“Il cono d’ombra dell’informazione nazionale sulla Calabria continua. Lo scontro in atto tra lo Stato e la più potente organizzazione criminale del mondo, la ‘ndrangheta, sembra interessare poche testate. Nelle pagine o nei siti dei giornali nazionali o delle tv nemmeno il fermo di centinaia di ‘ndranghetisti e altrettanti indagati da parte della Direzione Distrettuale Antimafia cattura l’attenzione che merita. Così come non ha catturato la considerazione che, invece, meritava la ‘rottura simbolica di Polsi’ con la ‘ndrangheta, che ha scelto quel santuario come base logistica per i suoi summit”. Era il 2017 quando Michele faceva queste affermazioni, attualissime quasi dieci anni dopo. L’ho ricordato a Trame Festival nel corso della presentazione del premo che porterà il suo nome, un progetto che vuole portare avanti il metodo-Albanese e sostenere i cosiddetti cronisti di periferia e al quale Articolo 21 aderisce con emozione e convinzione.
Ho avuto modo di intervistarlo nel 2018 nell’ambito delle indagini che seguirono il duplice omicidio di Jan Kuciak e della compagna Martina; Michele fu il primo a parlare di una pista della criminalità organizzata, degli interessi della ndragheta in giro per l’Europa. Conosceva le dinamiche, gli interessi, le diramazioni. Ecco, in questo senso credo che abbia incarnato il giornalista di provincia, il cronista che ha le antenne sul territorio. Come lui ce ne soni tanti, invisibili, coraggiosi o semplicemente molto bravi che ogni giorno raccontano l’Italia profonda. Non sono eroi, sono dei lavoratori onesti che trovano le notizie delle loro città, sovente sono storie invisibili agli occhi e alla tastiera di Rai, Mediaset e testate nazionali, che molto spesso ci tornano su dopo settimane.
Ho cercato di portare a Trame l’esperienza di Articolo 21. La nostra associazione ha due “chiodi fissi”: difendere il pensiero critico, dunque la Costituzione, e illuminare le periferie. Contribuiamo ogni anno (e anche nel 2026 lo abbiamo fatto) alla redazione del Rapporto sullo stato di diritto dell’Unione e nelle nostre audizioni al primo punto mettiamo la necessità di tenere accesi i riflettori sugli argomenti e i territori periferici, insieme alla necessità di tutelare le fonti, il segreto professionale e l’agibilità della professione contro querele e intimidazioni. Le nostre relazioni vengono recepite, finiscono nella stesura finale del rapporto e questo ci dice che stiamo facendo bene anche a nome dei colleghi “di periferia”. Non importa se poi, quando quei rapporti vengono pubblicati, veniamo inseriti tra i cattivi che cercano di rovinare l’immagine di un Paese democratico. Articolo 21 teme, anzi ritiene, che la democrazia in Italia sia in pericolo perché in pericolo è l’informazione. In questo solco si inserisce la mancata attuazione dell’Emfa, il congelamento della riforma della legge sulle querele bavaglio e il mancato recepimento della direttiva anti-slapp, più tutti i tentativi di spiare i giornalisti e colpire il segreto sulle fonti.
Per questo, crediamo, serve un premio a chi scrive dalle e sulle frontiere.
Il Premio Albanese è stato presentato da Nuccio Iovene e Giovanni Tizian insieme alle figlie di Michele in una piazza gremita, all’interno di una edizione da record del festival. Ed è il modo migliore per cominciare.



