Sarò breve, e stavolta non è un artificio retorico. Sarò breve perché prima e meglio di me si sono già espresse altre e altri, che di RAI se ne occupano da una vita e in alcuni casi vi hanno lavorato per quasi mezzo secolo.
Sarò breve perché ho poco da aggiungere, se non un aneddoto che però adesso, a dimissioni formalizzate, avverto il dovere di rafforzare.
Quando, nel marzo del 2025, ho suggerito all’ormai ex presidente della Commissione di Vigilanza RAI di scrivere un saggio per denunciare la vergogna della paralisi ricattatoria cui era ed è tuttora sottoposta la Vigilanza medesima, lei accettò subito di buon grado (l’opera si intitola “C’era volta la RAI. Cosa resta del servizio pubblico nell’epoca delle verità alternative”). La cosa mi sorprese: è raro essere ascoltati tanto rapidamente da un esponente politico, per di più di primo piano. Lì mi resi conto di essere di fronte a una persona diversa. Ne abbiamo parlato a lungo, ho avuto modo di leggerlo in anteprima e di fornirle alcuni consigli e qualche critica, ne ho seguito la stesura definitiva e le ho regalato qualche elemento di analisi storica, in qualità di studioso, ormai quasi ventennale, della materia.
Una volta mi confidò di aver pensato anche alle dimissioni, e io mi permisi di dirle che quella fosse la strada da seguire. Non ho insistito per stima e per rispetto, cogliendo il suo disagio e la sua incredulità di persona comune – una docente di italiano, latino e storia – catapultata in una vasca di squali nella quale è difficile per chiunque nuotare.
L’ho seguita nei giorni in cui ha scritto prima ai presidenti delle Camere e poi al Capo dello Stato, nel primo caso senza ottenere risposta. Ho partecipato a varie presentazioni del suo libro e, parlandoci in privato, ho avuto sempre più la sensazione di un vaso prossimo a diventare colmo. Oggi si è raggiunto il punto di non ritorno. Forse l’avrebbe dovuto fare prima (avrei i titoli per scriverlo, ma non lo farò: perché non è nella mia natura e perché non serve a nulla), ma in un Paese in cui non si dimette mai nessuno assistere a un gesto così ricco di dignità e sofferenza è cosa rara. Con lei hanno rassegnato le dimissioni tutti i membri dell’opposizione, a loro volta stanchi di soprusi e promesse destinate a rimanere tali.
Un passaggio della sua lettera d’addio mi ha colpito profondamente: quando afferma di non considerare queste dimissioni una resa ma un estremo atto d’amore per le istituzioni e per una commissione di garanzia, il cui blocco costituisce un precedente gravissimo e sul quale non si è riflettuto abbastanza in questi anni. Ecco, è così. Oggi se ne va una persona perbene, sconfitta ma non vinta, gettando la spugna dopo due anni di violenze silenziose e, per questo, ancora più atroci. Con lei se ne va tutta l’opposizione, sperando che nessuno sia disposto a rimpiazzare i dimissionari, e basta questo per far comprendere alla collettività che il centro-sinistra ha mille e più difetti ma non è in alcun modo paragonabile a questa destra, che continua a considerare ogni bene comune al pari del proprio giardino di casa.
Oggi, nonostante la tragedia, è un bel giorno per la democrazia.
