zorzi, per l’agente Sid Maurizio Tramonte e per il generale Francesco Delfino. Tutti assolti.

A 38 anni di distanza dall’eccidio anche questo attentato è destinato a rimanere impunito. Dopo la lettura della sentenza, il procuratore Roberto Di Martino e il pubblico ministero Francesco Piantoni, titolari dell’inchiesta sulla strage, si sono detti “sereni… è stato fatto tutto il possibile”. In particolare, Di Martino ha detto che “ormai è una vicenda che va affidata alla storia, ancora più che alla giustizia”.  E’ il segnale finale della sconfitta della giustizia: non ci sarà più una verità giudiziaria, quindi un colpevole. Quei morti sono stati dilaniati da mani ignote,o da una bomba scesa dal cielo direttamente in un cestino di rifiuti sotto la loggia di Brescia…

La procura attenderà il deposito delle motivazioni per decidere se ricorrere in Cassazione. Ma la speranza si prosciuga sempre più.

Anche perché, come nei copioni dei film dalla trama amara se non tragica, è arrivata anche la beffa finale: le parti civili, cioè i parenti delle vittime, sono state condannate a pagare anche le spese processuali visto che la Corte ha dichiarato inammissibile il  loro ricorso contro il quinto imputato, Pino Rauti, anch’egli assolto.

Il viso segnata dalla stanchezza e dalla dolorosa constatazione di ingiustizia di Manlio Milani,presidente dell’Associazione Caduti di Piazza della Loggia, parla per tutti. Le “sentenze si possono non condividere, ma si accettano” anche se ,dice, l’assoluzione degli imputati è dovuta a “tutta una serie di silenzi e reticenze anche da parte di chi sapeva. Purtroppo” ha detto ancora,    ”il vero danno a questo processo è stato fatto all’inizio in modo particolare con il lavaggio della piazza, che ha impedito di ricostruire l’esplosivo usato e il detonatore utilizzato. A ciò – ha aggiunto Milani – si accompagna tutta una serie di altri silenzi e di reticenze anche da parte di chi sapeva ciò che era accaduto. Ancora una volta ci troviamo di fronte a un fatto che dopo 38 anni non ha ancora giustizia – è la conclusione del presidente dell’associazione – Al di là di quello che può significare personalmente, dimostra che questa democrazia è in balìa degli eventi, la mancanza di trasparenza nelle istituzioni e la mancanza di volontà di parlare al Paese. Tant’è vero che la Commissione Stragi del Parlamento, dopo anni ed anni di inchieste,ha concluso i lavori senza scrivere ed inviare neanche una relazione unitaria alle Camere”.

Quel lavaggio iniziale della Piazza della Loggia è stato il lavaggio delle coscienze durato 38 anni, tante bocche cucite , due repubbliche, una strategia infinita della tensione,nessuna giustizia

Punto: triste, solitario y final

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